lunedì 30 giugno 2014

Sihem Habchi, fondatrice a Parigi la “Maison de la mixitè”


Nata a Costantine, in Algeria, il 9 maggio 1975, Sihem Habchi, emigrò in Francia con la famiglia, dove ha completato i suoi studi nel 2001, avendo ottenuto la laurea nella prestigiosa Università Pierre e Marie Curie di Parigi, considerata la prima università nell'ambito degli studi medico scientifici e della ricerca. Così Sihem ha concluso il suo percorso culturale, che dagli studi classico linguistici l'ha portata poi ad ottenere la specializzazione in « Chef de projet multimédia - Ingénierie de formation »! Per un certo tempo Sihem Habchi ha insegnato lingue e soprattutto francese alle donne straniere per il loro inserimento linguistico e l'integrazione sociale; poi ha concentrato il suo interesse e la sua attenzione ai bambini , occupandosi prevalentemente di problematiche connesse con la pedagogia.

Quando, nel marzo del 2003, fu organizzata la "Marcia delle donne contro la ghettizzazione e per l'uguaglianza", lei vi ebbe un ruolo decisivo, poichè fece parte del gruppo dei sette giovani che, partiti da Vitry-sur-Seine, attraversarono ventitré centri abitati e intervistarono il pubblico sulle reali condizioni femminili nella loro società. Una tragica vicenda aveva di recente scosso gli animi dei Francesi: a Vitry-sur-Seine, il 4 ottobre 2002, la giovane diciassettenne Sohane Benziane era stata trovata gravemente ustionata e due ore dopo moriva in ospedale. Cosparsa di essenze infiammabili da un giovane diciannovenne, era stata poi fatta bruciare per un atto punitivo a causa del comportamento indipendente e "antimaschilista" dimostrato dalla giovinetta. Le volevo fare paura, diceva il suo "carnefice", non volevo ucciderla. Ma l'evento criminoso e terribile si era consumato!

In memoria di Sohane Benziane « La marche des femmes des quartiers contre les ghettos et pour l’égalité » si volle farla cominciare da Vitrey-sur-Seine, la si condusse attraverso tutta la Francia nel mese di febbraio ed infine la si concluse con la grande manifestazione nazionale dell'8 marzo 2003 ( più di 20 mila persone per le vie di Parigi, a sostegno del movimento!), che consacrò la nascita del movimento "Ni putes ni soumises".

Sihem Habchi, divenuta ormai agli occhi di molti un' "agitatrice" per la sua lotta contro ogni genere di discriminazione e guardata con sospetto se non addirittura "marchiata a fuoco" in paesi quali l'Algeria, sua patria di origine, l'Arabia Saudita, l'Afghanistan, il Marocco..., ma anche dai numerosi nuclei di immigrati di cultura musulmana in territorio francese, dove le donne sono ancora troppo vessate nel corpo e nello spirito, è stata lei stessa vittima del dominio del genere maschile, come testimoniano le ustioni che porta ancora sul suo corpo, procuratele dal fidanzato respinto, il quale peraltro è stato condannato dal tribunale francese a 20 anni di reclusione.

E nonostante tutto questo o se il Marocco ha censurato il movimento cui lei ha dato vita, in quanto ritenuto, secondo quanto dichiarato dal ministro dell'interno Benmoussa, “non conforme all'approccio adottato dal Paese nell'affrontare le problematiche collegate alla situazione femminile" lei certo non si è mai fermata: daal 12 luglio al 31 agosto 2003 ha organizzato l'esposizione di 14 volti femminili a voler significare l'uguaglianza e la fratellanza: volti di donna

" black blanc beur " innalzati a simbolo. Ha compilato una guida di regole del rispetto; ne sono state vendute circa 100.000.

Divenuta vicepresidente del movimento, ha curato ed organizzato moltissime riunioni pubbliche sul dibattito sulla laicità e ampliato in breve tempo la sfera del movimento, rendendolo internazionale con la partecipazione di gruppi sempre più numerosi da vari paesi, compresi quelli che la osteggiano. E, nonostante ancora il mondo sia "sordo" a questi appelli di emancipazione, bisogna dire che qualche effetto cominc ia a sentirsi, se pensiamo ad esempio alla prima donna ministro in Arabia Saudita! Ha partecipato a numerose conferenze internazionali e l' 8 mars 2005 ha lanciato un appello per una nuova lotta femminile volta a promuovere l'uguaglianza, la laicità e la mescolanza al fine di promuovere una reale emancipazione individuale. Questo appello vuol essere anche una denuncia del pericolo, di cui Sihem si è ben resa conto, di cadere sia nel comunitarismo culturale sia nel particolarismo culturale, che del primo è alleato.

Nel 2006 insieme al Presidente Chirac Sihem ha fondato a Parigi la “Maison de la mixitè” (la “casa della promiscuità”), simbolo dell’unione di uomini e donne francesi e musulmani.

