domenica 6 luglio 2014

Samuele Hugo Bergman








 
The moral life of man is the continuation of his biological development. Creating new moral ideas out of our “moral imagination” — as, for instance, Gandhi's “non-violence,” or Albert Schweitzer's “reverence for life” — is a “jump” in evolution comparable to the “jump” which creates a new species in the plant or animal kingdom. –
Hugo S. Bergaman


Samuele Hugo Bergman, nato a Praga il 25 dicembre 1883 e morto il 18 giugno 1975 a Gerusalemme, è stato uno scrittore ed un filosofo ebreo. Nei suoi anni di studio a Praga conobbe e Franz Kafka, di cui divenne amico. Studiò anche a Berlino. Tra i suoi amci vi fu anche Franz Brentano, del cui pensiero egli accolse vari influssi.
Nei primi anni del novecento entrò a far parte del movimento sionista che auspicava la formazione di uno Stato ebraico. E sempre in quel periodo assunse l'incarico di bibliotecario all'Università di Praga. Nel frattempo conobbe Else Fanta, la giovane che sposò nel 1908. Else era la figlia di Berta Fanta, una donna straordinaria, di nobile famiglia ebraica, una delle prime pioniere del movimento di emancipazione delle donne. Lei e la sorella Ida erano state tra le prime giovani donne che hanno frequentato un'università tedesca. Berta era al centro di molte relazioni influenti sul piano culturale e spirituale. Frequentatrice di gruppi filosofici e individualità aperta agli influssi di rinovamento della sua epoca, ogni quindici giorni partecipava alle riunioni che si tenevano in una saletta del Café Louvre di Praga. Qui ebbe l'incontro determinante della sua vita, quando Rudolf Steiner diede la sua prima conferenza a Praga il 23 febbraio 1907. Fu il primo passo per il suo ulteriore cammino spirituale, che la portò, attraverso i suoi frequenti rapporti con Rudolf Steiner, a chiarirsi molti pensieri di tipo filosofico religioso e infatti entrò a far parte dapprima della Società Teosofica, poi di quella Antroposofica.
Il matrimonio con Else, attraverso sua madre Berta, fu per Samuele Hugo anche un nuovo inizio spirituale. Egli, infatti, fin dal 1909, si aprì alla conoscenza antroposofica e cominciò a partecipare alle conferenze di Steiner. Ciò diede luogo a una conoscenza personale e a un intenso scambio di idee. (da: Reuveni, Amnon: Berta Fanta per il suo 75 ° anniversario della morte - In: .. Il Goetheanum: settimanale per Antroposofia No. 50, 12 Dicembre 1993 pp 515-517)
Un suo primo viaggio in Palestina risale al 1910. Durante la prima guerra mondiale si recò a Londra per raccogliere fondi per la costituzione di uno Stato sionista.
Nel 1920 emigrò definitivamente in Palestina dove fondò, insieme a Martin Buber, un movimento che promuovesse la formazione di un'area binazionale, in cui Ebrei ed Arabi potessero convivere a pari condizioni.
Fu, per un certo tempo, bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale Ebraico.
Egli ha tradotto parecchi libri di Rudolf Steiner sulla Tripartizione dell'Organismo sociale in lingua ebraica.
Diventò,dall'aprile 1925, prima Professore all'Università ebraica di Gerusalemme e più tardi Rettore. I suoi più grandi amici tra Praga e Israele furono: Franz Kafka, che era stato suo compagno di scuola, il filosofo Felix Weltsch, che poi anche ha lavorato alla Libreria dell'Università di Gerusalemme e Max Brod, che egli stesso introdusse al Sionismo già prima del 1910.


venerdì 4 luglio 2014

Teglio, in Valtellina

 
 

