domenica 29 giugno 2014

ida pfeiffer, una delle prime donne esploratrici.


 
 
Nacque a Vienna il 14 ottobre del 1797. Fu una delle prime donne esploratrici.

Fin da bambina ebbe un grande desiderio di vedere il mondo e sognava di viaggiare. Leggeva, leggeva…. e giocava con i suoi cinque fratelli i giochi scatenati dei maschi, vestendo anche lei abiti maschili, perché suo padre l’amava e la  trattava nello stesso modo in cui trattava i suoi fratelli. A soli nove anni dovette affrontare il grande dolore della morte prematura del padre. A diciassette la madre la convinse ad assumere abitudini femminili e volle curare la sua educazione, facendole dare lezioni di pianoforte; nacque un amore tra lei ed il suo maestro, ma la madre impedì il loro matrimonio cui era contraria; invece a ventidue anni la indusse a fare un matrimonio di convenienza con un vedovo di vari anni più vecchio di lei, dal quale ebbe due figli e dal quale in seguito si separò. Funzionario dello Stato, l’uomo che Ida aveva sposato, ad un dato momento, perse il posto e lei dovette dare lezioni di pianoforte e di disegno per poter contribuire al mantenimento della famiglia e alle spese di casa; nel frattempo i suoi fratelli si prendevano cura dei suoi figli e provvedevano alle spese scolastiche. Ma quando i figli furono cresciuti e quando in seguito alla morte della madre poté disporre di una discreta somma di denaro, che aveva ricevuta come eredità materna, Ida cominciò a viaggiare per il mondo, realizzando finalmente i suoi “antichi” desideri. Studiò le lingue, le mappe geografiche, si informò sulla natura delle piante e sul modo di conservarle….

Intraprese cinque lunghi viaggi, dimostrando grande coraggio e  resistenza alle fatiche… osservò ogni cosa, condivise momenti di vita con gli indigeni che incontrava nelle varie terre visitate e si muoveva da un luogo all’altro con gli stessi loro mezzi di trasporto. Decise di dare inizio al suo primo “giro del mondo” dalla Terra Santa, e dato che lei stessa si rendeva conto dell’ “ardimento” dell’impresa, lasciò, prima di partire, le sue volontà testamentarie.

Ida ha viaggiato lungo il Danubio fino al Mar Nero, fino a Costantinopoli, in Palestina, a Gerusalemme, in Egitto, dove ha visitato le Piramidi di Giza e la Sfinge e dove ha imparato a cavalcare un dromedario; poi in Italia e in altri paesi europei come l’Islanda della quale si lamentava per la gente grezza ed il cibo fatto essenzialmente di polenta e di pesce e dalla quale, però, ha portato campioni di piante e rocce che pare abbia poi venduto a dei musei.

Nel 1846 si recò in Brasile, di cui tanto aveva sentito decantare le bellezze e  dove invece trovò povertà e guerre civili; volle anche recarsi nella foresta pluviale per conoscere le condizioni di vita degli indigeni, ma mentre  la foresta pluviale le parve molto bella, gli indigeni , cedendo anche ai pregiudizi del suo tempo, le parvero troppo primitivi. E dal Brasile proseguì verso il Cile e d altri paesi sudamericani.

Poi si volse verso Oriente: Tahiti, la Cina, l’India, la Persia, la Grecia. A Tahiti fu colpita dalla libertà del comportamento sessuale delle donne, a Canton fu ricevuta dal biologo Louis Agassiz che lavorava ad una spedizione scientifica. Di questi paesi, l’India la sentì più a lei congeniale. In Iraq, allora Mesopotamia, viaggiò per trecento miglia nel deserto insieme ad una carovana di cammelli. Quando incontrò il console britannico, lo stupì, perché egli non si sarebbe mai aspettato di vedere in quei luoghi viaggiare una donna da sola. Spesso Ida  indossava abiti maschili e, mescolata tra la folla, se ne andava in giro ad osservare il comportamento delle popolazioni. Ma, se da una parte Ida dimostrava grande coraggio ed intraprendenza, ponendosi anche in una posizione emancipata di “pionierismo femminile” nel campo delle esplorazioni geografiche, dall’altra talora, ma solo talora, si manifestava ancora legata ai pregiudizi di stampo occidentale quando esprimeva impressioni negative sulle genti che incontrava, come se, abile nel saper organizzare percorsi ed itinerari persino arditi, fosse ancora impacciata nei pensieri e nelle intuizioni su suoi simili di altre latitudini, anche se, bisogna riconoscere che sarebbe difficile a chiunque ancora oggi giudicare un segno di emancipazione  il rituale dei cacciatori di testa o dei cannibali! Eppure proprio sui cacciatori di teste, la tribù dei Dyak, Ida esprime un giudizio positivo, dichiarando che, malgrado il brivido provato al loro cospetto, avrebbe voluto restare più a lungo con loro, per conoscerli meglio e che erano di fatto uomini leali ed onesti. Poi aggiunge anche una riflessione sugli Europei chiedendosi: forse che noi Europei siamo più buoni e meno cattivi con la nostra storia di tradimenti ed orrendi omicidi? Ciò è riferito ad una tappa del suo secondo viaggio intorno al mondo, che la portò in Inghilterra, a Londra e poi in Sud Africa, a Città del Capo e  a Singapore nel Borneo, dove, appunto, nonostante gli avvertimenti, volle visitare la tribù Dyak, nota per la pratica del rituale di caccia alle teste. Ma il pericolo più grande che Ida dovette affrontare nel suo passare da tribù in tribù fu quando a Sumatra, tra i cannibali Batak rischiò il taglio della testa e di questo momento  racconta di essersela cavata con la battuta: “la mia testa è troppo vecchia e dura per essere mangiata”, cosa che sembra abbia fatto colpo sul vecchio saggio della tribù, che, divertito della battuta,  la volle lasciar libera. Ida fu la prima donna ad essersi inoltrata nella giungla, la prima ad aver avvicinato i Batak  e ad averne dato notizie. Australia e poi  America settentrionale e di nuovo altre terre dell’America  meridionale… tanti luoghi… l’Europa con la Russia e i paesi scandinavi…. Ida si recò si può dire dappertutto! In Madagascar fu ricevuta cordialmente dalla regina Ranavalona, ma fu poi coinvolta  involontariamente nel tentativo di colpo di stato nei suoi confronti ed espulsa con gli altri Europei, ma fu in Madagascar che Ida contrasse la malattia che poco dopo doveva portarla alla morte: morì a Vienna nel 1858.