Nel 2007 il movimento ha ottenuto lo statuto consultativo all'ONU, cosa che ovviamente lo rende interlocutore di un organismo internazionale di grande importanza.

Quando nel 2007 la signora Fadela Amara, Presidente del movimento, divenne segretaria di Stato, Sihem Habchi ne prese il posto e partì immediatamente per il Pakistan a sostenere l'ex ministro Nilofar Bakhtiar, minacciata di pena di morte. E da quel momento non ha mai smesso di essere al fianco di donne vittime dell'ottusità morale del mondo, per sostenerle e difenderle.

Oggi, Parigi, 25 nov - Portare la gonna e' un ''atto militante'' dichiara Sihem Habchi, ''Tutte con la gonna'', nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne che si celebra oggi". gonna oggi diventa simbolo di lotta a difesa delle donne. E questa sera, con la partecipazione di alcune attrici francesi si terrà un'asta delle "gonne celebri". Il ricavato dell'asta servirà a dare una casa temporanea alle vittime delle violenze domestiche, in attesa che ritrovino un tetto sicuro.


di rosalia de vecchi





commento alla prima edizione del blog, che ho piacere di riportare qui:
Bianca Maria Rizzoli ha detto...
Molto ben fatto e molto interessante Rosalia. Confermo la mia ammirazione per il coraggio di questa fortissima giovane donna. Sottolineo che un movimento come il suo ha molte più possibilità di attecchire in Francia, nazione laica per eccellenza, che in Italia, dove la Chiesa cattolica pratica essa stessa un forte maschilismo gerarchico, con l'esclusione delle donne dal sacerdozio. E dove nel parlamento la minoranza femminile la dice lunga sulla difficoltà del nostro sesso ad accedere a cariche importanti. Siamo ancora indietro per una figura come quella di Sihem Habchi.
 
 

domenica 29 giugno 2014

Anne Zingha. Anne Zingha


La regina “la cui freccia raggiunge sempre l’obiettivo”.

Così viene ricordata ancor oggi la regina d'Angola, Anne Zingha, divenuta un simbolo di fierezza e di dignità, un esempio luminoso di resistenza.

Era il 1484, l'ammiraglio portoghese Diogo Cão, approdato con le sue caravelle in Angola, si stupiva nel vedere un territorio molto fertile, bagnato da numerosi corsi d'acqua, con campi ben coltivati e allevamenti di bovini, diviso nelle sue otto province dai viali colmi di melograni aranci e limoni. Era certo uno spettacolo, - così testimoniano coloro che in quel tempo arrivarono in Angola da altri luoghi, - posare lo sguardo sui campi di grano e sulla frutta abbondante e sulla gente operosa al lavoro dei campi! 
E le testimonianze concordano nel parlare dell'abilità e dell'ingegnosità degli Angolani. Vi erano agricoltori esperti della coltivazione, artigiani che lavoravano l'avorio, conciavano pelli e fabbricavano oggetti di rame, commercianti che trasportavano oltre i confini del paese i prodotti minerari della prospera industria estrattiva. 
Il fiume Cuanza, che nasce a 1450 metri di altitudine dall'Altopiano di Bié e dopo un corso dalla lunghezza di circa 900 chilometri sfocia nell'Atlantico, per lungo tratto navigabile, trasportava nella sua corrente preziosi diamanti: i Portoghesi perciò decisero di occupare la zona che prospettava ricchezze e di farne anche uno scalo per il mercato degli schiavi. Il triste, drammatico e disumano capitolo della deportazione, che sembra non aver mai fine in questo nostro mondo, ebbe in quei luoghi uno dei più gravi momenti: si voleva decimare un'intera popolazione da inviare nelle piantagioni brasiliane per rendere il territorio libero dagli autoctoni e meglio sfruttarlo a proprio interesse. Tutto in nome di sua maestà Giovanni II, re del Portogallo. 
Quelle terre appartenevano al regno di Matamba-Ndongo, un regno molto prospero e potente, che controllava vasti territori, dei quali molti erano ad esso vincolati da rapporti di vassallaggio. Cão aveva rapito anche alcuni membri della nobiltà del regno, portandoli come prigionieri in Portogallo e due anni dopo li aveva ricondotti indietro, ottenendo che il re Nzinga a Nkuwu acconsentisse a convertirsi al cristianesimo. Ma dopo varie vicende che testimoniano da una parte i tentativi di completa ( persino religiosa!) sottomissione degli Angolani, dall'altra quelli di, sia pure con fasi alterne, adattarsi nel modo più dignitoso possibile alle prepotenze dei nuovi arrivati, nel 1575 scoppiò la ribellione contro gli oppressori europei. 
Per più di un secolo infuriò la lotta tra i portoghesi armati di moschetto e gli Angolani solo di arco e frecce, ma di grande coraggio! E mentre le province costiere capitolavano una alla volta, costrette ad arrendersi alla soverchiante forza di armi più potenti, il territorio del Matamba, la cui resistenza è ancor oggi motivo di orgoglio per gli Africani, metteva a durissima prova gli aggressori. Qui, nel 1617, il re, che alla morte del padre, aveva usurpato il regno al fratello designato, volle tentare un'azione gloriosa nei confronti dei Portoghesi, inviando contro di loro trentamila guerrieri: ne seguì un massacro, una disastrosa sconfitta. 
Fu in quella tragica occasione che la regina "Ngola Mbandi Nzinga Bandi Kia Ngola" ( ossia: “la cui freccia raggiunge sempre l’obiettivo”) iniziò la sua gloriosa, leggendaria, azione eroica. Fu infatti inviata a negoziare il trattato di pace con i Portoghesi.

