venerdì 4 luglio 2014

Bovino: piccola perla medievale







castello di Bovino


facciata del duomo di santa Maria Assunta

Bovino: piccola perla medievale

Bovino, in Puglia, al centro della "Selva nera" pugliese, in quel vallo stretto e lungo un tempo non molto lontano popolato da una moltitudine di audaci e feroci briganti, del cui ardimento canta nei suoi tanti melodiosi canti la poesia popolare, Bovino, che vide uomini non soggetti alle leggi dormire sotto un albero con un coltello tra i denti e un fucile tra le gambe, che ascoltò i sussurri e i sospiri di donne appassionate e innamorate, che osservò carovane di uomini e di merci passare attraverso la via consolare, Bovino, che tante volte distrutta e rasa al suolo fu riedificata e risorse, oggi è, piccolissimo mucchio di case, scrigno di memorie passate, di cui conserva le cose migliori.
I Romani, durante le guerre sannitiche, la sconfissero e la demolirono nel 318 a. C.. Poi la ricostruirono. Ma nel 663 Costante II, imperatore d'Oriente, venutovi per cacciar via i Longobardi, la mise di nuovo a ferro e a fuoco ; più tardi i Saraceni, nel 972, l'incendiarono. Ottone I di Sassonia l'assediò e ne distrusse l'acquedotto romano. Nel 1045 Drogone il Normanno la rase al suolo e che si dice che non ne abbia lasciato in piedi nemmeno un muro. Ungaretti dovette attendere la grande guerra per dire: Di queste case/ Non è rimasto/ Che qualche/ Brandello di muro/....Bovino, solo all'inizio del primo millennio, aveva conosciuto già due volte la distruzione totale, l'annientamento. Ma, come la Fenice risorge dalla cenere, Bovino risorse un'altra volta, già bella e pronta a farsi devastare ancora altre volte: nel 1456 dal terremoto, nel 1528 dal francese Odet de Foiz visconte di Lautrec, nel 1656 dalla peste, nel 1851 da un altro terremoto. Oggi, a 647 metri di altezza, Bovino gode di un'estesa veduta della Puglia fino all'Adriatico. E' l'antichissima Vibinum fondata dai Romani 1184 anni avanti Cristo, che Plinio e Polibio ricordano come municipio elegante e prestigioso, con i suoi templi, il suo acquedotto, le sue porte turrite, il suo forum e le sue terme, i monumenti e i suoi orti e giardini. Oggi Bovino ospita il più antico esempio di romanico - pugliese: la cattedrale, ossia il duomo di Maria Assunta, che, ora monumento nazionale, fu costruita nel 905, con elementi bizantini e sovrapposizioni gotiche. Tre navate suddivise tra loro in gran parte con pezzi di recupero. Tipico sistema di riorganizzare strutture preesistenti dell'epoca del risveglio intorno al 1000! La facciata asimmetrica fu aggiunta nel 1231, con il protome, ossia la decorazione a forma di testa bovina che è simbolo dell'evangelista Luca.

Un altro tesoro di Bovino è il castello, fatto erigere dallo stesso Drogone che aveva assediato e distrutto il luogo. Ampliato poi da Federico II, nel 1600 esso ospitò i duchi Gonzaga e più tardi passò ai duchi Guevara che per tre secoli finalmente assicurarono a Bovino tanto provata un periodo di pace, proprio quando il resto della penisola italiana fu maggiormente sconvolta dall'avvicendarsi di dominatori.

I duchi Guevara, illustre famiglia di Spagna,ospitarono nel loro "imponente e magnifico" castello capi di governo, esponenti di famiglie reali, alti prelati ecclesiastici. Essi stessi ricevettero molte importanti cariche pubbliche e costruirono palazzi, biblioteche, ponti e stazioni postali. Nel 1651, Giovanni, quinto duca di Bovino, fece costruire una biblioteca così grande e piena di testi preziosi da venir considerata la prima biblioteca del regno delle due Sicilie. E nella cappella del castello venne posta la "Spina santa", ossia, si dice, una spina della corona che cinse il capo di Gesù e questo aggiunse grandissima importanza al castello. Nel castello trovarono ospitalità personaggi illustri quali Manfredi, Torquato Tasso, Luigi Vanvitelli , Giovanni Battista Marino, Maria Teresa d'Austria.
Quando, con la riunificazione del Regno D'Italia, i problemi connessi con la riorganizzazione e l'amministrazione del territorio unito diede luogo a fenomeni di grave peso storico quali il brigantaggio, la famiglia ducale, nel giro di una decina d'anni, finì per consumare ogni suo ultimo residuo di aristocratico lustro e di memorie di antiche gesta e spentosi anche, nell'orrida gola tra i monti, l'ardore dei briganti e delle loro donne appassionate, anche Bovino, l'ultima volta ricordata, e immortalata, in una novella di Giovanni Verga, scomparve lentamente nel ricordo dei più.
Con i suoi viottoli stretti e lunghi e i suoi ripidi scalini, in mezzo ai castagni, ai pioppi ed agli ulivi, senza più tutti quelli tra i suoi figli costretti ad emigrare, memore dei suoi trascorsi tragici ma anche delle sue grandezze, Bovino, "silenziosa, linda e pacata nelle sue casette bianche con i tetti grigi", come la racconta l'archeologo Nino Lavermicocca, è da questi detta : Urbino del Sud.