In Valtellina, a Teglio, sorge, nell'omonima vallata, il palazzo Besta.
Il nome "teglio" deriva dal nome Tyllin, dio celtico della forza, lo stesso che nell'Olimpo greco diventa Heracles e in quello romano Eracle. E non a caso anche il nome Besta ha un significato non lontano dal concetto di forza, questa volta nel senso di "primo", in quanto forte, e dunque il migliore: "besta" deriva dall'espressione inglese "the best", che in olandese è "het beste" e in tedesco "das beste". I Besta apparvero nella vallata durante il medioevo, molto probabilmente intorno al 1000, ed alcuni dicono che provenissero appunto dall'Inghilterra, altri dall'Olanda, altri ancora da qualche paese della Germania. Qualunque sia stata la loro origine, essi, fin dall'inizio, furono associati all'idea di uomini forti e capaci; oculati nella valutazione di esseri e cose, si dice che sapessero scegliere le mogli giuste, insieme alle quali educavano i figli, numerosi, e amministravano in modo assai fruttuoso i beni di famiglia. Si dice anche che proprio per queste loro rare qualità, essi, in breve, seppero conquistarsi la fiducia e la stima dell'arcivescovo di Milano, che proprio in virtù dei "grandi servizi resi dalla famiglia con prontezza e fedeltà alla causa della Chiesa", volle affidar loro la gestione delle sue proprietà in Teglio e questo, certo, contribuì non poco a far sì che essi si conquistassero presto il predominio tra le nobili famiglie, soppiantando ogni altro rivale. Non che per i Besta la cosa sia stata facile, anche perché l'ambiente di Teglio si distingueva per l'irrequietezza delle sue diverse fazioni: persino dal punto di vista religioso: quelli in alto che frequentavano la chiesa di San Lorenzo e quelli in basso che si recavano in quella di San Pietro e gli uni e gli altri, entrambi, erano soggetti alle assai severe regole del luogo, per cui chi non onorava le feste e chi non mandava i rappresentanti della propria famiglia alle processioni pagava una multa e chi sfregiava un'immagine sacra o bestemmiava era punito con dure pene corporali, se non avesse pagato l'ammenda.
Teglio si trovava in una posizione strategica, in cima ad un altopiano, che strapiomba per un settecento metri fino alla valle del fiume Adda. Questa posizione che da una parte l'ha resa pressoché inespugnabile data la pendenza da vertigine che avrebbe dovuto affrontare l'invasore sotto il tiro della difesa, dall'altra non l'ha isolata, impedendole di diventare, come di fatto divenne, un centro di comunicazione stradale e un nodo commerciale molto importante; infatti i traffici e gli scambi con la Svizzera, l'Austria, la Germania, fino al Mar del Nord furono intensi. Dal Nord Europa affluivano pellami, ambra grezza, coloranti, prodotti di oreficeria; dal sud tessuti preziosi, vetrerie, armi, sale, vino... La mitezza del clima e la buona terra dell'altipiano le ha sempre consentito coltivazioni quali campi di orzo saraceno, di orzo, di segala. Le vigne cariche d'uva, i frutteti, il bestiame nutrito sui pascoli delle verdi pendici, la legna abbondante per cucinare scaldarsi e costruire, proveniente dai fitti boschi di castagni e di noci, di pini e di abeti... e le ricche miniere di ferro e d'argento sull'opposto versante, quello delle Orobie.... l'acqua abbondante dei torrenti che azionava le pale dei mulini e l'Adda vicino, pescosissimo.... Questa era Teglio. Ci si spiega allora come mai, oggi, questo piccolo borgo di montagna conservi una singolare impronta di aristocrazia, come mai il palazzo della nobile famiglia Besta, con le sue architetture, le sue sculture, i suoi dipinti ... costituisca una delle più ragguardevoli testimonianze della più raffinata cultura rinascimentale.
Di fatto, nel mondo di allora, Teglio rappresentava un rifugio sicuro e un investimento promettente per ogni famiglia nobile! Ma questo fatto può essere considerato solo come un buon inizio e, senza una buona amministrazione ed un'apertura culturale, non sarebbe stato suficiente ad assicurare la formazione di un così prezioso patrimonio artistico, quale ancor oggi si offre allo sguardo del visitatore.
Dopo che i Besta ebbero acquisito i considerevoli privilegi economici di cui sopra, grazie soprattutto al patrimonio dell'arcivescovo di Milano, essi ottennero, in breve, anche dei ragguardevoli privilegi politici. Dal 1480 Azzo I Besta fu vicario del podestà e pertanto ebbe vasti poteri civili e militari, che esercitò con fermezza. Seppe mantenere l'ordine pubblico avvalendosi di leggi severissime: dazi, prigioni, boia, gogna.... a chi giungesse per la prima volta a Teglio erano le prime cose che si imponevano alla sua attenzione. E guai sia all'uomo che si fosse macchiato di adulterio, ché la sua testa sarebbe caduta sotto la lama del boia sia alla donna adultera, ché sarebbe stata fatta affogare nella fontana dinanzi alla folla.