Ma la giovane aristocratica, come altre figlie di sovrani di ogni parte del mondo, aveva ricevuto dal re suo padre un'educazione che la rendeva accorta ed abile al governo come si addice ad un "uomo di Stato" e pertanto si presentò ai Portoghesi in tutta la dignità del suo rango. In lettiga, scortata da cortigiani ed uomini armati, con in testa la sua corona d’oro massiccio incastonata di pietre preziose e sormontata da un ciuffo di pietre dai vivi colori, con lo sguardo indifferente alla curiosità di coloro che in massa erano venuti per vederla, Anne si presentò a Luanda e con i suoi occhi attenti ora scrutava ed osservava ogni cosa. La città le si presentava ormai trasformata: simile ad una città europea, possedeva chiese e quartieri dalle case in legno dall'aspetto elegante, ornate di balconi fioriti, vicoli affollati di gente, anche di mulatti, e negozi colmi di mercanzie, ma anche hangar che radunavano schiavi in massa da inviare stipati nelle navi alle colonie americane, mentre altri neri ostentavano la loro agiatezza con i loro abiti occidentali! 
Ma non dovette sfuggire al suo sguardo attento e sensibile l'espressione di rassegnazione della maggior parte del suo popolo ormai ridotto in schiavitù e/o in servitù. Il porto di Luanda era considerato non a torto uno dei più feroci porti di tratta. Anne ne vedeva ora tutta la drammatica ferocia: marinai portoghesi, spagnoli, italiani, olandesi, indaffarati a imbarcare senza riguardo centinaia di schiavi allineati, negrieri bianchi e i loro aiutanti afrobrasiliani, sulla banchina, a controllare l'imbarco, gli schiavi ammassati come mandrie di animali, malnutriti, maltrattati, fustigati .... Quali sentimenti si saranno agitati nel suo animo nobile per rango e ancor di più per natura?

Nel palazzo del Governatore Zingha fu ricevuta dallo stesso Viceré Don João Correia Da Souza. Una poltrona di velluto rosso e per terra due cuscini di broccato e d'oro: non vi erano dubbi: l'una per il Viceré, gli altri per lei. L'umiliazione era evidente. Ad un suo cenno, una delle sue ancelle fece col proprio dorso una poltrona che, mentre gli astanti ammutolivano per la lezione che lei stava dando loro, l'accolse durante tutto il tempo delle trattative. Gli stessi Portoghesi tramandano che nel colloquio che seguì, Zingha diede costante prova di prontezza e abilità politica senza mai cedere, riuscendo invece ad ottenere l’arretramento delle truppe straniere fuori dalle frontiere precedentemente riconosciute e il rispetto della sovranità di Matamba. E quando il Vicerè suggerì che il Matamba si ponesse sotto la protezione del Portogallo, avendo subito inteso che questo avrebbe comportato un pagamento consistente nella consegna di 12/13 mila persone come schiavi, Zingha rispose, facendo rimarcare che se anche i Portoghesi fossero in possesso di una cultura sconosciuta al suo popolo, questo era nelle proprie terre e possedeva ricchezze proprie, che il re portoghese non avrebbe mai potuto donare al suo e che se pure, costretto dagli eventi, il Matamba avrebbe pagato il suo tributo, l'anno seguente avrebbe ripreso la lotta per la propria libertà. 
Così, pare che la futura regina abbia concluso il suo dire con l'invito ad accontentarsi di quanto il suo popolo potesse dare ai vincitori.

Nel 1624 Zingha divenne regina, succedendo al fratello. Per trent'anni resistette all'esercito portoghese: riunì tutti i popoli vicini e si fece dei nuovi alleati con la promessa di terre e di ricompense, riorganizzò l'esercito addestrandolo anche nelle tecniche di resistenza, secondo quanto aveva imparato dagli stessi occidentali, fece largo uso della polizia segreta spiando le mosse dell'avversario e osservando i movimenti di merci e di armi nel porto di Luanda, utilizzò persino l'avvicendarsi del ritmo delle stagioni, sferrando i suoi attacchi alle forze nemiche soprattutto durante i periodi in cui erano maggiormente stremati dalle febbri malariche. Fiaccò, prostrò le forze portoghesi fisicamente e moralmente e fino all'età di 73 anni lei stessa condusse le sue truppe attraverso montagne, foreste, savane... fino a quando il nuovo governatore Salvador Corréia, essendosi reso conto che questo forte e ben organizzato sbarramento era per ora inaccessibile e che volerlo sfondare avrebbe significato prolungare ancora per molto tempo una guerra logorante e non vantaggiosa per nessuna delle due parti, decise di firmare un accordo: il 24 novembre 1657 cessarono i combattimenti e finalmente ritornò la pace.