© rosalia devecchi


 



vita socioeconomica inglese nel '500/600


alcuni aspetti della vita socioeconomica inglese nel periodo di fine cinquecento e prima metà del seicento

 

Intorno al 1581 la popolazione inglese ammontava all' incirca a cinque milioni di individui. La maggior parte era dedita all'agricoltura: per lo più erano mezzadri e, date le crescenti recinzioni effettuate dai comuni, anche, per un buon numero, piccoli proprietari terrieri. Le recinzioni favorivano l'uso e la diffusione di nuove tecniche agricole, quali via via vennero scoperte ed inventate, e miglioravano la produzione agricola, dando luogo sia all'arricchimento dei grandi proprietari terrieri che alla formazione di una nuova classe di piccoli proprietari. Ma, sebbene la schiavitù della plebe fosse stata debellata, si andò gradualmente delineando un'altra forma di miseria e di schiavitù: quella che avrebbe dato luogo più tardi, con l'impiego della macchina a vapore e il fenomeno dell'industrializzazione, alla formazione di un miserevole proletariato urbano. Infatti la recensione delle campagne inglesi generò una trasformazione radicale del paesaggio agricolo, quale due secoli più tardi doveva ispirare i " Campi di grano" a Constable e a suggerire a Turner le suggestioni romantiche di atmosfere di nebbia e vapori esalanti dal suolo in cerca di una spiritualità latente nella natura, ma nel contempo determinò anche la sparizione delle terre di uso pubblico, di cui i contadini più poveri si servivano per il pascolo o per ricavarne legna da ardere, castagne per nutrirsi con le loro famiglie, ghiande per alimentare il loro bestiame. Privati così dei loro secolari diritti, che assicuravano loro gli alimenti fondamentali per la sopravvivenza, i contadini più poveri, che non potevano permetttersi di acquistare nessun pezzo di terra tra quelli messi in vendita dallo Stato pur se a prezzi vantagggiosi, furono spinti a lavorare per i grandi proprietari terrieri e, con la nascita dei primi centri urbani industrializzati , a emigrare in citttà in cerca di lavoro, specialmente quando più tardi il diffondersi dei macchinari agricoli diminuì la necessità di manodopera nelle campagne.
Tranne Londra, le città erano ancora piccole. Bristol, per esempio, contava appena ventimila abitanti. E Londra, fondata anch'essa come la maggior parte delle importanti capitali e città europee dai Romani, nel XVI secolo, possedeva delle belle case con giardino, colme di fiori colorati, che William Shakespeare amò elencare. Esse erano ben riscaldate a legna e alcune già a carbone, poiché ( forse a causa delle recinsioni?...) il prezzo della legna stava salendo alle stelle. Il carbone ora era così richiesto che i proprietari terrieri si affrettavano a scandagliare il sottosuolo delle loro terre nella speranza di trovarne dei giacimenti. Elisabetta I , però, proibì l'uso del carbone a Londra. - Ci si rammarica, oggi, che non sia stata ubbidita come ci si aspettava, dal momento che ci piace immaginare come sarebbe Londra senza lo smok! -
Il cresciuto spirito mercantile aveva reso Londra uno dei più floridi centri commerciali del mondo. Le strade non illuminate risplendevano di prodotti, erano gremite di uomini d'affari e di trafficanti di vario genere. Si potevano vedere uomini che contavano soldi sui gradini d'un palazzo o su un pilastro della strada, carretti e carrozze viaggiavano per le vie strette e sul Tamigi chiatte e traghetti trasportavano merci. Nei quartieri meridionali teatri, taverne e carceri; nei quartieri a nord monarchi e nobili mercanti e uomini d'affari...
In questa città, nel periodo esaminato, affluivano tecnici tedeschi, le cui prestazioni erano richieste per ammodernare gli apparati industriali che andavano difffondendosi nella lavorazione dei metalli e nell''estrazione dei minerali. E in quel medesimo periodo giocò un ruolo importante anche l'immigrazione di esuli pere ragioni politiche e/o religiose dai Paesi Bassi e dalla Francia. I primi, per lo più tessitori e frollatori , contribuirono notevolmente alla creazione di laboratori tessili, gli altri, Ugonotti, portarono l'esperienza e i mezzi nuovi relativi all'artigianato e all'industria mercantile. Ne frattempo, in quello stesso periodo, e per l'esattezza nel 1589, il curato di Calverton, William Lee, ideava il primo "telaio per calze", un telaio meccanico fornito di numerosi piccoli aghi che, infilandosi in altrettante asole, erano capaci di effettuare in un solo colpo una fila completa di punti. L'inglese geniale e sfortunato, laureato a Cambridge, ebbe rifiutato il brevetto da Elisabetta e dovette cercare fortuna in Francia, dove riuscì ad ottenerlo da Enrico IV. Fu il fratello che dopo la sua morte portò il telaio in Inghilterra e impiantò due laboratori : uno a Londra ed uno a Notthingham.