Nelle terre in cui ricchezza ed ordine erano ormai assicurati, il destino volle che nascesse l'uomo idoneo a far sorgere e a far sviluppare cultura, arte e letteratura, filosofia e scienze. Infatti, alla morte di Azzo I, il figlioletto Azzo II, troppo piccolo per governare, fu educato dal secondo marito della madre, Andrea Guicciardi. Ippolita aveva sposato l'uomo che lo stesso Azzo I aveva scelto come suo consulente, proprio per le sue eccellenti qualità. Coltissimo, Andrea Guicciardi, si era laureato all'università di Pavia in lettere e in medicina e in queste materie mantenne sempre la cattedra fino a che divenne rettore della medesima università. Fedele e competente, egli univa alla sua grande cultura le sue naturali virtù di uomo onesto e leale. Il piccolo Azzo II ebbe la fortuna di trovare in lui un pregevolissimo precettore ed un padre attento, amabile ed affettuoso. Da lui, il piccolo ricevette la passione per gli studi e il nobile piacere della frequentazione di ingegni ed artisti tra i più eminenti del tempo.
Azzo ordina architetture sculture dipinti che siano "il meglio"! proprio come il nome che porta!
E già nel portale il fregio col suo "Novit paucos secura quies" rende manifeste le ragioni delle sue scelte, le scelte di chi ha la serena certezza che una dimensione intellettuale superiore è un privilegio che a pochi è concesso. Infatti è nei bassorilievi del portale che sono scolpiti i simboli antichi di una conoscenza superiore, i simboli di una tradizione esoterica che dall'antico induismo arriva all'esoterismo cristiano, attraverso quello celtico, quali: la Fenice, il Pellicano, il Trigramma cristico, la ruota universale.
Da questa prima "rappresentazione" di una conoscenza superiore si passa nel cortile, dove le pareti sono affrescate da scene dell'Eneide. Il cortile ha dimensioni ad quadratum del tipo indicato da Filarete, Vitruvio e Leon Battista Alberti.
Da qui si passa al "piano nobile": il salone d'onore affrescato con scene dell'Orlando Furioso. In un'altra sala le storie bibliche della Creazione, in una quarta quelle tratte dalle Metamorfosi e infine un'altra sala ancora con affreschi che ritraggono scene di vita dell'antica Roma. Non c'è uno spazio che non contenga figure bibliche o mitologiche, scritte latine o ritratti, allegorie o altro.
Azzo I e i suoi successori sembra che abbiano voluto, attraverso questi affreschi, definire un programma. C'è chi dice che gli affreschi di palazzo Besta sono come una biblioteca ben ordinata di testi il cui significato tutti conoscono ma fingono di non sapere, c'è chi si esprime ancor più chiaramente e parla di significati esoterici connessi con gli affreschi del palazzo, ipotizzando che figure enigmatiche quali quelle della Fedeltà, delle due ruote, delle sfere armillari , del mago bianco identificato nello stesso Azzo II...siano figure scelte per la meditazione. Sebbene i signori di Besta non siano stati Federico II di Svevia, sebbene Teglio non fosse Castel del Monte e i tempi fossero diversi, si dà per certo che il luogo abbia accolto spiriti eletti dediti a studi esoterici.
Ma più tardi il luogo ha attraversato periodi molto difficili come quando finì soggetto ad un’amministrazione grigionese di religione calvinista che si dimostrò dura a tal punto da generare una sollevazione, che divenne presto una vera feroce rivolta in tutta la Valtellina. In quell’occasione persino uno dei Besta, Azzo IV si rese autore di un fatto gravissimo: irruppe nella chiesa di Sant’Orsola e uccise il pastore mentre stava predicando. Fu l’inizio di un orrendo massacro: uomini, donne e bambini cercarono scampo nel campanile, ma la chiesa fu data alle fiamme e morirono tutti. Era il 19 luglio del 1618. L’evento criminoso è passato alla storia sotto il nome di Sacro Macello. Ma l’aggettivo “sacro” in questo caso è certo molto inadeguato!
Purtroppo questo fu il primo gravemente triste episodio di un lungo periodo di violenze e di dolore, tanto che gli abitanti decisero di offrirsi di nuovo ai Grigioni per ritrovare la pace. E’ difficile credere a tutto questo arrivando a Teglio e soprattutto visitando le bellezze artistiche del palazzo. La chiesa sant’Orsola non esiste più, ma gli abitanti ne raccontano ancora la tragica storia.