Durante la quale Zingha si adoperò in ogni campo per la ricostruzione ed il potenziamento del suo regno: diede nuovo impulso alle attività agricole, procedette a riorganizzare i vari settori della vita pubblica e, cosa che va sottolineata, in questo, affidò a molte donne importanti compiti di responsabilità.

Quando, all'età di 82 anni, il 17 dicembre 1664, concluse la sua vita , questa donna e regina la cui volontà e la cui dignità non incontrarono mai ripensamenti né esitazioni benché minime, si racconta che abbia confessato, poco prima di liberare la sua anima dai vincoli terrestri, l'unico suo grande dolore: quello di non aver potuto lasciare al suo popolo un erede che lo governasse, dato che il suo unico figlio era stato fatto uccidere da suo fratello quando il piccolo era ancora un lattante.

Ringraziamo la scrittrice Sylvia Serbin, che per sua gentile concessione ha lasciato che venisse pubblicata la storia di Anne Zingha, regina d’Angola, dalla quale storia abbiamo ricavato le suddette notizie, che accentuano il nostro interesse per il continente africano e la nostra ammirazione nei confronti delle grandi personalità femminili che arricchiscono la storia dei popoli.

© rosalia de vecchi





ida pfeiffer, una delle prime donne esploratrici.


 
 
Nacque a Vienna il 14 ottobre del 1797. Fu una delle prime donne esploratrici.

Fin da bambina ebbe un grande desiderio di vedere il mondo e sognava di viaggiare. Leggeva, leggeva…. e giocava con i suoi cinque fratelli i giochi scatenati dei maschi, vestendo anche lei abiti maschili, perché suo padre l’amava e la  trattava nello stesso modo in cui trattava i suoi fratelli. A soli nove anni dovette affrontare il grande dolore della morte prematura del padre. A diciassette la madre la convinse ad assumere abitudini femminili e volle curare la sua educazione, facendole dare lezioni di pianoforte; nacque un amore tra lei ed il suo maestro, ma la madre impedì il loro matrimonio cui era contraria; invece a ventidue anni la indusse a fare un matrimonio di convenienza con un vedovo di vari anni più vecchio di lei, dal quale ebbe due figli e dal quale in seguito si separò. Funzionario dello Stato, l’uomo che Ida aveva sposato, ad un dato momento, perse il posto e lei dovette dare lezioni di pianoforte e di disegno per poter contribuire al mantenimento della famiglia e alle spese di casa; nel frattempo i suoi fratelli si prendevano cura dei suoi figli e provvedevano alle spese scolastiche. Ma quando i figli furono cresciuti e quando in seguito alla morte della madre poté disporre di una discreta somma di denaro, che aveva ricevuta come eredità materna, Ida cominciò a viaggiare per il mondo, realizzando finalmente i suoi “antichi” desideri. Studiò le lingue, le mappe geografiche, si informò sulla natura delle piante e sul modo di conservarle….

Intraprese cinque lunghi viaggi, dimostrando grande coraggio e  resistenza alle fatiche… osservò ogni cosa, condivise momenti di vita con gli indigeni che incontrava nelle varie terre visitate e si muoveva da un luogo all’altro con gli stessi loro mezzi di trasporto. Decise di dare inizio al suo primo “giro del mondo” dalla Terra Santa, e dato che lei stessa si rendeva conto dell’ “ardimento” dell’impresa, lasciò, prima di partire, le sue volontà testamentarie.

Ida ha viaggiato lungo il Danubio fino al Mar Nero, fino a Costantinopoli, in Palestina, a Gerusalemme, in Egitto, dove ha visitato le Piramidi di Giza e la Sfinge e dove ha imparato a cavalcare un dromedario; poi in Italia e in altri paesi europei come l’Islanda della quale si lamentava per la gente grezza ed il cibo fatto essenzialmente di polenta e di pesce e dalla quale, però, ha portato campioni di piante e rocce che pare abbia poi venduto a dei musei.

Nel 1846 si recò in Brasile, di cui tanto aveva sentito decantare le bellezze e  dove invece trovò povertà e guerre civili; volle anche recarsi nella foresta pluviale per conoscere le condizioni di vita degli indigeni, ma mentre  la foresta pluviale le parve molto bella, gli indigeni , cedendo anche ai pregiudizi del suo tempo, le parvero troppo primitivi. E dal Brasile proseguì verso il Cile e d altri paesi sudamericani.

