mercoledì 10 giugno 2015

Enrico il navigatore





Nel 15° secolo comincia la grande avventura di raggiungere le Indie per mare, con alla testa Portogallo e Spagna. Il Portogallo, all’inizio del 1400, era una regione povera di contadini e pescatori, ma resistette ai tentativi di dominio da parte dei Castigliani e preservò la sua indipendenza. Si affermò come potenza marittima sotto il re Giovanni I, poi soprattutto per l’incremento dato alla navigazione e alle esplorazioni geografiche da suo figlio: Enrico il Navigatore. Personalità d’eccezione, egli fu un uomo dalle singolari doti, dal carattere mite ma di volontà ferrea, di grande apertura culturale da saper apprezzare il consiglio e la collaborazione di studiosi di ogni razza e religione, dagli europei cristiani agli arabi musulmani e agli ebrei e nel contempo incline alla riservatezza, versatile e serissimo ricercatore a tal punto da essere considerato non a torto un anticipatore della scienza sperimentale moderna eppure assai incline alla meditazione e ad un certo ascetismo ed esoterismo.
Juan Fernandez, infante di Portogallo, duca di Viseu, principe di Sagres, nato ad Oporto il 4 marzo 1394, fu l’uomo che diede inizio, con la fondazione della scuola di navigazione di Sagres, nell’Algarve in Portogallo e precisamente nel punto più a Sud del Portogallo, Cabo de Sào Vicente, l’ultima punta occidentale d’Europa protesa verso l’Atlantico, all’esplorazione metodica e perseverante della Terra. Fu uomo di grande modestia e semplicità, ma coltissimo e capace tanto da essere stato l’anima di tutti i viaggi esplorativi da lui stesso organizzati. Eppure, il Navigatore, dicono, non ha mai solcato il mare aperto come fecero tutti quei “suoi” navigatori che, salpati da Sagres, affrontarono l’ignoto e scoprirono nuove terre.
Erano quelli tempi in cui varie e complesse cause spingevano gli Stati Atlantici a raggiungere le Indie per via mare: il monopolio dei commerci con l’est da parte di Venezia, l’aumento della circolazione delle monete che richiedeva di poter aver a disposizione enormi quantità d’oro, il sempre più diffuso consumo di spezie e di aromi, prodotti per avere i quali si era finito col pagare ingenti somme, l’essersi generalizzato l’uso dell’indaco come materia colorante, l’avanzata dei Turchi che fece subire un duro arresto dei commerci in Crimea di Genova….
Il principe Enrico pensava di circumnavigare l’Africa per trovare forse un passaggio tra l’Oceano Atlantico ed l’Indiano, una nuova via per commerciare con l‘India. A quei tempi si pensava che questa via potesse essere relativamente breve poiché si credeva che l’Africa fosse più larga che lunga e che, subito dopo la zona desertica, l’Africa piegasse verso Oriente. Il giovane Enrico decise dunque di promuovere la cosiddetta “via occidentale”, cioè l’esplorazione dell’Africa partendo dal Senegal, per giungere alle sorgenti del Nilo e all’Abissinia “cristiana” così da aprire sull’acqua una “via africana” dall’Atlantico al Mar Rosso e quindi all’India.
Oltre alla convinzione che l’Africa si estendesse non oltre il golfo di Guinea, era anche diffusa la credenza che nel cuore dell’Africa esistesse un regno cristiano, un regno peraltro ricco di pietre preziose e di legni pregiati,nel quale le acque del Senegal si sarebbero congiunte con quelle del Nilo e non è da escludere che il principe Enrico fosse a conoscenza di tali notizie. Gli Arabi poi, che portavano sale ed altro nelle coste della Guinea, raccontavano delle grandi ricchezze di quegli antichi regni come il Ghana, dove dalle gualdrappe dei cavalli ai cappelli dei figli del re ogni cosa era intessuta d’oro.
Perciò il Principe Enrico, nel 1420, si trasferì a Sagres, dove esisteva un centro di studi e di informazioni per la conoscenza e l’iniziativa nautica. Vi fece convenire uomini esperti nelle scienze matematiche, astronomi, cartografi– ebrei e maomettani-sapienti conoscitori di antiche carte nautiche e di fenomeni metereologici; qui insieme con loro per quaranta’anni accolse e studiò relazioni di marinai e viaggiatori, da qui inviò sui mari fragili vascelli (le caravelas) rinforzati con vele e remi e con equipaggi che andavano dai trenta ai sessanta uomini, organizzò imprese con la consapevolezza tipica di un uomo del Rinascimento qual era e con metodo già da scienza sperimentale quale più tardi fu introdotta da Galileo, dando così inizio alla “cultura delle esplorazioni”.