© rosalia de vecchi


 
 

Bovino: piccola perla medievale







castello di Bovino


facciata del duomo di santa Maria Assunta

Bovino: piccola perla medievale

Bovino, in Puglia, al centro della "Selva nera" pugliese, in quel vallo stretto e lungo un tempo non molto lontano popolato da una moltitudine di audaci e feroci briganti, del cui ardimento canta nei suoi tanti melodiosi canti la poesia popolare, Bovino, che vide uomini non soggetti alle leggi dormire sotto un albero con un coltello tra i denti e un fucile tra le gambe, che ascoltò i sussurri e i sospiri di donne appassionate e innamorate, che osservò carovane di uomini e di merci passare attraverso la via consolare, Bovino, che tante volte distrutta e rasa al suolo fu riedificata e risorse, oggi è, piccolissimo mucchio di case, scrigno di memorie passate, di cui conserva le cose migliori.
I Romani, durante le guerre sannitiche, la sconfissero e la demolirono nel 318 a. C.. Poi la ricostruirono. Ma nel 663 Costante II, imperatore d'Oriente, venutovi per cacciar via i Longobardi, la mise di nuovo a ferro e a fuoco ; più tardi i Saraceni, nel 972, l'incendiarono. Ottone I di Sassonia l'assediò e ne distrusse l'acquedotto romano. Nel 1045 Drogone il Normanno la rase al suolo e che si dice che non ne abbia lasciato in piedi nemmeno un muro. Ungaretti dovette attendere la grande guerra per dire: Di queste case/ Non è rimasto/ Che qualche/ Brandello di muro/....Bovino, solo all'inizio del primo millennio, aveva conosciuto già due volte la distruzione totale, l'annientamento. Ma, come la Fenice risorge dalla cenere, Bovino risorse un'altra volta, già bella e pronta a farsi devastare ancora altre volte: nel 1456 dal terremoto, nel 1528 dal francese Odet de Foiz visconte di Lautrec, nel 1656 dalla peste, nel 1851 da un altro terremoto. Oggi, a 647 metri di altezza, Bovino gode di un'estesa veduta della Puglia fino all'Adriatico. E' l'antichissima Vibinum fondata dai Romani 1184 anni avanti Cristo, che Plinio e Polibio ricordano come municipio elegante e prestigioso, con i suoi templi, il suo acquedotto, le sue porte turrite, il suo forum e le sue terme, i monumenti e i suoi orti e giardini. Oggi Bovino ospita il più antico esempio di romanico - pugliese: la cattedrale, ossia il duomo di Maria Assunta, che, ora monumento nazionale, fu costruita nel 905, con elementi bizantini e sovrapposizioni gotiche. Tre navate suddivise tra loro in gran parte con pezzi di recupero. Tipico sistema di riorganizzare strutture preesistenti dell'epoca del risveglio intorno al 1000! La facciata asimmetrica fu aggiunta nel 1231, con il protome, ossia la decorazione a forma di testa bovina che è simbolo dell'evangelista Luca.

Un altro tesoro di Bovino è il castello, fatto erigere dallo stesso Drogone che aveva assediato e distrutto il luogo. Ampliato poi da Federico II, nel 1600 esso ospitò i duchi Gonzaga e più tardi passò ai duchi Guevara che per tre secoli finalmente assicurarono a Bovino tanto provata un periodo di pace, proprio quando il resto della penisola italiana fu maggiormente sconvolta dall'avvicendarsi di dominatori.

I duchi Guevara, illustre famiglia di Spagna,ospitarono nel loro "imponente e magnifico" castello capi di governo, esponenti di famiglie reali, alti prelati ecclesiastici. Essi stessi ricevettero molte importanti cariche pubbliche e costruirono palazzi, biblioteche, ponti e stazioni postali. Nel 1651, Giovanni, quinto duca di Bovino, fece costruire una biblioteca così grande e piena di testi preziosi da venir considerata la prima biblioteca del regno delle due Sicilie. E nella cappella del castello venne posta la "Spina santa", ossia, si dice, una spina della corona che cinse il capo di Gesù e questo aggiunse grandissima importanza al castello. Nel castello trovarono ospitalità personaggi illustri quali Manfredi, Torquato Tasso, Luigi Vanvitelli , Giovanni Battista Marino, Maria Teresa d'Austria.
Quando, con la riunificazione del Regno D'Italia, i problemi connessi con la riorganizzazione e l'amministrazione del territorio unito diede luogo a fenomeni di grave peso storico quali il brigantaggio, la famiglia ducale, nel giro di una decina d'anni, finì per consumare ogni suo ultimo residuo di aristocratico lustro e di memorie di antiche gesta e spentosi anche, nell'orrida gola tra i monti, l'ardore dei briganti e delle loro donne appassionate, anche Bovino, l'ultima volta ricordata, e immortalata, in una novella di Giovanni Verga, scomparve lentamente nel ricordo dei più.
Con i suoi viottoli stretti e lunghi e i suoi ripidi scalini, in mezzo ai castagni, ai pioppi ed agli ulivi, senza più tutti quelli tra i suoi figli costretti ad emigrare, memore dei suoi trascorsi tragici ma anche delle sue grandezze, Bovino, "silenziosa, linda e pacata nelle sue casette bianche con i tetti grigi", come la racconta l'archeologo Nino Lavermicocca, è da questi detta : Urbino del Sud.