Poi si volse verso Oriente: Tahiti, la Cina, l’India, la Persia, la Grecia. A Tahiti fu colpita dalla libertà del comportamento sessuale delle donne, a Canton fu ricevuta dal biologo Louis Agassiz che lavorava ad una spedizione scientifica. Di questi paesi, l’India la sentì più a lei congeniale. In Iraq, allora Mesopotamia, viaggiò per trecento miglia nel deserto insieme ad una carovana di cammelli. Quando incontrò il console britannico, lo stupì, perché egli non si sarebbe mai aspettato di vedere in quei luoghi viaggiare una donna da sola. Spesso Ida  indossava abiti maschili e, mescolata tra la folla, se ne andava in giro ad osservare il comportamento delle popolazioni. Ma, se da una parte Ida dimostrava grande coraggio ed intraprendenza, ponendosi anche in una posizione emancipata di “pionierismo femminile” nel campo delle esplorazioni geografiche, dall’altra talora, ma solo talora, si manifestava ancora legata ai pregiudizi di stampo occidentale quando esprimeva impressioni negative sulle genti che incontrava, come se, abile nel saper organizzare percorsi ed itinerari persino arditi, fosse ancora impacciata nei pensieri e nelle intuizioni su suoi simili di altre latitudini, anche se, bisogna riconoscere che sarebbe difficile a chiunque ancora oggi giudicare un segno di emancipazione  il rituale dei cacciatori di testa o dei cannibali! Eppure proprio sui cacciatori di teste, la tribù dei Dyak, Ida esprime un giudizio positivo, dichiarando che, malgrado il brivido provato al loro cospetto, avrebbe voluto restare più a lungo con loro, per conoscerli meglio e che erano di fatto uomini leali ed onesti. Poi aggiunge anche una riflessione sugli Europei chiedendosi: forse che noi Europei siamo più buoni e meno cattivi con la nostra storia di tradimenti ed orrendi omicidi? Ciò è riferito ad una tappa del suo secondo viaggio intorno al mondo, che la portò in Inghilterra, a Londra e poi in Sud Africa, a Città del Capo e  a Singapore nel Borneo, dove, appunto, nonostante gli avvertimenti, volle visitare la tribù Dyak, nota per la pratica del rituale di caccia alle teste. Ma il pericolo più grande che Ida dovette affrontare nel suo passare da tribù in tribù fu quando a Sumatra, tra i cannibali Batak rischiò il taglio della testa e di questo momento  racconta di essersela cavata con la battuta: “la mia testa è troppo vecchia e dura per essere mangiata”, cosa che sembra abbia fatto colpo sul vecchio saggio della tribù, che, divertito della battuta,  la volle lasciar libera. Ida fu la prima donna ad essersi inoltrata nella giungla, la prima ad aver avvicinato i Batak  e ad averne dato notizie. Australia e poi  America settentrionale e di nuovo altre terre dell’America  meridionale… tanti luoghi… l’Europa con la Russia e i paesi scandinavi…. Ida si recò si può dire dappertutto! In Madagascar fu ricevuta cordialmente dalla regina Ranavalona, ma fu poi coinvolta  involontariamente nel tentativo di colpo di stato nei suoi confronti ed espulsa con gli altri Europei, ma fu in Madagascar che Ida contrasse la malattia che poco dopo doveva portarla alla morte: morì a Vienna nel 1858.

Raccontò le esperienze vissute nei suoi lunghi viaggi attraverso il mondo in 13 volumi di diari, tradotti in sette lingue. Ogni notte scriveva a matita il resoconto della giornata trascorsa. Il suo diario venne pubblicato in Austria nel 1846;  in Inghilterra nel 1852. Scrisse anche sui suoi viaggi in Islanda Svezia e Norvegia ed ottenne una vasta popolarità. Fu membro della Società Geografica di Berlino e di quella di Parigi, ma non della Reale Società di Londra a cagione del suo sesso!

© rosalia de vecchi

 


Olympe de Gouges









"Uomo, sei capace d’essere giusto? E’ una donna che ti pone la domanda ; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza ; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. ...
 