Raccontò le esperienze vissute nei suoi lunghi viaggi attraverso il mondo in 13 volumi di diari, tradotti in sette lingue. Ogni notte scriveva a matita il resoconto della giornata trascorsa. Il suo diario venne pubblicato in Austria nel 1846;  in Inghilterra nel 1852. Scrisse anche sui suoi viaggi in Islanda Svezia e Norvegia ed ottenne una vasta popolarità. Fu membro della Società Geografica di Berlino e di quella di Parigi, ma non della Reale Società di Londra a cagione del suo sesso!

© rosalia de vecchi

 


Olympe de Gouges









"Uomo, sei capace d’essere giusto? E’ una donna che ti pone la domanda ; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza ; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. ...
 
 
 



"Annuncio a chi mi calunnia" di Olympe de Gouges

In fatto di politica, ho soltanto delle nozioni elementari; ma mi sembra che in questo frangente non serva citare Montesquieu o Jean-Jacques Rousseau, né creare nuove leggi: bisogna invece consolidarle, bandire gli abusi e saldare il debito nazionale .Questa è la materia da trattare, a mio avviso: su questo la Nazione deve prendersi il tempo per deliberare. Quale cattivo genio vi si oppone? Quale serpente velenoso morde i cuori?Quale leone ruggente infiamma le menti? Quale demone furioso sta provocando questo fermento generale?Non c’è più riposo né speranza: prepariamoci a massacrarci l’un l’altro. Se la mia fievole voce potesse risuonare fino ai piedi del trono, se gli Stati Generali la udissero senza recriminare sul mio sesso, questa mia voce offrirebbe un mezzo semplice e salutare, un mezzo che avevo già proposto a parecchi deputati: cioè quello di sospendere le loro funzioni per un mese o poco più. La tregua darebbe agli animi esaltati il tempo di ritrovare la calma, di far nascere nuove riflessioni in provincia, e di attribuire ai deputati nuovi poteri, più saggi e funzionali. Se invece gli Stati Generali si sciogliessero, state certi che in un istante l’allarme si diffonderebbe nel regno: tutto sarebbe perduto, e al secolo dell’egoismo seguirebbe il secolo della barbarie. Non riesco a crederci: la prosperità dei francesi è nelle mani degli Stati Generali, e quelli, se tra breve non si verificherà un ritorno di patriottismo, armeranno con i pugnali le mani dei francesi!Posate invece gli occhi su questo popolo infelice; tenete conto della costernazione del monarca e dell’avvilimento generale; tremate al pensiero dei mali innumerevoli che quei dissensi possono produrre. I miserabili allo stremo, uniti agli sbandati, attaccheranno alla cieca i tre ordini in tutta la Francia; e in quella spaventosa carneficina, la nazione rimpiangerà – troppo tardi! – di non aver riunito tutti gli interessi per il bene pubblico. Niente è più facile quanto esaltare gli animi,ma una volta che il fermento è al massimo, è quasi impossibile fermarne gli effetti. .... O francesi!O mia Nazione! Dovrò davvero rimpiangere di essere nata tra voi? No, un simile sentimento non può penetrarmi l’anima. Voglio convincervi e disarmare i miei nemici. E se non sarò io a godere di più fausti giorni, forse in futuro nella mia patria si citerà qualche passo delle mie povere produzioni; e si dirà: cosa avrebbe mai fatto, se fosse stata istruita?" - Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina 1791.
 