© rosalia devecchi


 



vita socioeconomica inglese nel '500/600


alcuni aspetti della vita socioeconomica inglese nel periodo di fine cinquecento e prima metà del seicento

 

Intorno al 1581 la popolazione inglese ammontava all' incirca a cinque milioni di individui. La maggior parte era dedita all'agricoltura: per lo più erano mezzadri e, date le crescenti recinzioni effettuate dai comuni, anche, per un buon numero, piccoli proprietari terrieri. Le recinzioni favorivano l'uso e la diffusione di nuove tecniche agricole, quali via via vennero scoperte ed inventate, e miglioravano la produzione agricola, dando luogo sia all'arricchimento dei grandi proprietari terrieri che alla formazione di una nuova classe di piccoli proprietari. Ma, sebbene la schiavitù della plebe fosse stata debellata, si andò gradualmente delineando un'altra forma di miseria e di schiavitù: quella che avrebbe dato luogo più tardi, con l'impiego della macchina a vapore e il fenomeno dell'industrializzazione, alla formazione di un miserevole proletariato urbano. Infatti la recensione delle campagne inglesi generò una trasformazione radicale del paesaggio agricolo, quale due secoli più tardi doveva ispirare i " Campi di grano" a Constable e a suggerire a Turner le suggestioni romantiche di atmosfere di nebbia e vapori esalanti dal suolo in cerca di una spiritualità latente nella natura, ma nel contempo determinò anche la sparizione delle terre di uso pubblico, di cui i contadini più poveri si servivano per il pascolo o per ricavarne legna da ardere, castagne per nutrirsi con le loro famiglie, ghiande per alimentare il loro bestiame. Privati così dei loro secolari diritti, che assicuravano loro gli alimenti fondamentali per la sopravvivenza, i contadini più poveri, che non potevano permetttersi di acquistare nessun pezzo di terra tra quelli messi in vendita dallo Stato pur se a prezzi vantagggiosi, furono spinti a lavorare per i grandi proprietari terrieri e, con la nascita dei primi centri urbani industrializzati , a emigrare in citttà in cerca di lavoro, specialmente quando più tardi il diffondersi dei macchinari agricoli diminuì la necessità di manodopera nelle campagne.
Tranne Londra, le città erano ancora piccole. Bristol, per esempio, contava appena ventimila abitanti. E Londra, fondata anch'essa come la maggior parte delle importanti capitali e città europee dai Romani, nel XVI secolo, possedeva delle belle case con giardino, colme di fiori colorati, che William Shakespeare amò elencare. Esse erano ben riscaldate a legna e alcune già a carbone, poiché ( forse a causa delle recinsioni?...) il prezzo della legna stava salendo alle stelle. Il carbone ora era così richiesto che i proprietari terrieri si affrettavano a scandagliare il sottosuolo delle loro terre nella speranza di trovarne dei giacimenti. Elisabetta I , però, proibì l'uso del carbone a Londra. - Ci si rammarica, oggi, che non sia stata ubbidita come ci si aspettava, dal momento che ci piace immaginare come sarebbe Londra senza lo smok! -
Il cresciuto spirito mercantile aveva reso Londra uno dei più floridi centri commerciali del mondo. Le strade non illuminate risplendevano di prodotti, erano gremite di uomini d'affari e di trafficanti di vario genere. Si potevano vedere uomini che contavano soldi sui gradini d'un palazzo o su un pilastro della strada, carretti e carrozze viaggiavano per le vie strette e sul Tamigi chiatte e traghetti trasportavano merci. Nei quartieri meridionali teatri, taverne e carceri; nei quartieri a nord monarchi e nobili mercanti e uomini d'affari...
In questa città, nel periodo esaminato, affluivano tecnici tedeschi, le cui prestazioni erano richieste per ammodernare gli apparati industriali che andavano difffondendosi nella lavorazione dei metalli e nell''estrazione dei minerali. E in quel medesimo periodo giocò un ruolo importante anche l'immigrazione di esuli pere ragioni politiche e/o religiose dai Paesi Bassi e dalla Francia. I primi, per lo più tessitori e frollatori , contribuirono notevolmente alla creazione di laboratori tessili, gli altri, Ugonotti, portarono l'esperienza e i mezzi nuovi relativi all'artigianato e all'industria mercantile. Ne frattempo, in quello stesso periodo, e per l'esattezza nel 1589, il curato di Calverton, William Lee, ideava il primo "telaio per calze", un telaio meccanico fornito di numerosi piccoli aghi che, infilandosi in altrettante asole, erano capaci di effettuare in un solo colpo una fila completa di punti. L'inglese geniale e sfortunato, laureato a Cambridge, ebbe rifiutato il brevetto da Elisabetta e dovette cercare fortuna in Francia, dove riuscì ad ottenerlo da Enrico IV. Fu il fratello che dopo la sua morte portò il telaio in Inghilterra e impiantò due laboratori : uno a Londra ed uno a Notthingham.