 
 



"Annuncio a chi mi calunnia" di Olympe de Gouges

In fatto di politica, ho soltanto delle nozioni elementari; ma mi sembra che in questo frangente non serva citare Montesquieu o Jean-Jacques Rousseau, né creare nuove leggi: bisogna invece consolidarle, bandire gli abusi e saldare il debito nazionale .Questa è la materia da trattare, a mio avviso: su questo la Nazione deve prendersi il tempo per deliberare. Quale cattivo genio vi si oppone? Quale serpente velenoso morde i cuori?Quale leone ruggente infiamma le menti? Quale demone furioso sta provocando questo fermento generale?Non c’è più riposo né speranza: prepariamoci a massacrarci l’un l’altro. Se la mia fievole voce potesse risuonare fino ai piedi del trono, se gli Stati Generali la udissero senza recriminare sul mio sesso, questa mia voce offrirebbe un mezzo semplice e salutare, un mezzo che avevo già proposto a parecchi deputati: cioè quello di sospendere le loro funzioni per un mese o poco più. La tregua darebbe agli animi esaltati il tempo di ritrovare la calma, di far nascere nuove riflessioni in provincia, e di attribuire ai deputati nuovi poteri, più saggi e funzionali. Se invece gli Stati Generali si sciogliessero, state certi che in un istante l’allarme si diffonderebbe nel regno: tutto sarebbe perduto, e al secolo dell’egoismo seguirebbe il secolo della barbarie. Non riesco a crederci: la prosperità dei francesi è nelle mani degli Stati Generali, e quelli, se tra breve non si verificherà un ritorno di patriottismo, armeranno con i pugnali le mani dei francesi!Posate invece gli occhi su questo popolo infelice; tenete conto della costernazione del monarca e dell’avvilimento generale; tremate al pensiero dei mali innumerevoli che quei dissensi possono produrre. I miserabili allo stremo, uniti agli sbandati, attaccheranno alla cieca i tre ordini in tutta la Francia; e in quella spaventosa carneficina, la nazione rimpiangerà – troppo tardi! – di non aver riunito tutti gli interessi per il bene pubblico. Niente è più facile quanto esaltare gli animi,ma una volta che il fermento è al massimo, è quasi impossibile fermarne gli effetti. .... O francesi!O mia Nazione! Dovrò davvero rimpiangere di essere nata tra voi? No, un simile sentimento non può penetrarmi l’anima. Voglio convincervi e disarmare i miei nemici. E se non sarò io a godere di più fausti giorni, forse in futuro nella mia patria si citerà qualche passo delle mie povere produzioni; e si dirà: cosa avrebbe mai fatto, se fosse stata istruita?" - Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina 1791.
 