Questa personalità, che possiede tutti i requisiti per essere annoverata tra i "fautori" di Storia e il cui nome non appare nei testi scolastici né ha fino a poco tempo fa acquisito fama e notorietà, ché anzi pochi conoscono, questa donna, che la storiografia fino alla metà del XX secolo ha voluto ignorare e che storici come Thiers, Lamartine e Blanc preferirono definire "folle" per l'aver lei scelto di opporsi ad uomini come Robespierre e aver sostenuto fino alla fine la sua battaglia per la parità dei diritti, questa donna che non esitò nemmeno di fronte alla ghigliottina, oggi, soltanto oggi, è divenuta uno dei più eloquenti simboli della lotta per l'uguaglianza. L'evento della commemorazione dei duecento anni della Rivoluzione francese ha fornito l'occasione alla "memoria" di "fare memoria", per dirla col filosofo Courtine, e di "tentare di compiere oggi ciò che è stato fallito allora ". Nel 1981 lo storico e conferenziere francese Charles-Olivier Blanc ha pubblicato la sua prima opera importante, che è una biografia di Olympe de Gourges; con quest'opera egli contribuisce alla riabilitazione della figura di questa rivoluzionaria dall'intensa attività politica a favore dell'uguaglianza dei diritti delle donne e degli schiavi, che fu, anche lei, vittima del Terrore. Nel 1984 lo stesso autore, che approfondisce lo studio del periodo della rivoluzione come testimoniano i suoi tanti scritti -una dozzina- sull'argomento, pubblica una raccolta degli ultimin scritti dei condannati alla ghigliottina nel periodo che va dal 1793 al 1797, sotto il titolo di "Derniére Lettre, opera, tradotta in diverse lingue, che testimonia la mentalità del tempo e che potrebbe essere vista anche come una requisitoria contro le violenze del tempo. Egli, appoggiandosi infatti ai numerosi documenti del tempo presi in esame, smaschera i pregiudizi del tempo nei confronti di Olympe e, per la prima volta, recupera la verità sul suo tragico destino, suscitando vivo interesse tra gli studiosi in Francia e in Giappone ma anche in altri paesi e aprendo la strada a nuove interpretazioni che rivalutano l'opera inestimabile della rivoluzionaria, a tal punto che Pierre Sané, vicedirettore generale per le scienze sociali e umane dell’UNESCO, dichiara: "Drammaturga e libellista, ghigliottinata per aver denunciato le derive della Rivoluzione, Olympe de Gouges (1748-1793) fu fra i primi che reclamavano l’uguaglianza dei diritti per tutti i discriminati e gli sfruttati, come le donne e i Neri. Con la coerenza della sua riflessione e il suo inflessibile senso della giustizia si ostinò a scuotere una società che l’avrebbe preferita «ciò che la natura voleva ch’ella fosse». Storici e femministe si sforzano oggi di ripristinare la figura dimenticata di questa donna in anticipo sul suo tempo – e forse perfino sul nostro. ... Nel 1998 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione sui difensori dei diritti dell’uomo, che dà riconoscimento internazionale e legittimità agli individui che lottano per promuovere i diritti fondamentali. Considerando la molteplicità dei suoi convincimenti e la potenza della sua difesa dei diritti della persona, è poca cosa dire che de Gouges sarebbe pienamente qualificata per ricevere questo titolo. ... Olympe de Gouges riconosceva così che, se «la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente quello di salire alla tribuna» ... Olympe de Gouges milita anche contro la schiavitù, abolita dalla Prima Repubblica nel 1794, prima che fosse ristabilita da Napoleone otto anni più tardi. Dal 1788 de Gouges pubblica le sue Riflessioni sugli uomini negri, poi il Mercato dei Neri nel 1790 e La schiavitù dei Neri nel 1792. Impegnata in questa lotta, aderisce alla Società degli amici dei Neri, a fianco di Brissot de Warville, Condorcet o Lafayette. La causa delle donne, la causa dei neri, la causa degli oppressi in generale, queste sono le ammirevoli battaglie che Olympe de Gouges porta avanti. ... ". ( da Le monde Diplomatique – novembre 2008 ; traduzione dal francese di José F. Padova).
Scrittrice, autrice teatrale, ferventemente dedita alla politica, Olympe de Gouges si batté per la liberazione degli schiavi, per il divorzio, per i diritti degli orfani e delle madri nubili...né tollerò mai ingiustizie, tanto che, lei repubblicana, fu contro la condanna a morte di Luigi XVI e dichiarò che ne avrebbe voluto assumere in prima persona la difesa. Si chiamava, di fatto, Marie Gouze, poiché lei, figlia naturale del marchese Lefranc de Pompignan, uomo noto per le sue doti di letterato ma anche perché Presidente del Tibunale, fu allevata da Pierre Gouze, che era un macellaio. Nata il 7 maggio del 1748 nella regione di Montauban, come accadeva ai suoi tempi alla maggior parte delle giovinette, sposò a soli 16 anni; ebbe un figlio, ma già l'anno dopo rimase vedova. Da questo momento la sua vita sentimentale fu densa di incontri, a cominciare dal "coup de foudre" con Jacques Biétrix, che la condusse con sé a Parigi, dove cambiò il suo nome in Olympe de Gouges. Era bella e seducente e non mancò di corteggiatori né di ammiratori; tra la gente che frequentava vi erano molti scrittori ed anche dei filosofi. Anche lei cominciò a scrivere... un suo dramma dai marcati accenti polemici nei confronti della schiavitù fu rappresentato proprio nel 1879. Non esitò ad entrare nella vita politica e, assolutamente certa della parità dei diritti della donna estese e pubblicò, nel 1791, la "Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina".
"Uomo, sei capace d’essere giusto? E’ una donna che ti pone la domand ; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza ; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. ... " leggiamo nella sua dichiarazione. E nel preambolo: "Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, ... ". Ed ancora: "La Donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune." nell'Articolo I.
Una donna, come lei, per la lucidità e la coerenza del suo pensiero politico, che la induceva a rivendicare l’ammissione delle donne al diritto di cittadinanza e a femminile e a sollecitare la creazione di ateliers nazionali per i disoccupati, di una struttura articolata di protezione ospedaliera materna e infantile, di un sistema giudiziario che garantisse un sussidio alle vedove e il riconoscimento dei figli nati fuori del matrimonio, che la faveva continuamente balzare in primo piano per esprimersi su tutti i temi più importanti del pensiero sociale del tempo, dall’abolizione della pena di morte, all’eliminazione della schiavitù nelle colonie, dovette certamente infastidire non poco quelli che si sentirono inequivocabilmente oggetto delle sue lucide obiezioni e temevano i suoi slanci progettuali quali possibili trasformazioni vere della realtà sociale.
Non è ipotizzabile dunque poter pensare che Olympia avrebbe potuto evitare uno scontro frontale con Robespierre; fino alla fine tentò lei stessa di difendere le sue posizioni, ma in quei tempi in cui, come disse un contemporaneo alla condanna di Lavoisier, "oggi in pochi istanti cade una testa; ci vorranno centinaia di anni prima che ne nasca una uguale", la ghigliottina con la sua lama crudele ed implacabile poneva fine alla vita di uomini oscuri come , e forse anche di più, a quella di uomini giusti e onesti, indifferente, anzi ancor più ostile, alla superiorità morale e creativa di individui nati per promuovere il processo evolutivo dell'umanità, la condanna a morte giunse molto presto; nel 1793 Olympia fu condannata a morte, eliminata con accanimento magggiore poiché lei, dal "debol sesso" dimostrava di possedere vis politica e capacità non indifferenti di dare alla propria voce e alle parole tutta la forza della suo pensiero ben strutturato e connesso uinteramente con la dignità dell'etica.
 