Le trasformazioni e i cambiamenti nelle attività agricole ed industriali permisero la formazione di accumulo dei primi grandi capitali, considerando anche l'apporto etico-ideologico da parte dei nuovi gruppi religiosi che, dopo la Riforma, pur distinguendosi tra loro per l'individualismo delle proprie scelte e dell' interpretazione dei Vangeli oltre che per ragioni di ordine economico-politico, ebbero, tutti in comune, sia pure in diverso grado, la laboriosità, la serietà della vita, il disdegno del lusso e il forte senso del risparmio. Si può dire infatti che il capitalismo nasceva in famiglia: tutti lavoravano: padre madre figli..... Il " sistema familiare" durerà fino al XVIII secolo, quando alcune famiglie si eleveranno a posizioni di ricchezza ed altre, più sfortunate, decadranno a misero proletariato in seguito agli sconvolgimenti dovuti all'introduzione della macchina a vapore e il formarsi di nuovi agglomerati industriali, dove si concentreranno tutte o quasi tutte le attività industriali inglesi. Nei tempi presi in esame, invece, si può dire che ogni casa era come una piccola fabbrica in miniatura: le donne filavano e tessevano lino, lana .... e poi confezionavano indumenti e capi di abbigliamento, ricamavano.... o raccoglievano erbe , le distillavano, preparavano medicamenti, profumi, liquori....
A quel tempo, le leggi promulgate dal governo avevano come scopo soprattutto il controllo da parte dello stesso, affinchè fosse messo a bando dal territorio inglese ogni forma di incompetenza e di oziosità. I giovani erano fatti confluire nelle scuole di apprendistato e comunque tenuti rigorosamente attivi, poiché (noi apprezziamo e condividiamo totalmente questo principio) "sin quando un uomo non raggiunge i ventitré anni, egli è per lo più, benché non sempre, indisciplinato, senza giudizio, e senza esperienza a governarsi da sé.".
Non vi era possibilità per un individuo al di sotto dei trent'anni di essere disoccupato, poiché lo stesso Stato provvedeva, qualora fosse senza occupazione, a fornirgliela obbligandolo però ad accetttare le sue scelte in merito. E nelle campagne tutti gli uomini al di sotto dei sessant'anni dovevano partecipare almeno ai lavori relativi alla mietitura.
Nessun padrone poteva permettersi di licenziare senza motivo i suoi dipendenti, altrimenti dovevano pagare un'ammenda, né i lavorattori potevano lasciare il posto di lavoro pena la prigione. La giornata lavorativa era fissata a 12 ore e non era consentito alcun tipo di sciopero.
Di fatto l'insieme della leggi che regolavano il lavoro aveva come scopo principale la difesa dei datori di lavoro, dell'agricoltura e dello Stato, questo contro la rivolta sociale.
E mentre già nei sobborghi di Londra si raccoglieva una crescente massa di miseri, accatttoni e delinquentelli causa la stessa miseria, il governo riteneva di salvarli dalla fame adottando delle leggi che fossero il più possibile umane ma che di fatto non operarono mai alcun mutamento radicale, costringendo, come sempre, a ricorrere alla carità e alla generosità di pochi o delle parrocchie e delle associazioni umanitarie.
A quel tempo un'attività ritenuta di grande importanza era la pesca. Un paese dedito ai traffici sui mari e risoluto fin da allora a costruire un impero commerciale non poteva infatti ignorare di incoraggiare la pesca quale attività idonea ad abituare gli uomini alla marineria e anche a fornire una buona riserva per la stessa marina militare, per cui l'anglicana Elisabetta non esitò a voler "onorare" la Chiesa Cattolica seguendo uno dei suoi precetti che ritenne infatti molto utile alla sua causa ed ordinò al popolo inglese di non mangiar carne due giorni alla settimana e in quelli stabiliti nel periodo della Quaresima.