Le trasformazioni e i cambiamenti nelle attività agricole ed industriali permisero la formazione di accumulo dei primi grandi capitali, considerando anche l'apporto etico-ideologico da parte dei nuovi gruppi religiosi che, dopo la Riforma, pur distinguendosi tra loro per l'individualismo delle proprie scelte e dell' interpretazione dei Vangeli oltre che per ragioni di ordine economico-politico, ebbero, tutti in comune, sia pure in diverso grado, la laboriosità, la serietà della vita, il disdegno del lusso e il forte senso del risparmio. Si può dire infatti che il capitalismo nasceva in famiglia: tutti lavoravano: padre madre figli..... Il " sistema familiare" durerà fino al XVIII secolo, quando alcune famiglie si eleveranno a posizioni di ricchezza ed altre, più sfortunate, decadranno a misero proletariato in seguito agli sconvolgimenti dovuti all'introduzione della macchina a vapore e il formarsi di nuovi agglomerati industriali, dove si concentreranno tutte o quasi tutte le attività industriali inglesi. Nei tempi presi in esame, invece, si può dire che ogni casa era come una piccola fabbrica in miniatura: le donne filavano e tessevano lino, lana .... e poi confezionavano indumenti e capi di abbigliamento, ricamavano.... o raccoglievano erbe , le distillavano, preparavano medicamenti, profumi, liquori....
A quel tempo, le leggi promulgate dal governo avevano come scopo soprattutto il controllo da parte dello stesso, affinchè fosse messo a bando dal territorio inglese ogni forma di incompetenza e di oziosità. I giovani erano fatti confluire nelle scuole di apprendistato e comunque tenuti rigorosamente attivi, poiché (noi apprezziamo e condividiamo totalmente questo principio) "sin quando un uomo non raggiunge i ventitré anni, egli è per lo più, benché non sempre, indisciplinato, senza giudizio, e senza esperienza a governarsi da sé.".
Non vi era possibilità per un individuo al di sotto dei trent'anni di essere disoccupato, poiché lo stesso Stato provvedeva, qualora fosse senza occupazione, a fornirgliela obbligandolo però ad accetttare le sue scelte in merito. E nelle campagne tutti gli uomini al di sotto dei sessant'anni dovevano partecipare almeno ai lavori relativi alla mietitura.
Nessun padrone poteva permettersi di licenziare senza motivo i suoi dipendenti, altrimenti dovevano pagare un'ammenda, né i lavorattori potevano lasciare il posto di lavoro pena la prigione. La giornata lavorativa era fissata a 12 ore e non era consentito alcun tipo di sciopero.
Di fatto l'insieme della leggi che regolavano il lavoro aveva come scopo principale la difesa dei datori di lavoro, dell'agricoltura e dello Stato, questo contro la rivolta sociale.
E mentre già nei sobborghi di Londra si raccoglieva una crescente massa di miseri, accatttoni e delinquentelli causa la stessa miseria, il governo riteneva di salvarli dalla fame adottando delle leggi che fossero il più possibile umane ma che di fatto non operarono mai alcun mutamento radicale, costringendo, come sempre, a ricorrere alla carità e alla generosità di pochi o delle parrocchie e delle associazioni umanitarie.
A quel tempo un'attività ritenuta di grande importanza era la pesca. Un paese dedito ai traffici sui mari e risoluto fin da allora a costruire un impero commerciale non poteva infatti ignorare di incoraggiare la pesca quale attività idonea ad abituare gli uomini alla marineria e anche a fornire una buona riserva per la stessa marina militare, per cui l'anglicana Elisabetta non esitò a voler "onorare" la Chiesa Cattolica seguendo uno dei suoi precetti che ritenne infatti molto utile alla sua causa ed ordinò al popolo inglese di non mangiar carne due giorni alla settimana e in quelli stabiliti nel periodo della Quaresima.