 
 



 

lunedì 2 giugno 2014

scelta di poesie

Scelta di poesie


SE AVESS’IO
Alda Merini  
Se avess'io levità di una fanciulla
invece di codesto, torturato,
pesantissimo cuore e conoscessi
la purezza delle acque come fossi
entro raccolta in miti-sacrifici,
spoglierei questa insipida memoria
per immergermi in te, fatto mio uomo.
Io ti debbo i racconti piu fruttuosi
della mia terra che non dà mai spiga.
e ti debbo parole come l'ape
deve miele al suo fiore. Perchè t'amo
caro, da sempre, prima dell'inferno
prima del paradiso, prima ancora
che io fossi buttata nell'argilla
del mio pavido corpo. Amore mio
quanto pesante è adducerti il mio carro
che io guido nel giorno



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Afterglow

Sempre è commovente il tramonto
per indigente o sgargiante che sia,
ma più commovente ancora
è quel brillìo disperato e finale
che arrugginisce la pianura
quando il sole ultimo si è sprofondato.
Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,
quella allucinazione che impone allo spazio
l'unanime paura dell'ombra
e che cessa di colpo
quando notiamo la sua falsità,
come cessano i sogni
quando sappiamo di sognare.

Louis Borges

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C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita. 

È tutto in ordine dentro e attorno a lui. 

Per ogni cosa ha metodi e risposte.

È lesto a indovinare il chi il come il dove 

e a quale scopo.


Appone il timbro a verità assolute, 

getta i fatti superflui nel tritadocumenti, 

e le persone ignote 

dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve, 

non un attimo in più, 

perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita, 

lascia la postazione 

dalla porta prescritta.



A volte un po’ lo invidio - 

per fortuna mi passa.



Wislawa Szymborska




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Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell'umane tenebre, 

Fratello che t'immoli

Perennemente per riedificare

Umanamente l'uomo, 

Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, 
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi, 
D'un pianto solo mio non piango più, 
Ecco, Ti chiamo, Santo, 
Santo, Santo che soffri. 

Ungaretti





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Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto. Come se passeggiassi, dormo, ma sono sveglio. Come se dormissi, mi sveglio, e non mi appartengo. In fondo la vita è in se stessa una grande insonnia e c'è un lucido risveglio brusco in tutto quello che pensiamo e facciamo.
Fernando Pessoa
►♣◄ ♦♦♦ ►♣◄
Apri a chi non bussa alla tua porta
Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.
Fernando Pessoa


►♣◄ ♦♦♦ ►♣◄


non sto pensando a niente

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l'aria notturna,
fresca in confronto all'estate calda del giorno.
Che bello, non sto pensando a niente!
Non pensare a niente
è avere l'anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita...
Non sto pensando a niente.
E' come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente...

- Fernando Pessoa
►♣◄ ♦♦♦ ►♣◄
Il tuo nome ignoro. Il tuo profilo non ricordo.
Le tue parole dimenticai.
Era mattina, nebbia, era Dicembre,
Quando ti trovai e ti persi.
Sogno o rammento?

Non so. Era mattina e la nebbia
Nascondeva quello che c'era e quello che pensavo
Come un falso estremo rifugio
In nessuna parte del quale io stavo.
Sogno, prolisso e intero,
Ma, se tra i tasti la tua mano vagasse,
Così, spogliata dell'esser tua, io so                  
Che forse potrei trovare
Tra quello che non ho potuto incontrare
Quello che non troverò.
Ferdinando Pessoa
►♣◄  ♦♦♦  ►♣◄






Quem sonha mais?





Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c'è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?

Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?

La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?


Ferdinando Pessoa
►♣◄ ♦♦♦ ►♣◄

Quel che mi duole non è
Quello che c'è nel cuore
Ma quelle cose belle
Che mai esisteranno.

Sono le forme senza forma
Che passano senza che il dolore
Le possa conoscere,
O sognarle l'amore.