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William Turner, Pioggia vapore e velocità, 1844
 

giovedì 3 luglio 2014

Francisca di Braganza

 
 
 
 
 
 

Francesca di Bragranza, in un ritratto di Franz Xaver Winterhalter, pittore tedesco che viaggiò per le città più prestigiose d’Europa, Parigi, Londra, Praga, Vienna, Mosca…, ambìto ritrattista dei regnanti; sono celebri, tra i numerosi ritratti da lui eseguiti, quelli di Luigi Filippo di Francia, della regina Vittoria, di Sissi e di Eugenia di Francia.

 
 
 
 
 
 
Francesca di Bragranza in un ritratto del pittore francese Ary Scheffer, uno dei più colti del XIX secolo, che volle dedicarsi alla realizzazione di una pittura che ottenesse una trasparenza della materia seppur sempre sensuale.
Ary Scheffer fu molto attratto dal mondo artistico di Shakespeare, Dante, Goethe; celebri di lui “Ombre di Francesca da Rimini e di Paolo Malatesta appaiono a Dante e Virgilio”.

 
 
Francesca di Bragranza in un ritratto del pittore tedesco Franz Xaver Winterhalter.
 

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Francisca Carolina Joana Carlota Leopoldina Romana Xavier de Paula Micaela Gabriela Rafaela Gonzaga de Bragança, nota come Francesca di Bragranza, donna di grande eleganza, bella e molto colta, amata ed ammirata dalla corte francese che la chiamò “La Belle Françoise”, infatti fu tra tutte le principesse la più popolare, nacque a Rio de Janeiro nell’agosto del 1824 dal’imperatore Pietro I del Brasile e dall’arciduchessa d’Austria, Maria Leopoldina d’Asburgo-Lorena, figlia dell’Imperatore del Sacro romano impero, Francesco II. Il nonno paterno era re Giovanni VI del Portogallo. Pertanto Francesca nacque infanta del Brasile e del Portogallo, ma il destino la fece principessa di Jonville, quale sposa dell’ammiraglio Francesco d'Orléans, figlio di quel Luigi Filippo d’Orleans divenuto “re dei Francesi”, - come volle egli stesso per sottolineare che doveva la corona alla volontà del popolo-, dopo le famose “Tre gloriose di Parigi” del luglio 1830.
La piccola Francesca, che perdette la madre all’età di non ancora tre anni e che poco tempo dopo dovette separarsi anche dal padre e dai fratelli che partirono con la seconda moglie di Pietro per Lisbona, ricevette un’educazione molto rigorosa ed accurata; possedeva tutte le qualità che si confanno ad una principessa, compreso il fascino della sua femminilità, quando il principe di Joinville la incontrò per la prima volta. Durante il viaggio verso l’isola di Sant’Elena, per recuperare le spoglie mortali di Napoleone da ricondurre in territorio francese, il figlio del re francese fece una sosta in Brasile e fu ricevuto da Pietro II. Pietro II, detto il Magnanimo, secondo ed ultimo imperatore del Brasile, era fratello di Francesca e fu così che i due principi si conobbero. Francesco d’Orléans, principe di Joinville, ritornato in Brasile, sposò Francesca nel maggio del 1843. Da questo matrimonio nacquero quattro figli, dei quali uno morto presto. La giovane principessa di Rio, trasferitasi alla corte francese, fu presto benvoluta da tutti e accolta con molto entusiasmo per le sue rare qualità. Le barricate del ’48 costrinsero gli Orléans all’abbandono del potere e della reggia e l’avvento della Repubblica li costrinse all’esilio. Ma Francesca, la cui personalità decisa e combattiva rivelava le sue migliori risorse nei momenti di maggiore crisi, fu tanto abile da negoziare a suo favore la fuga della propria famiglia. Dall’esilio si tenne costantemente in contatto per via epistolare col fratello Pietro, con il quale sempre ebbe un rapporto di grande affetto e molte affinità; lui la chiamava “Mana chica”. Le ristrettezze economiche connesse con la mutata situazione la indussero a vendere una parte della sua dote: le terre di Santa Caterina. Esse, che furono vendute alla Companhia Colonizadora Alemã, divennero l’attuale Joinville, prima Colonia Dona Francisca.
Francisca di Braganza morì a Parigi nel marzo 1898.
 
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martedì 1 luglio 2014

la mia sera

La mia sera

di Giovanni Pascoli



 