© rosalia de vecchi

 
 
William Turner, Pioggia vapore e velocità, 1844
 

giovedì 3 luglio 2014

Francisca di Braganza

 
 
 
 
 
 

Francesca di Bragranza, in un ritratto di Franz Xaver Winterhalter, pittore tedesco che viaggiò per le città più prestigiose d’Europa, Parigi, Londra, Praga, Vienna, Mosca…, ambìto ritrattista dei regnanti; sono celebri, tra i numerosi ritratti da lui eseguiti, quelli di Luigi Filippo di Francia, della regina Vittoria, di Sissi e di Eugenia di Francia.

 
 
 
 
 
 
Francesca di Bragranza in un ritratto del pittore francese Ary Scheffer, uno dei più colti del XIX secolo, che volle dedicarsi alla realizzazione di una pittura che ottenesse una trasparenza della materia seppur sempre sensuale.
Ary Scheffer fu molto attratto dal mondo artistico di Shakespeare, Dante, Goethe; celebri di lui “Ombre di Francesca da Rimini e di Paolo Malatesta appaiono a Dante e Virgilio”.

 
 
Francesca di Bragranza in un ritratto del pittore tedesco Franz Xaver Winterhalter.
 

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Francisca Carolina Joana Carlota Leopoldina Romana Xavier de Paula Micaela Gabriela Rafaela Gonzaga de Bragança, nota come Francesca di Bragranza, donna di grande eleganza, bella e molto colta, amata ed ammirata dalla corte francese che la chiamò “La Belle Françoise”, infatti fu tra tutte le principesse la più popolare, nacque a Rio de Janeiro nell’agosto del 1824 dal’imperatore Pietro I del Brasile e dall’arciduchessa d’Austria, Maria Leopoldina d’Asburgo-Lorena, figlia dell’Imperatore del Sacro romano impero, Francesco II. Il nonno paterno era re Giovanni VI del Portogallo. Pertanto Francesca nacque infanta del Brasile e del Portogallo, ma il destino la fece principessa di Jonville, quale sposa dell’ammiraglio Francesco d'Orléans, figlio di quel Luigi Filippo d’Orleans divenuto “re dei Francesi”, - come volle egli stesso per sottolineare che doveva la corona alla volontà del popolo-, dopo le famose “Tre gloriose di Parigi” del luglio 1830.
La piccola Francesca, che perdette la madre all’età di non ancora tre anni e che poco tempo dopo dovette separarsi anche dal padre e dai fratelli che partirono con la seconda moglie di Pietro per Lisbona, ricevette un’educazione molto rigorosa ed accurata; possedeva tutte le qualità che si confanno ad una principessa, compreso il fascino della sua femminilità, quando il principe di Joinville la incontrò per la prima volta. Durante il viaggio verso l’isola di Sant’Elena, per recuperare le spoglie mortali di Napoleone da ricondurre in territorio francese, il figlio del re francese fece una sosta in Brasile e fu ricevuto da Pietro II. Pietro II, detto il Magnanimo, secondo ed ultimo imperatore del Brasile, era fratello di Francesca e fu così che i due principi si conobbero. Francesco d’Orléans, principe di Joinville, ritornato in Brasile, sposò Francesca nel maggio del 1843. Da questo matrimonio nacquero quattro figli, dei quali uno morto presto. La giovane principessa di Rio, trasferitasi alla corte francese, fu presto benvoluta da tutti e accolta con molto entusiasmo per le sue rare qualità. Le barricate del ’48 costrinsero gli Orléans all’abbandono del potere e della reggia e l’avvento della Repubblica li costrinse all’esilio. Ma Francesca, la cui personalità decisa e combattiva rivelava le sue migliori risorse nei momenti di maggiore crisi, fu tanto abile da negoziare a suo favore la fuga della propria famiglia. Dall’esilio si tenne costantemente in contatto per via epistolare col fratello Pietro, con il quale sempre ebbe un rapporto di grande affetto e molte affinità; lui la chiamava “Mana chica”. Le ristrettezze economiche connesse con la mutata situazione la indussero a vendere una parte della sua dote: le terre di Santa Caterina. Esse, che furono vendute alla Companhia Colonizadora Alemã, divennero l’attuale Joinville, prima Colonia Dona Francisca.
Francisca di Braganza morì a Parigi nel marzo 1898.
 
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© rosalia de vecchi
 
 


martedì 1 luglio 2014

la mia sera

La mia sera

di Giovanni Pascoli



 


Nella poesia” La mia sera” Giovanni Pascoli descrive l’atmosfera di una serata dopo un temporale. Racconta dei rumori della natura: tra le ranelle impaurite dopo il temporale e i lampi rumorosi che hanno preceduto questa amabile pace.
In un certo senso il poeta sente la gioia arrivare verso di lui ed è molto contento che quei lampi e quegli scoppi lascino lo spazio alla pace della sera. Le stelle ora possono mostrarsi in mezzo a questo tenero e vivo cielo. Vicino alle ranelle si sente lo scorrere del ruscello. Di tutto quel rumore e quell’acre bufera restano solo piccole goccioline d’acqua come un pianto, nell’umida sera. Di quella interminabile tempesta rimane soltanto un fiume canterino e di quei fulmini nuvole tanto colorate da sembrare fatte di porpora e oro.
“O stanco dolore, riposa!” Questo è il verso che più fa pensare, perché il poeta sa di dover soffrire ancora e così fa riposare il suo dolore.
La nuvola scura che egli vedeva la mattina ora è diventata rosa. Le rondini volano intorno e si sentono gridi in questa calma sera. La fame sofferta nel giorno prolunga e fa più lieta la cena. Né gli uccellini nei nidi né il poeta ella sua vita si sono saziati: gli uccellini di cibo e il poeta di felicità.
Le voci della sera mi fanno venire sonno- dice il poeta- e mi sembra di tornar bambino , di essere nella culla dove dopo il suono delle parole di mia madre c’era il silenzio: perché era sera.

Commento:
Questa poesia è molto significativa e secondo me il poeta l’ha resa anche misteriosa. E’ a rima alternata, e il poeta Giovanni Pascoli in qualche modo la rende sua: per il “gra gra” delle ranelle o per il silenzio delle stelle? Non lo so, sarà forse per le sensazioni che fa provare o per i pensieri che suscita.
Giovanni Pascoli pensa alla sua vecchiaia e pensa che oltre alla tristezza potrà provare serenità e potrà riposare. Queste due cose le potrà trovare in campagna, dove l’aria è fresca e i profumi e i suoni sono più intensi. Ma nelle sue parole c’è anche un senso di incertezza e di paura; alla fine egli si rifugia nell’infanzia e si sente ancora bambino nella culla, al sicuro da tutto e da tutti e qui ritrova la calma e la tranquillità che aveva ormai perso.