Come se la tristezza
Fosse albero e, una ad una,
Le sue foglie cadessero
Tra il sentiero e la bruma.
Ferdinando Pessoa
۞

  ♦♣♦  ♫●

Il sole dei vecchi
è un sole stanco.
Trema come una stella
e non si fa vedere,
ma solca le acque d'argento
Dei notturni favori
E tu che hai le mani piene
d'amore per i vecchi
Sappi che sono fanciulli

Attenti al loro pudore.



 

Alda Merini



♣♫ტ   ♦♣♦   ♫♣
A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.

Alda Merini
 da "La vita facile"
 ♣♫ტ   ♦♣♦   ♫♣
A Tutte le Donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
Alda Merini
♣♫ტ   ♦♣♦   ♫♣
 ۞




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 Sono una donna


Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi... /...
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Joumana Haddad


╬▒  ♦●●♦ ▒ ╬

"Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà
più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa
per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale:
l'umanità femminile. Questo progresso trasformerà l'esperienza
dell'amore, che ora è piena d'amore, la ...muterà dal fondo, la riplasmerà
in una relazione da essere umano a essere umano, non più da maschio a
femmina. E questo più umano amore somiglierà a quello che noi
faticosamente prepariamo, all'amore che in questo consiste, che due
solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda"
Rainer Maria Rilke

╬▒ ♦●●♦ ▒ ╬

Io non sono Io
Sono colui
che mi cammina accanto senza che io lo veda;
che, a volte, vedo,
e che, a volte, dimentico.
Colui che tace, sereno, quando parlo,
colui che perdona, dolce, quando odio,
colui che passeggia là dove non sono,
colui che resterà in piedi quando morirò.
Juan Ramón Jiménez





♫♫♦♣♦♫♫

Rimani

Rimani! Riposati accanto a me.
Non te ne andare.

Io ti veglierò. Io ti proteggerò.

Ti pentirai di tutto fuorchè d’essere venuto a me, liberamente, fieramente.
Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo;
non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.

Lo sai. Non vedo nella mia vita altro compagno, non vedo altra gioia

Rimani.
Riposati. Non temere di nulla.

Dormi stanotte sul mio cuore…

gabriele d'annunzio

♫ ♣♣ ♫


AMO TUTTO CIO' CHE E' STATO

Amo tutto ciò che è stato,

tutto quello che non è più,

il dolore che ormai non mi duole,

l'antica e erronea fede,

il passato che ha lasciato dolore,

quello che ha lasciato allegria

solo perché è stato, è volato

e oggi è già un altro giorno.

Fernando Pessoa ⚘️ ⚘️



lunedì 19 maggio 2014

Shelley in Italia



Shelley in Italia




 

  Quasi un paio di secoli fa il grande poeta inglese Percy Bysshe Shelley  giungeva a Milano con la moglie Mary, i due suoi  figlioletti , William di due Anni e Clara di sei mesi, con Claire Clairmont , sorellastra di Mary, che aveva con sé la piccola Allegra, nata da una sua relazione con il poeta Lord Byron, con la nurse svizzera e la domestica inglese, in fuga dalla sua Inghilterra, che lo biasimava per le sue vedute rivoluzionarie e con la certezza di poter trovare nel nostro paese un clima più “libero” e anche più salubre per la sua precaria salute fisica. La salute, però, era piuttosto un pretesto e di fatto i veri motivi di questo suo trasferimento  erano ben altri. Egli, che si era  dimostrato insofferente e ribelle e che si era dichiarato “ateo di professione” in un suo mordace libello, era incorso nelle ire del nobile padre che non gli perdonò mai la sua condotta anticonformista. Inoltre la sua dichiarazione di ateismo ed il suo mordace libello dal titolo “imprudente e sfacciato” di “Necessità dell’ateismo” gli era valsa l’espulsione dall’Università di Oxford. Lui, uno dei massimi poeti romantici e come tale profondamene pervaso di  un grande idealismo, lui che vedeva Dio in ogni cosa, un Dio non distante dall’uomo ma con lui in marcia verso l’evoluzione. Lui che nella parola cercava il magico potere di raggiungere l’invisibile, il mistero celato nelle cose! Magnifico poeta, che visse solo 32 anni! Ma il suo Prometeo liberato  e la Maschera dell’anarchia e l’Ode al vento di Ponente e A un’allodola…. lo resero immortale e lo  innalzarono a guida di alcuni dei più importanti poeti vittoriani, dei Preraffaelliti.... e, a volte, di alcuni dei nostri pensieri!