Nella poesia” La mia sera” Giovanni Pascoli descrive l’atmosfera di una serata dopo un temporale. Racconta dei rumori della natura: tra le ranelle impaurite dopo il temporale e i lampi rumorosi che hanno preceduto questa amabile pace.
In un certo senso il poeta sente la gioia arrivare verso di lui ed è molto contento che quei lampi e quegli scoppi lascino lo spazio alla pace della sera. Le stelle ora possono mostrarsi in mezzo a questo tenero e vivo cielo. Vicino alle ranelle si sente lo scorrere del ruscello. Di tutto quel rumore e quell’acre bufera restano solo piccole goccioline d’acqua come un pianto, nell’umida sera. Di quella interminabile tempesta rimane soltanto un fiume canterino e di quei fulmini nuvole tanto colorate da sembrare fatte di porpora e oro.
“O stanco dolore, riposa!” Questo è il verso che più fa pensare, perché il poeta sa di dover soffrire ancora e così fa riposare il suo dolore.
La nuvola scura che egli vedeva la mattina ora è diventata rosa. Le rondini volano intorno e si sentono gridi in questa calma sera. La fame sofferta nel giorno prolunga e fa più lieta la cena. Né gli uccellini nei nidi né il poeta ella sua vita si sono saziati: gli uccellini di cibo e il poeta di felicità.
Le voci della sera mi fanno venire sonno- dice il poeta- e mi sembra di tornar bambino , di essere nella culla dove dopo il suono delle parole di mia madre c’era il silenzio: perché era sera.

Commento:
Questa poesia è molto significativa e secondo me il poeta l’ha resa anche misteriosa. E’ a rima alternata, e il poeta Giovanni Pascoli in qualche modo la rende sua: per il “gra gra” delle ranelle o per il silenzio delle stelle? Non lo so, sarà forse per le sensazioni che fa provare o per i pensieri che suscita.
Giovanni Pascoli pensa alla sua vecchiaia e pensa che oltre alla tristezza potrà provare serenità e potrà riposare. Queste due cose le potrà trovare in campagna, dove l’aria è fresca e i profumi e i suoni sono più intensi. Ma nelle sue parole c’è anche un senso di incertezza e di paura; alla fine egli si rifugia nell’infanzia e si sente ancora bambino nella culla, al sicuro da tutto e da tutti e qui ritrova la calma e la tranquillità che aveva ormai perso.


A.D.
(un ragazzo di tredici anni)
 
 
Giovanni Pascoli, "La mia sera"


Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.



*

 
 

Nascita delle lingue moderne




Nell’anno 842, il 14 febbraio, i due nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, strinsero un patto di alleanza contro il terzo fratello, Lotario. Essi s’incontrarono a Strasburgo e qui stipularono il patto di alleanza noto come il Giuramento di Strasburgo, (Sacramentā Argentariae in latino) che fu pronunciato dai due re e poi dai loro rispettivi eserciti non in latino, come si era fatto fino a quel momento, ma nelle due lingue che gli eserciti erano veramente in grado di comprendere: in lingua romanza, cioè in francese (Ludovico il Germanico) e in lingua”teudisca”, cioè tedesca (Carlo il Calvo). Entrambi i re, per essere compresi, scelsero, dunque, di pronunciare il giuramento nella lingua parlata dall’esercito del fratello.
Il Giuramento di Strasburgo è il più antico documento esistente redatto in lingua francese e tedesca. Esso segna una svolta e la sua è una data storica di fondamentale importanza, proprio
perché è la prima volta che un atto pubblico viene redatto in lingue romanze (in volgare franco e in volgare germanico).
Oggi, a Parigi, nella
Bibliothèque nationale de France, è conservato il manoscritto dell’opera Historiae o De dissensionibus filiorum Ludovici pii, scritta in latino, - come si deduce ovviamente dal titolo -, dallo storico Nitardo, nipote dello stesso Carlo Magno; in quest’opera, nella quale Nitardo racconta le lotte tra i figli di Ludovico il Pio, egli, che pare sia stato presente al Giuramento e dunque può essere considerato un testimone di questo importantissimo evento, , riporta le formule di giuramento nelle lingue effettivamente usate dai due re e i rispettivi eserciti.

Versione francese: Pro deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d'ist di in avant, in quant deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in adiudha, et in cadhuna cosa, sicum om per dreit son fradra salvar dift. In o quid il mi altresi fazet. Et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai qui meon fradre Karle in damno sit.

Versione teudisca:In Godes minna ind in thes christianes folches ind unser bedhero gehaltnissi, fon thesemo dage frammordes, so fram so mir Got gewizoi indi mahd furgibit, so haldih thesan minan bruodher, soso man mit rehtu sinan bruher scal, in thin thaz er mig so sama duo, indi mit Ludheren in nohheiniu thing ne geganga, the, minan willon, imo ce scadhen werhen

Traduzione in italiano:
Per amore verso Dio e per il popolo cristiano e per la nostra comune salvezza, da questo giorno in avanti, in quanto Dio mi concederà di sapere e potere, io proteggerò mio fratello (Carlo) con il mio aiuto ed in qualsiasi cosa, come secondo giustizia di deve fare col proprio fratello, purché egli faccia altrettanto con me. E con Lotario non prenderò nessun accordo che possa recare danno a mio fratello (Carlo).
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