A.D.
(un ragazzo di tredici anni)
 
 
Giovanni Pascoli, "La mia sera"


Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.



*

 
 

Nascita delle lingue moderne




Nell’anno 842, il 14 febbraio, i due nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, strinsero un patto di alleanza contro il terzo fratello, Lotario. Essi s’incontrarono a Strasburgo e qui stipularono il patto di alleanza noto come il Giuramento di Strasburgo, (Sacramentā Argentariae in latino) che fu pronunciato dai due re e poi dai loro rispettivi eserciti non in latino, come si era fatto fino a quel momento, ma nelle due lingue che gli eserciti erano veramente in grado di comprendere: in lingua romanza, cioè in francese (Ludovico il Germanico) e in lingua”teudisca”, cioè tedesca (Carlo il Calvo). Entrambi i re, per essere compresi, scelsero, dunque, di pronunciare il giuramento nella lingua parlata dall’esercito del fratello.
Il Giuramento di Strasburgo è il più antico documento esistente redatto in lingua francese e tedesca. Esso segna una svolta e la sua è una data storica di fondamentale importanza, proprio
perché è la prima volta che un atto pubblico viene redatto in lingue romanze (in volgare franco e in volgare germanico).
Oggi, a Parigi, nella
Bibliothèque nationale de France, è conservato il manoscritto dell’opera Historiae o De dissensionibus filiorum Ludovici pii, scritta in latino, - come si deduce ovviamente dal titolo -, dallo storico Nitardo, nipote dello stesso Carlo Magno; in quest’opera, nella quale Nitardo racconta le lotte tra i figli di Ludovico il Pio, egli, che pare sia stato presente al Giuramento e dunque può essere considerato un testimone di questo importantissimo evento, , riporta le formule di giuramento nelle lingue effettivamente usate dai due re e i rispettivi eserciti.

Versione francese: Pro deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d'ist di in avant, in quant deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in adiudha, et in cadhuna cosa, sicum om per dreit son fradra salvar dift. In o quid il mi altresi fazet. Et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai qui meon fradre Karle in damno sit.

Versione teudisca:In Godes minna ind in thes christianes folches ind unser bedhero gehaltnissi, fon thesemo dage frammordes, so fram so mir Got gewizoi indi mahd furgibit, so haldih thesan minan bruodher, soso man mit rehtu sinan bruher scal, in thin thaz er mig so sama duo, indi mit Ludheren in nohheiniu thing ne geganga, the, minan willon, imo ce scadhen werhen

Traduzione in italiano:
Per amore verso Dio e per il popolo cristiano e per la nostra comune salvezza, da questo giorno in avanti, in quanto Dio mi concederà di sapere e potere, io proteggerò mio fratello (Carlo) con il mio aiuto ed in qualsiasi cosa, come secondo giustizia di deve fare col proprio fratello, purché egli faccia altrettanto con me. E con Lotario non prenderò nessun accordo che possa recare danno a mio fratello (Carlo).
© rosalia de vecchi
 

testamento di Robert Hamerling

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Il testamento

di

Robert Hamerling

Amo la fiamma,
immagine di fulgore,
nel balenar del lampo
nel luccichio di stelle.

L’etere amo,
il libero e divino,
dove passano i venti,
le aquile, le nubi.

Amo l’onda
che mormora
nel fluire anelante,
di contrada in contrada.

Amo la terra,
il verde benedetto
dov’è ameno l’andare
ma più dolce il sostare.

E muoio.
L’essere mio affido volentieri
agi elementi divenuti cari.

Lo spirito alla fiamma
l’anima all’etere
il cuore all’onda
il corpo alla terra.

Lo spirito divampi
l’anima si effonda
del cuore il moto
ancora mormori e risuoni
il corpo riposi.