E’ anche vero che le sue teorie sul matrimonio, ch’egli considerava un intralcio al raggiungimento della felicità, non solo scandalizzavano una società irrigidita nei suoi pregiudizi ma, cosa più grave, spinsero al suicidio la sua prima giovanissima moglie Harriet Westbrook, ch’egli aveva sposato dopo una  fuga d’amore nonostante le sue idee e che presto aveva poi abbandonato per fuggire con Mary Wollstonecraft, figlia del filosofo William Godwin, autrice del romanzo Frankestein. Avendo poi ereditato dal nonno una rendita annua che gli consentiva di poter vivere più che dignitosamente e senza i debiti che aveva contratto in Inghilterra, si stabilì in una villa sul lago di Como. Qui Shelley  invitò il suo grande amico Byron, che non volendo incontrare Claire, preferì restare a Venezia, dove soggiornava e da dove invece mandò a prendere la piccola Allegra. Così, seguendo quell’impulso che voleva fargli trovare in Italia la “vita”, Shilley decise di dirigersi più a sud e si trasferì a Pisa. Pisa gli apparve spettrale, vuota e senza vita, pertanto si diresse verso Livorno, dove viveva una piccola comunità di Inglesi liberali e di esponenti del movimento femminista, ma anche Livorno, a parte la compagnia dei suoi connazionali, non gli sembrò a sé congeniale.  Allora cercò casa a Bagni di Lucca e vi soggiornò per un tempo breve ma sereno, confortato dal benessere delle acque termali e allietato da buone letture: Ariosto,  Euripide, Sofocle….  Ma un’improvvisa chiamata che li informava che la piccola Allegra era ammalata  li convinse a  partire per Venezia. Byron, ostinato a non voler incontrare Claire,  mise a disposizione degli amici la  sua villa di Este, vicino Padova. Mary si mosse da Bagni  con la piccola Clara, che era ammalata. Il viaggio estenuante aggravò le condizioni di salute della piccola. Per di più gli Shelley decisero di fare una visita a Byron e ciò fu fatale per la salute della bambina, che morì in albergo a Venezia.

Ai primi di Novembre gli Shelley lasciarono Este, si recarono a Ferrara, a Bologna, infine raggiunsero Roma. L’idea di Percy era quella di raggiungere Napoli e partì da solo in cerca di una sistemazione. Si sistemò al numero 250 della Riviera di Chiaia, dove poco dopo fu raggiunto dalla famiglia. Ma pur nella bellezza del paesaggio gli animi erano tristi e i cuori pieni di malinconia ed anche la salute  precaria. Il poeta visitava con curioso interesse i luoghi del Golfo di Napoli, ma i suoi disturbi renali si andavano acuendo; durante un’escursione sul Vesuvio Shelley fu preso da dolori atroci e dovette essere accompagnato al rifugio. Dopo una decina di giorni si recarono a Pompei, che li affascinò con le sue silenziose rovine, ma il brontolio lontano del vulcano parve al poeta come il suono di tamburi di morte rivolto alla città sepolta. I templi di Paestum, invece, gli rivelarono la bellezza  e la grandezza insuperabile dell’arte greca. Nemmeno quei giorni furono felici per il poeta. Nacque in quel periodo la  piccola Elena Adelaide, cui Shelley diede il suo nome ma intorno alla quale vi è sempre stato un mistero. Sembra indubbia la paternità ma meno indubbia la maternità. Certo è che per questa bambina, che era stata affidata a genitori adottivi, i coniugi Shelley furono ricattati dal domestico italiano Paolo Foggi, che poi sposò la nurse svizzera Elise e che fu necessario passare a vie legali. Che la piccola sia stata di Elise o di Claire?.....Nel frattempo gli Shelley ripresero il loro viaggio in Italia “alla ricerca della felicità” e si stabilirono a Roma, prima in via del Corso poi in via Sistina. Qui il poeta cominciò a riprendersi e tra le numerose visite ai monumenti e ai luoghi più affascinanti della città, riuscì a riprendere le sue letture; in questo  periodo riuscì a completare il “Prometeo liberato”. Riscopriva il fascino del Rinascimento e cominciava a pensare di scrivere una tragedia ispirata al personaggio di Beatrice Cenci, quando una nuova tragedia si abbatté sugli Shelley: il piccolo Willliam si ammalò. Dalla diagnosi medica non risultò nulla di grave e infatti il piccolo sembrava guarire, ma una nuova inaspettata ricaduta pose fine alla sua giovane vita. Per tre giorni e tre notti il padre lo aveva vegliato invano. La stessa malattia che aveva colpito la sorellina  aveva colpito anche lui. In preda alla più profonda tristezza gli Shelley abbandonano anche Roma e riprendono la via del ritorno, mentre il poeta confessava in una lettera ad un amico il suo “disperato desiderio” di tornare in Inghilterra. Un amico li aiutò a sistemarsi a Villa Valsovano a pochi chilometri da Livorno. Nella nuova dimora immersa nella natura, tra vigneti e uliveti, campi coltivati e voci di contadini, entrambi i coniugi ritrovarono un po’ di serenità. Il poeta amava guardare le stelle di notte passeggiando nei campi e di notte e di giorno si rifugiava nella solitudine della torre della villa e scriveva e leggeva libri e giornali, tenendosi informato anche sulle vicende inglesi. Mary aspettava un figlio e la nuova vita in sé le restituiva il sorriso. Shelley leggeva la notizia del massacro di Peterloo e dei 60.000 lavoratori brutalmente dispersi dai soldati a cavallo. Si ridestava in lui lo spirito rivoluzionario che gli ispirava l’ accesa  protesta politica di  “La maschera dell’anarchia”.

L’autunno e l’avvicinarsi del parto li convinse a trasferirsi a Firenze dove Mary sarebbe stata assistita meglio.  Trovarono una sistemazione nei pressi di S. Maria Novella; qui, mentre il poeta faceva escursioni, visite a gallerie e musei, frequentava teatri e passeggiava da solo lungo l’Arno, Mary rimaneva a casa a letto o distesa sul divano.  In una giornata autunnale, mentre  Percy passeggiava lungo l’Arno, fu colto da un violento temporale ed un forte vento. Da qui una delle sue più note poesie: l’ “Ode al vento di Ponente”.