Questa personalità, che possiede tutti i requisiti per essere annoverata tra i "fautori" di Storia e il cui nome non appare nei testi scolastici né ha fino a poco tempo fa acquisito fama e notorietà, ché anzi pochi conoscono, questa donna, che la storiografia fino alla metà del XX secolo ha voluto ignorare e che storici come Thiers, Lamartine e Blanc preferirono definire "folle" per l'aver lei scelto di opporsi ad uomini come Robespierre e aver sostenuto fino alla fine la sua battaglia per la parità dei diritti, questa donna che non esitò nemmeno di fronte alla ghigliottina, oggi, soltanto oggi, è divenuta uno dei più eloquenti simboli della lotta per l'uguaglianza. L'evento della commemorazione dei duecento anni della Rivoluzione francese ha fornito l'occasione alla "memoria" di "fare memoria", per dirla col filosofo Courtine, e di "tentare di compiere oggi ciò che è stato fallito allora ". Nel 1981 lo storico e conferenziere francese Charles-Olivier Blanc ha pubblicato la sua prima opera importante, che è una biografia di Olympe de Gourges; con quest'opera egli contribuisce alla riabilitazione della figura di questa rivoluzionaria dall'intensa attività politica a favore dell'uguaglianza dei diritti delle donne e degli schiavi, che fu, anche lei, vittima del Terrore. Nel 1984 lo stesso autore, che approfondisce lo studio del periodo della rivoluzione come testimoniano i suoi tanti scritti -una dozzina- sull'argomento, pubblica una raccolta degli ultimin scritti dei condannati alla ghigliottina nel periodo che va dal 1793 al 1797, sotto il titolo di "Derniére Lettre, opera, tradotta in diverse lingue, che testimonia la mentalità del tempo e che potrebbe essere vista anche come una requisitoria contro le violenze del tempo. Egli, appoggiandosi infatti ai numerosi documenti del tempo presi in esame, smaschera i pregiudizi del tempo nei confronti di Olympe e, per la prima volta, recupera la verità sul suo tragico destino, suscitando vivo interesse tra gli studiosi in Francia e in Giappone ma anche in altri paesi e aprendo la strada a nuove interpretazioni che rivalutano l'opera inestimabile della rivoluzionaria, a tal punto che Pierre Sané, vicedirettore generale per le scienze sociali e umane dell’UNESCO, dichiara: "Drammaturga e libellista, ghigliottinata per aver denunciato le derive della Rivoluzione, Olympe de Gouges (1748-1793) fu fra i primi che reclamavano l’uguaglianza dei diritti per tutti i discriminati e gli sfruttati, come le donne e i Neri. Con la coerenza della sua riflessione e il suo inflessibile senso della giustizia si ostinò a scuotere una società che l’avrebbe preferita «ciò che la natura voleva ch’ella fosse». Storici e femministe si sforzano oggi di ripristinare la figura dimenticata di questa donna in anticipo sul suo tempo – e forse perfino sul nostro. ... Nel 1998 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione sui difensori dei diritti dell’uomo, che dà riconoscimento internazionale e legittimità agli individui che lottano per promuovere i diritti fondamentali. Considerando la molteplicità dei suoi convincimenti e la potenza della sua difesa dei diritti della persona, è poca cosa dire che de Gouges sarebbe pienamente qualificata per ricevere questo titolo. ... Olympe de Gouges riconosceva così che, se «la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente quello di salire alla tribuna» ... Olympe de Gouges milita anche contro la schiavitù, abolita dalla Prima Repubblica nel 1794, prima che fosse ristabilita da Napoleone otto anni più tardi. Dal 1788 de Gouges pubblica le sue Riflessioni sugli uomini negri, poi il Mercato dei Neri nel 1790 e La schiavitù dei Neri nel 1792. Impegnata in questa lotta, aderisce alla Società degli amici dei Neri, a fianco di Brissot de Warville, Condorcet o Lafayette. La causa delle donne, la causa dei neri, la causa degli oppressi in generale, queste sono le ammirevoli battaglie che Olympe de Gouges porta avanti. ... ". ( da Le monde Diplomatique – novembre 2008 ; traduzione dal francese di José F. Padova).
Scrittrice, autrice teatrale, ferventemente dedita alla politica, Olympe de Gouges si batté per la liberazione degli schiavi, per il divorzio, per i diritti degli orfani e delle madri nubili...né tollerò mai ingiustizie, tanto che, lei repubblicana, fu contro la condanna a morte di Luigi XVI e dichiarò che ne avrebbe voluto assumere in prima persona la difesa. Si chiamava, di fatto, Marie Gouze, poiché lei, figlia naturale del marchese Lefranc de Pompignan, uomo noto per le sue doti di letterato ma anche perché Presidente del Tibunale, fu allevata da Pierre Gouze, che era un macellaio. Nata il 7 maggio del 1748 nella regione di Montauban, come accadeva ai suoi tempi alla maggior parte delle giovinette, sposò a soli 16 anni; ebbe un figlio, ma già l'anno dopo rimase vedova. Da questo momento la sua vita sentimentale fu densa di incontri, a cominciare dal "coup de foudre" con Jacques Biétrix, che la condusse con sé a Parigi, dove cambiò il suo nome in Olympe de Gouges. Era bella e seducente e non mancò di corteggiatori né di ammiratori; tra la gente che frequentava vi erano molti scrittori ed anche dei filosofi. Anche lei cominciò a scrivere... un suo dramma dai marcati accenti polemici nei confronti della schiavitù fu rappresentato proprio nel 1879. Non esitò ad entrare nella vita politica e, assolutamente certa della parità dei diritti della donna estese e pubblicò, nel 1791, la "Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina".
"Uomo, sei capace d’essere giusto? E’ una donna che ti pone la domand ; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza ; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. ... " leggiamo nella sua dichiarazione. E nel preambolo: "Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, ... ". Ed ancora: "La Donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune." nell'Articolo I.
Una donna, come lei, per la lucidità e la coerenza del suo pensiero politico, che la induceva a rivendicare l’ammissione delle donne al diritto di cittadinanza e a femminile e a sollecitare la creazione di ateliers nazionali per i disoccupati, di una struttura articolata di protezione ospedaliera materna e infantile, di un sistema giudiziario che garantisse un sussidio alle vedove e il riconoscimento dei figli nati fuori del matrimonio, che la faveva continuamente balzare in primo piano per esprimersi su tutti i temi più importanti del pensiero sociale del tempo, dall’abolizione della pena di morte, all’eliminazione della schiavitù nelle colonie, dovette certamente infastidire non poco quelli che si sentirono inequivocabilmente oggetto delle sue lucide obiezioni e temevano i suoi slanci progettuali quali possibili trasformazioni vere della realtà sociale.
Non è ipotizzabile dunque poter pensare che Olympia avrebbe potuto evitare uno scontro frontale con Robespierre; fino alla fine tentò lei stessa di difendere le sue posizioni, ma in quei tempi in cui, come disse un contemporaneo alla condanna di Lavoisier, "oggi in pochi istanti cade una testa; ci vorranno centinaia di anni prima che ne nasca una uguale", la ghigliottina con la sua lama crudele ed implacabile poneva fine alla vita di uomini oscuri come , e forse anche di più, a quella di uomini giusti e onesti, indifferente, anzi ancor più ostile, alla superiorità morale e creativa di individui nati per promuovere il processo evolutivo dell'umanità, la condanna a morte giunse molto presto; nel 1793 Olympia fu condannata a morte, eliminata con accanimento magggiore poiché lei, dal "debol sesso" dimostrava di possedere vis politica e capacità non indifferenti di dare alla propria voce e alle parole tutta la forza della suo pensiero ben strutturato e connesso uinteramente con la dignità dell'etica.
 