Aveva intuito che i tempi erano ormai favorevoli alla grandi imprese di esplorazione e contribuì, in breve, al progresso delle scienze nautiche, ma vi era un grande problema da affrontare ancora: il regime dei venti alisei, che soffiando da nord-est nel nostro emisfero e da sud-est nell’emisfero opposto, tendevano a portare le navi al largo. Furono necessari anni di studi e numerosi tentativi sempre falliti per apprendere il giusto governo delle vele e del timone e solo nel 1434 due navi portoghesi riuscirono a doppiare quel Capo Bajador che sembrava insuperabile. Vinta questa difficoltà, tutto poté procedere più celermente ed uno alla volta navigatori portoghesi raggiunsero Capo Bianco, la costa del Senegal, superarono Capo Verde e procedettero all’esplorazione delle isole ommonime, esplorazione cui parteciparono il veneziano Alvise di Ca da Mosto e il genovese Antoniotto Usodimare, nel 1456. Alvise scrisse un’interessante relazione di questo viaggio. Poi si spinsero fino alla Sierra Leone.
Enrico, l’“anima” delle spedizioni, le preparava scrupolosamente. In gioventù, mentre ancora in Portogallo si combatteva contro i Mori, egli aveva dimostrato tanto valore ed accortezza che ricevette proposte di assumere il comando di eserciti stranieri. Ma rifiutò con fermezza, poiché già si sentiva chiamato ad operare per destino in altro campo.
Osservando i tratti del suo volto, dal suo sguardo e dal suo viso magro, con il naso sottile e i piccoli baffi, vediamo spirare un’austera serietà. Pur non essendo di fatto un navigatore, come si è detto, ciò che lo attrasse sempre fu il mare misterioso con le sue mille meraviglie e i suoi mille problemi da risolvere,All’estremo angolo del mondo allora conosciuto, nella piccola fortezza di Sagres, egli si costruì un castello sopra uno scoglio assai sporgente nel mare e lì vicino, egli, che fu un uomo molto religioso, quasi ascetico, si fece erigere una chiesa e una serie di padiglioni per la scienza, cui volle dedicarsi insieme a quegli uomini che come lui erano animati dalle stesse intenzioni e mossi dalla medesima passione. Qui tutte le leggi del mare furono studiate; qui, anche se non mancavano i mezzi finanziari, perché il Principe Enrico era anche uno dei più importanti Gran maestri dell’Ordine di Cristo, nome assunto in Portogallo dai Templari che vi si erano “rifugiati” dopo la soppressione dell’ordine voluta da Filippo il Bello, i problemi non mancarono come ad esempio quello di trovare i marinai, che temevano l’”onda nera”, che la tradizione diceva dominasse i mari del Sud. Per vent’anni Enrico dovette inoltre rinunciare ai viaggi d’alto mare ed accontentarsi di costeggiare le terre d’Africa ed ogni rientro da un viaggio 
esplorativo era seguito da un vagliare scientificamente le notizie e preparare meglio il successivo. Scienziati da ogni parte , i migliori, vennero a lavorare con lui.
Il suo motto era: “Talent de bien faire”. Cambiava sempre gli uomini che guidavano le esplorazioni, forse perché non voleva che una persona sola finisse col diventare tanto potente da poter essere poi pericolosa.
E così, quando nel 1445, fu raggiunto Capo Verde, l’Europa vide finalmente la meravigliosa vita di quelle verdi e lussureggianti coste. Si cominciò a conoscere le popolazioni la lingua i costumi…..
Enrico stesso poté verificare che in Africa vi era una cultura che aveva origini molto antiche e fu il primo africanista nel senso moderno del termine.
Dalla sua appartenenza all’Ordine dei Templari indubbiamente egli dovette derivare conoscenze importanti, anche di antiche e ormai sconosciute carte nautiche…. ed altro.
Enrico il Navigatore morì nel 1460, il 13 novembre, pienamente soddisfatto della sua opera. Questo principe nel quale i Portoghesi vedono il più schietto rappresentante del loro popolo, perché dotato dei loro tratti caratteristici quali la nostalgia dell’ignoto e il desiderio d’avventura, è giudicato medievale nell’’anima per la sua fede cristiana e la fiducia nella leggenda ma rinascimentale per lo spirito scientifico con cui raccoglie notizie e le coordina entro un disegno preciso.
Nove anni dopo la sua morte, le lunghe e graduali preparazioni della circumnavigazione dell’Africa, uno dei suoi navigatori, Ferdinando Poo si accorse che la costa africana riprendeva la sua direzione verso sud e nel 1486 Bartolomeo Diaz oltrepassò l’Equatore e giunse all’estrema punta meridionale dell’’Africa: Il Capo Tormentoso, poi per volere dello stesso re portoghese Giovanni II chiamato Capo di Buona Speranza e da lì si risalì poi lungo la costa del Pacifico. La circumnavigazione dell’Africa fu compiuta.

20 /04 / 10 rosalia de vecchi





Monumento alle scoperte marittime, con Enrico in primo piano, a Lisbona, sulla sponda del fiume Tago

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