 
Il poeta austriaco Robert Hamerling, uno dei più notevoli della corrente austriaca moderna, nasce il 24 marzo del 1830 a Kirchberg am Walde. La sua è una nascita di umili origini: il padre faceva il sarto e la famiglia era povera. Ma, grazie all’aiuto di alcuni mecenati, che intuirono in lui quella sensibilità intelligente, quel genio artistico che ne avrebbero fatto un poeta, egli poté formarsi, frequentando il ginnasio di Vienna.
E sempre a Vienna egli riuscì a portare avanti i suoi studi, dedicandosi in particolar modo alla filosofia, alla storia e alla medicina. Ma quelli erano anni di grandi trasformazioni e gli spiriti liberi reclamavano mutamenti e riforme: Robert si unì ai “gruppi rivoluzionari universitari”, fin da quel 1848, che non a torto il nostro Carducci volle chiamare l’“anno dei portenti”. E il 1848, infatti, non fu l’anno dei portenti soltanto per i fatti della nostra penisola, ma per tutti i fatti nuovi dell’intera Europa, che, dalle barricate di Parigi immortalate da Victor Hugo alle rivoluzioni scoppiate in Austria Germania, Italia, Ungheria, diedero voce alla ribellione contro la politica dell’Ancien Régime.
In Austria gli studenti rivoluzionari volevano la cacciata del Principe di Metternich dalla Cancelleria Imperiale: il 12 marzo 1848 invasero la sala della Cancelleria di Stato, mentre il Metternich stava parlando ai professori universitari esortandoli a convincere gli studenti alla calma e pronunciarono la petizione di Costituzione, libertà di stampa, uguaglianza dei diritti civili e delle confessioni religiose. Uniti a molti cittadini, operai ed ebrei, gli studenti, incuranti dell’intervento dell’esercito, chiesero ed ottennero le dimissioni di quello che per quarant’anni era stato l’arbitro della politica europea, il Principe di Metternich, che, all’atto della firma delle sue dimissioni, dicono abbia così commentato: “Non avrei potuto fare nulla per evitare le concessioni che ci condurranno necessariamente alla rovina. Ho evitato così la vergogna di sottoscriverle.”.
Questi importanti avvenimenti visse il giovane Robert Hamerling, che l’anno dopo partecipò alla difesa della città messa sotto assedio dall'esercito imperiale, che infine soffocò la rivolta.
 Ma egli dovette nascondersi per sfuggire alla cattura.
Ripresi, poi, i suoi studi di filosofia e di scienze naturali, per un periodo insegnò lingue e letteratura classica a Vienna.
Si trasferì, dopo, a Trieste, dove dal 1855 al 1866 insegnò al liceo.
Per problemi di salute, si ritirò a Graz dove morì nel 1889. Questo fu il periodo più fertile della sua carriera di scrittore.
 Tra le sue opere ricordiamo Ahasver in Rom del 1866, da cui egli ricevette i primi successi e che è una bella descrizione della Roma antica, in cui la figura principale è quella di Nerone ed è anche l’opera più famosa; Venere in esilio, composta durante il suo soggiorno triestino; Der König von Sion del 1869, che è ritenuta dai più il suo capolavoro; Amore e Psiche, il romanzo Aspasia, la tragedia  Danton e Robespierre. Le migliori, tra le sue opere, sono quelle in cui lo scrittore si manifesta più come genio artistico di ricca immaginazione che come descrittore realistico di carattere. Più belli i tratti lirici, meno riuscite le opere di teatro. Ma senza alcun dubbio egli fu anche un appassionato e raffinato traduttore: dall’Italiano in particolar modo.  Tradusse i Canti di Leopardi nel 1856.  Nietzsche, che non provò mai a tradurre Leopardi, sebbene la sua opera sia ricca di citazioni del poeta di Recanati da lui amato e ritenuto in grande stima e che se mai preferiva parafrasarne qualche pensiero trasformandolo in un nuovo aforisma, usò anche lui le traduzioni di Hamerling.  Traduzioni di Leopardi, che peraltro, come ebbe a dire lo stesso Robert Hamerling, in questo periodo dell’Ottocento, in cui la filosofia di Schopenhauer esercitava una notevole influenza sulla cultura tedesca, in Germania cominciavano a trovare maggiore ascolto, date le affinità tra i due. Per Hamerling il pessimismo di Schopenhauer era da considerare quasi come una ripetizione di quello leopardiano; è a Leopardi infatti che il poeta austriaco attribuisce un posto di primo piano nella corrente del “dolore cosmico”, dello ‘Weltschmerz’, cui fanno parte un Lenau, uno Heine… E soprattutto egli volle dimostrare che Leopardi  con Petrarca, Dante, Michelangelo sono i grandi geni che rivelano un’Italia non solo culla non del genio artistico, ma addirittura del “sublime”.  Questa sua concezione dell’arte italiana in genere, e di Leopardi in particolare, lo portò a scegliere, nella traduzione dei canti leopardiani, termini tedeschi più ricercati rispetto a quelli apparentemente più “semplici”, di uso quotidiano, usati da Leopardi, cosa che è da considerare un limite del suo lavoro di traduzione, poiché talora lo conduce a modificare il senso stesso della poesia leopardiana.
 
 
 

eveline cattermole


 
 
 
 
 
 “…………………………………………
 lo t' amo, t' amo. Oh, ch' altra donna mai
Non sussurri al tuo cor questa parola…”
…………………………………………..
…………………………………………..
Avrai tutto, lo giuro. Ed io frattanta
Gioie da questo amor non cerco o aspetto,
Che infiorino il cammin de la mia vita.