Il 12 novembre di quel 1819 nacque Percy Florence, la quarta figlia degli  Shelley. La prima, una bambina nata prematura, era anche lei morta dopo pochi giorni dalla nascita. La nascita di Florence  fu importante per Mary che finalmente riuscì ad uscire da una profonda depressione. E  la vita dei due coniugi e del loro seguito fu allietata da un’altra nuova presenza: la giovane affascinante inglese, Miss Sofia Stacey, che, accompagnata dalla sua governante, stava facendo il Grand Tour, ossia il viaggio culturale in Italia, secondo la consuetudine degli aristocratici di quel tempo. Il poeta, affascinato dalla giovane, l’accompagnava nelle sue visite culturali, fino a che Miss Sofia non lo salutò per proseguire il suo viaggio verso Roma. Di nuovo assalito da una smania di  cercare qualcosa e già stanco di Firenze, Shelley si trasferisce con tutto il suo gruppo famigliare a Pisa. Qui gli Shelley strinsero amicizia con i Mason: lady Margaret era un’aristocratica repubblicana e femminista e Percy amava molto le conversazioni a casa sua dove si  affrontavano argomenti che gli stavano a cuore come ad esempio la rivoluzione irlandese. Mary aveva ripreso a cavalcare, e dalle visite mediche risultava che Percy  godeva di buona salute. Il suo, in quel periodo, fu un illustre medico dal carattere  gioviale, che aveva studiato a Londra e con il quale il giovane poeta divenne presto amico. Questi gli consigliava cure termali e lunghe passeggiate. Quando, agli inizi di aprile, arrivò la notizia dell’insurrezione repubblicana di Madrid, Percy la celebrò nell’ “Ode alla libertà” e, ridestatasi in lui la passione politica, scrisse anche “Una visione filosofica di riforma”. Nella classe aristocratica del suo tempo egli vedeva una classe di “parassiti che si ingrassavano con il lavoro degli operai” e, quantunque nemico di ogni violenza e portato se mai alla resistenza passiva, si dichiarava convinto della necessità di una rivoluzione. Con lui siamo in quella ricca  e variegata corrente artistica che, al di là dei programmi e degli stili e persino dei contenuti oltre che del nome, raccoglie, nei tempi, artisti e scrittori che vivono la propria esperienza artistico – letteraria in totale armonia con le proprie convinzioni etico – sociali e filosofico – politiche.  Il nostro Percy Shiller, nei primi dell’ottocento, diceva di sé e degli scrittori in generale che “gli intellettuali sono strumenti della necessità storica e al servizio degli interessi della libertà e che i poeti e i filosofi sono misconosciuti e la loro carica rivoluzionaria è resa pubblica non prima di cento anni dopo.”.

In agosto insorgeva Napoli: i moti del ’20 –’21! Aveva inizio il Risorgimento italiano! Shelley provò grande gioia ed entusiasmo. Erano infatti quelli i tempi in cui gli uomini più sensibili erano capaci di provare vero entusiasmo per quanto accadeva loro intorno e in cui gli animi “romantici” erano conformati in modo da sentire la causa d’un popolo come la propria, in quanto tutti facenti parte di un medesimo destino di ascesa e di conquista della libertà. Quel medesimo spirito romantico e risorgimentale che aveva spinto lo stesso Lord Byron o il nostro Santorre di Santarosa a lottare per l’indipendenza della Grecia, o i Polacchi per gli Italiani e questi per quelli……, quel medesimo spirito che per un breve periodo affratellò le anime più evolute fece fremere di eccitazione l’animo di Percy Shelley! Ma questi non fu sufficiente la forte speranza di rinnovamento a preservare da quel suo stato di salute sempre precario che ora si evidenziava con nefriti croniche e stati di profonda malinconia, dovuti anche ad una temporanea assenza di Claire. Il ritorno della cognata  riportò quello spirito brillante e di attiva partecipazione alle vicende del tempo di cui Percy aveva assoluto bisogno. Inoltre Mary conobbe personalità che introdussero gli Shelley in ambienti frequentati da poeti, letterati irlandesi, esuli liberali greci, tra cui lo stesso capo dei patrioti greci. E tra queste nuove conoscenze vi fu Teresa Viviani, la contessa che a 19 anni fu reclusa in un convento in attesa d’un marito degno di lei. Mary la descrisse molto bella e di grande talento, elegante nello stile dei suoi scritti. Percy ne restò abbagliato fin dal primo incontro. Egli la chiamò Emily e la vide come l’incarnazione del perfetto ideale femminile, quasi una musa quale quelle ammirate nei musei fiorentini. Nel frattempo il medico continuava a consigliargli cure termali e molto movimento: comprare un cavallo sarebbe stato una buona idea! Percy accompagnato dai nuovi amici inglesi Williams andò a Livorno e invece di un cavallo acquistò una barca. Voleva raggiungere Pisa in barca di notte al chiaro di luna. Ma intorno alla mezzanotte la barca si capovolse E Percy che non sapeva nuotare fu salvato a stento dagli amici. Al riparo davanti al fuoco acceso d’un casolare, sebbene fisicamente molto provato, il poeta parlava con entusiasmo dell’avventura vissuta vedendola come un buon auspicio. A Pisa, al suo ritorno, trovò la notizia della morte del poeta John Keats, morto a Roma a soli 26 anni; per lui Shelley scrisse: l’elegia rimasta famosa “Adonais”.  Intanto il tutore dei figli nati dal primo matrimonio gli intentava causa e il’assegno del nonno gli veniva per4 un certo tempo bloccato. Riparata la barca, egli riprese ad usarla da solo o in compagnia della moglie o di amici. Uscire in barca gli dava molta felicità. Mary ricorda il fruscio della barca tra le canne dei canali… “ Di giorno una moltitudine di efemeri guizzavano avanti e indietro sull’acqua; di notte le lucciole emergevano dai cespugli lungo la riva; nel pomeriggio le cicale stordivano con il loro incessante frinire…” scrisse.

In ottobre gli Shelley riuscirono a persuadere l’amico Byron a trasferirsi a Pisa e per lui presero in affitto l’elegante Palazzo Lanfranchi sul Lungarno. La notizia del suo  arrivo mise in allarme le autorità della città; Byron era conosciuto come uno stravagante , un protettore di carbonari, un centro di aggregazione di patrioti italiani, greci….. incontrollabile pericoloso sul piano politico… Tuttavia Byron arrivò a Pisa : il primo novembre del 1821 un corteo di cinque carrozze con domestici,  cani, cavalli… comparve dinanzi allo sguardo  preoccupato e sospettoso dei “tutori dell’ordine”! Palazzo Lanfranchi cominciò a sfavillare di luci notturne e ad animarsi di un via vai di intellettuali, esiliati… italiani, greci, inglesi….personalità di spicco della nobiltà locale, quale Teresa Guiccioli, la donna del poeta, e il fratello Pietro Gamba, importante esponente della Carboneria. Shelley, in presenza della prorompente personalità dell’amico , riprendeva vigore nella salute e nell’umore,  rivaleggiava con lui sul palcoscenico della vita mondana e per mantenere un certo primato, durante l’inverno, affrontava l’Arno in piena con la sua piccola barca sotto lo  sguardo ammirato di Byron che lo osservava dal balcone di Palazzo Lanfranchi.” Solo Shelley, in questa età d’imbroglioni, osa volgere la prua contro corrente…” scrisse.

 Giunse dalla Cornovaglia Edward John Trelawny: un avventuriero dal burrascoso passato, stravagante, che si atteggiava a corsaro. Mary ne fu incantata. Trelawny aveva con sé un modellino di una goletta americana. Shilley e l’amico Williams decisero di costruire una barca su quel modellino. E mentre sognava la barca già commissionata a Genova, Shellley  assecondava il suo nuovo desiderio, sia perché stanca della chiassosa compagnia che perché desiderosa di ritrovare un po’ di raccoglimento. Così dopo poco i coniugi Shelley con gli amici Williams  si trasferiscono a La Spezia.  Trovano una casa in riva al mare: Casa Magni, molto vicina a Lerici e a pochi chilometri da un villaggio di pescatori. E in questo luogo ricco di bellezze naturali che lo entusiasmava, il poeta dovette dare a Percy la triste notizia della morte di Allegra.

 Arrivò finalmente la barca tanto attesa! Arrivò nel Porto di Lerici elegante e veloce sul mare in tempesta. Si chiamava, forse per uno scherzo di Byron, Don Juan; il nome fu cambiato in Ariel. Don Juan era un’opera di Byron, Ariel era un nome che piaceva agli Shelley.

Percy era felice, in quella solitaria casa sul mare…. scriveva “Il trionfo della vita”, un’opera potente rimasta incompiuta. Mary aspettava da tre mesi un bambino ma la baia solitaria e l’incessante rumore del mare sotto le finestre la facevano sentire come in una “prigione incantata”. Era inquieta. Il 16 perse il bambino. Fu salvata contro ogni speranza, da Percy, che riempì di ghiaccio la vasca da bagno e vi immerse la moglie bloccando l’emorragia.

 La vita riprese lentamente ma stupisce il fatto che Percy in una lettera all’amico Trelawny chiedeva una dose letale di acido prussico dicendo che non gli interessava il suicidio ma lo avrebbe confortato il sapere di avere in suo possesso “la chiave dorata per aprire la camera del perpetuo riposo”. All’amico Gisborne , negli stessi giorni, egli scriveva che l’Italia per lui era sempre deliziosa … che il crepuscolo e il mare di Lerici avevano qualcosa di magico… che la sua barca era bella e veloce come una nave… che Williams  ne era il capitano e Jane portava la chitarra e che  avrebbe voluto dire con Faust all’attimo presente: “Fermati tu, che sei così bello!”.

 Fu in questo periodo così denso di sensazioni ch’egli scrisse liriche assai famose come” Quando la lampada è infranta” e Versi scritti nella baia di Lerici”.

 Era giunto in Italia l’amico Leigh Hunt. L’aspettava da tempo. Dunque Percy decise di andare a salutarlo a Livorno. Mary decise di rimanere: il piccolo Percy Florence non stava bene. A Lerici, nelle chiese,  si pregava per la pioggia. Faceva molto caldo e non pioveva da tempo.

 Percy e Williams e il mozzo Charles Viviana partirono per Livorno. I vecchi amici si  abbracciarono felici.

 La barca ripartì da Livorno l’8 luglio. Faceva molto caldo. Improvvisamente  comparvero all’orizzonte nuvole nere e si alzò una densa foschia. Da Livorno si vide la barca lottare e dibattersi tra  gli assalti di una furiosa tempesta….

Dieci giorni più tardi i tre corpi furono trovati tra Massa e Viareggio.
 

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