Anzi, se tu mi sei cagion di pianto,
Dirò, piegando il capo in su 'l tuo petto:
Io scherzai con l' amore: ei m' ha punita.”
Evelina Cattermole
Versi da “On ne badine pas avec l’amour”
 
 
Eveline Cattermole, in arte Contessa Lara. Una poetessa, una scrittrice dotata di talento, una giornalista di orientamento democratico e prima giornalista iscritta all’albo, una donna avvenente, dalla “bellezza conturbante”, ricca di fascino e di anticonformismo, cui molti guardarono con ammirazione, riconoscendone lo spirito libero ed indipendente da anticipatrice dell’emancipazione femminile e che altri, invece, con ottuso sguardo di moralistico giudizio, vollero vedere come una donna dai facili costumi, che con la sua condotta “scandalosa” aveva osato varcare i limiti della condizione femminile, costituendo un cattivo esempio, e dunque un pericolo, per le tradizioni e i costumi di una società dominata dal maschio.
Di padre scozzese e di madre russa, Evelina Cattermole nacque a Firenze nel  1849, anche se lei diceva di essere nata in Provenza; fu molto precoce e infatti fin da piccola conobbe la musica e le lingue straniere; già a 18 anni scriveva la sua prima raccolta di poesie, dedicate per lo più ai famigliari e  intitolata “Odi e Ghirlande”. Presto fu introdotta nei salotti più in vista. Incontrò il tenente dei bersaglieri Francesco Saverio Eugenio Mancini: i due s’innamorarono e si sposarono nel 1871, nonostante l’accesa opposizione della madre di lui che in Eveline , invece che la donna tranquilla e ricca che avrebbe desiderato per il figlio, preferì vedere una donna che per la sua conturbante bellezza e l’eccessivo amore per la vita lo avrebbe reso infelice.
 La giovane coppia soggiornò per breve tempo a Roma, poi a Napoli ed infine si trasferì a Milano; qui il fascino e l’intelligenza di Eveline brillarono nei salotti che frequentava, tra cui quello prestigioso di casa Maffei e i circoli della Scapigliatura, dove conobbe Emilio Praga, Arrigo Boito, Giuseppe Rovani ed Eugenio Torelli-Violler, fondatore del Corriere della sera, e, creatosi poi un gruppo di propri ammiratori, ne tenne  lei stessa uno, mentre il marito cominciò a trascurarla e a dedicare troppo del suo tempo al gioco e alle donne. Fu così che Eveline s’innamorò del giovane veneziano Giuseppe Bennati Baylon, presentatole dal marito stesso. Scoperta la loro relazione, forse anche per la segnalazione di qualcuno vicino ad Eveline, Eugenio sfidò in duello ed uccise il giovane Baylon. Scoppiò lo scandalo. Evelina diventò il centro di un’accesa polemica: i giornali  ebbero di che parlare, con perfida soddisfazione di tutti coloro, soprattutto le donne, che avevano motivi per essere invidiosi di lei. Il processo assolse Eugenio Mancini per omicidio d’onore. Ne seguì il divorzio e l’espulsione di Eveline dalla casa di Milano. A Firenze, nemmeno il padre, che nel frattempo si era risposato, la volle con sé, poiché, con il suo comportamento “aveva infangato il buon nome della famiglia”. In silenzioso anonimato Evelina si recò a Milano per assistere ai funerali di Giuseppe, tagliò, -dicono-, le sue folte trecce e le depose sulla tomba, poi cercò e trovò rifugio presso la nonna, a Firenze. Ma, come ben mette in evidenza  Brunella Schisa,  nel suo libro su di lei,  “Dopo ogni abbandono”, nel momento della prova, in cui in molti le voltano le spalle e in cui si trova di colpo nell’indigenza economica, Eveline dimostra tutta la forza di vita e la determinazione a non soccombere, di cui le donne, con le loro azioni, spesso sono testimonianza e, a 24 anni, in una società che non concepisce che una donna sola possa provvedere a se stessa, grazie  alle sue qualità di scrittrice e  giornalista, ottiene la collaborazione ad una ventina di giornali, e sotto lo pseudonimo di Contessa Lara scrive versi, novelle, romanzi. Poco alla volta riconquista una posizione d’eccezione nei salotti e nella società colta. Si riconciliò con il padre. Ebbe, però, in quegli stessi anni, il grande dolore della morte della nonna.  E conobbe il poeta Mario Rapisardi, con il quale stabilì un profondissimo legame di amicizia, ritenuto da alcuni anche qualcosa di più, da Eveline mai dichiarato se non come amicizia. Espressioni come “Io vi ho dinanzi a questo eterno conquistatore dell'anima che si chiama l'Amore. Ho inclinato la fronte dinanzi a lui, e ho ripetuto piangendo il suo nome.", che si leggono in una lettera che il Rapisardi spedì ad Eveline, da Milano, nell’ottobre 1876, potrebbero, certo, far supporre che lui fosse innamorato della contessa, ma l’espressione precedente “…. nessuna, nessuna vi somiglia. E questo mi piace. Se ci fosse una donna che osasse somigliarvi anche poco, anche da lontano, io vi vorrei meno bene.” non lascia dubbi sull’alta considerazione ch’egli ebbe di questa donna dal destino sfortunato, ma ricca di talenti, perché bella ed attraente, intelligente e capace, tanto da  far innamorare di sé molti uomini e da riscuotere ampio successo. Il Rapisardi, durante quegli anni, la sostenne nell’attività di scrittrice e l’aiutò a riconquistare un posto importante nei salotti in vista dell’epoca, dove Eveline ebbe modo di conoscere personalità quali Carducci che poco apprezzò i suoi versi, D’annnunzio che l’adulò e scrisse per lei una poesia, la Serao che le divenne amica ma che alla sua morte non esitò a lasciar trapelare tra le righe di un lusinghiero necrologio il livore del suo aspro giudizio e chissà forse anche della propria invidia. Trasferitasi a Roma ed ormai pervenuta, per la seconda volta, ad una condizione di benessere economico e di brillante frequentazione dei salotti della mondanità e della cultura del suo tempo e, dopo aver vissuto altri amori, dei quali lei stessa ammise “l’unico sereno della sua vita” fu quello per Giovanni Alfredo Cesareo, un giovane redattore, con il quale convisse per dieci anni, a 45 anni fece l’incontro che le fu fatale e che, prematuramente e violentemente, mise fine alla sua vita: l’incontro con il pittore Giuseppe Pierantoni, illustratore del suo libro “Romanzo della bambola”. Più giovane di lei, forse sinceramente innamorato, almeno inizialmente, ma certamente dall’indole violenta ed egoista, Giuseppe Pierantoni finì col fare di questa relazione una situazione di comodo per sé e, quando Eveline, che nel frattempo si era di nuovo innamorata con tutto l’ardore di cui la sua natura la rendeva capace e con la freschezza e l’intensità di un amore nuovo dal sapore del “colpo di fulmine”, sebbene anche questo presto destinato ad una dolorosa separazione, la cui “straziante scena d’addio lei volle immortalare in versi, gli rivelò la propria decisione di voler troncare il loro rapporto, divenuto peraltro per lei ormai umiliante e pericoloso, egli, intenzionalmente o per caso, mosso da passione secondo alcuni, da interesse secondo quanto ,- dicono -, Eveline abbia più volte ripetuto in fin di vita, la ferì mortalmente con un colpo di pistola, ponendo fine all’ancora giovane vita di una donna  dalla personalità non comune in un’epoca di fine ottocento, che alle libere scelte femminili opponeva ancora molte resistenze di vario tipo e alla sua attività di scrittrice. Brillantemente difeso, Giuseppe Pierantoni  fu condannato a soli undici anni circa di prigione. E molti furono quelli che ebbero comprensione di lui e vollero vedere la causa primigenia del suo atto criminoso nella condotta di lei; ma furono molti anche quelli che affollarono con la propria presenza i funerali di Eveline, dimostrandole affetto sincero, tra cui Capuana e Pirandello. Per una serie di circostanze, casuali o non,- è difficile dirlo!- alle sue spoglie toccò una sepoltura povera, in una fossa comune al Verano, nonostante il suo cospicuo patrimonio.
Alcuni narrano che prima del trapasso abbia confessato al sacerdote di aver perdonato il suo uccisore e che pochi istanti prima di chiudere gli occhi abbia sussurrato: “Dio, dammi pace!”.
Con occhi azzurri sognanti, dotata di grande charme, Eveline Cattermole, la cui bellezza sconvolgente era fatta per la perdizione dell’uomo, come fu detto in quegli anni di fine ottocento con una “mentalità di fine ottocento”, una donna la cui forza fu diretta contro tutte le ipocrisie, come vien detto oggi con una mentalità moderna da alcuni suoi  studiosi, fu, malgrado i tanti amori, sola e, come ci testimoniano i suoi scritti, non cessò mai di desiderare la famiglia, la serenità, l’amore sensuale ed appassionato ma nel contempo stabile e veritiero, vissuto secondo i modi tradizionali, nella sicurezza dell’ambiente domestico. Una delle sue poesie  la  descrive vecchia accanto al fuoco insieme al suo uomo in un’atmosfera serena. Ma non mancano, nella sua vasta opera poetica, nelle novelle e nei romanzi sia l’attenzione affettuosa per il mondo delle piccole cose reali sia il tema della morte collegato con l’amore,il senso della fragilità  della vita, l’angoscioso presagio di morte violenta,il senso alquanto tormentato della religiosità.  Affascinante e semplice al tempo stesso, colta e splendente di femminilità, fragile e forte, ironica e sensuale, di gran classe, capace di collaborare con il Corriere della sera, il Secolo XIX, il Corriere di Roma…. anche con rubriche e cronache per signore… ma anche, come afferma un grande storico della letteratura italiana quale fu Natalino Sapegno, Eveline Cattermole, oltre ad essere stata un’abile scrittrice di versi secondo il gusto dell’ “establishment borghese degli anni ottanta”, “merita una certa rivalutazione, poiché raggiunge un’individualità stilistica non comune”, quando con “poche e semplici parole”, usate nello stile dei romanzi passionali, ottiene versi di “audace ma elementare sensualità”.
Si vuole, infine, rilevare, come altri hanno già fatto, il significato dolorosamente profetico dello pseudonimo che Eveline volle scegliere: Contessa Lara. Il Conte di Lara è il personaggio di Lord Byron il cui nome significa “ consonanza di peccato e martirio”.
 

© rosalia de vecchi

N.B.:
Cronista, redattrice, titolare di rubriche femminili (di moda, di costume, di bon ton, di arredamento, di cuore, tra cui “Lettera aperta alle signore”, “Il Taccuino femminile”, “Il Galateo della Signora”), fu tra le poche donne italiane ad essere iscritte all’Albo della Stampa.