 
 



 

lunedì 2 giugno 2014

scelta di poesie

Scelta di poesie


SE AVESS’IO
Alda Merini  
Se avess'io levità di una fanciulla
invece di codesto, torturato,
pesantissimo cuore e conoscessi
la purezza delle acque come fossi
entro raccolta in miti-sacrifici,
spoglierei questa insipida memoria
per immergermi in te, fatto mio uomo.
Io ti debbo i racconti piu fruttuosi
della mia terra che non dà mai spiga.
e ti debbo parole come l'ape
deve miele al suo fiore. Perchè t'amo
caro, da sempre, prima dell'inferno
prima del paradiso, prima ancora
che io fossi buttata nell'argilla
del mio pavido corpo. Amore mio
quanto pesante è adducerti il mio carro
che io guido nel giorno



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Afterglow

Sempre è commovente il tramonto
per indigente o sgargiante che sia,
ma più commovente ancora
è quel brillìo disperato e finale
che arrugginisce la pianura
quando il sole ultimo si è sprofondato.
Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,
quella allucinazione che impone allo spazio
l'unanime paura dell'ombra
e che cessa di colpo
quando notiamo la sua falsità,
come cessano i sogni
quando sappiamo di sognare.

Louis Borges

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C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita. 

È tutto in ordine dentro e attorno a lui. 

Per ogni cosa ha metodi e risposte.

È lesto a indovinare il chi il come il dove 

e a quale scopo.


Appone il timbro a verità assolute, 

getta i fatti superflui nel tritadocumenti, 

e le persone ignote 

dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve, 

non un attimo in più, 

perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita, 

lascia la postazione 

dalla porta prescritta.



A volte un po’ lo invidio - 

per fortuna mi passa.



Wislawa Szymborska




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Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell'umane tenebre, 

Fratello che t'immoli

Perennemente per riedificare

Umanamente l'uomo, 

Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, 
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi, 
D'un pianto solo mio non piango più, 
Ecco, Ti chiamo, Santo, 
Santo, Santo che soffri. 

Ungaretti





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Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto. Come se passeggiassi, dormo, ma sono sveglio. Come se dormissi, mi sveglio, e non mi appartengo. In fondo la vita è in se stessa una grande insonnia e c'è un lucido risveglio brusco in tutto quello che pensiamo e facciamo.
Fernando Pessoa
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Apri a chi non bussa alla tua porta
Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.
Fernando Pessoa


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non sto pensando a niente

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l'aria notturna,
fresca in confronto all'estate calda del giorno.
Che bello, non sto pensando a niente!
Non pensare a niente
è avere l'anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita...
Non sto pensando a niente.
E' come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente...

- Fernando Pessoa
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Il tuo nome ignoro. Il tuo profilo non ricordo.
Le tue parole dimenticai.
Era mattina, nebbia, era Dicembre,
Quando ti trovai e ti persi.
Sogno o rammento?

Non so. Era mattina e la nebbia
Nascondeva quello che c'era e quello che pensavo
Come un falso estremo rifugio
In nessuna parte del quale io stavo.
Sogno, prolisso e intero,
Ma, se tra i tasti la tua mano vagasse,
Così, spogliata dell'esser tua, io so                  
Che forse potrei trovare
Tra quello che non ho potuto incontrare
Quello che non troverò.
Ferdinando Pessoa
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Quem sonha mais?





Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c'è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?

Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?

La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?


Ferdinando Pessoa
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Quel che mi duole non è
Quello che c'è nel cuore
Ma quelle cose belle
Che mai esisteranno.

Sono le forme senza forma
Che passano senza che il dolore
Le possa conoscere,
O sognarle l'amore.

Come se la tristezza
Fosse albero e, una ad una,
Le sue foglie cadessero
Tra il sentiero e la bruma.
Ferdinando Pessoa
۞

♫ტ  ♦♣♦  ტ♫●

Il sole dei vecchi
è un sole stanco.
Trema come una stella
e non si fa vedere,
ma solca le acque d'argento
Dei notturni favori
E tu che hai le mani piene
d'amore per i vecchi
Sappi che sono fanciulli

Attenti al loro pudore.



 

Alda Merini



♣♫ტ   ♦♣♦   ტ♫♣
A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.

Alda Merini
 da "La vita facile"
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A Tutte le Donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
Alda Merini
♣♫ტ   ♦♣♦   ტ♫♣
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 Sono una donna


Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi... /...
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Joumana Haddad


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"Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà
più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa
per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale:
l'umanità femminile. Questo progresso trasformerà l'esperienza
dell'amore, che ora è piena d'amore, la ...muterà dal fondo, la riplasmerà
in una relazione da essere umano a essere umano, non più da maschio a
femmina. E questo più umano amore somiglierà a quello che noi
faticosamente prepariamo, all'amore che in questo consiste, che due
solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda"
Rainer Maria Rilke

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Io non sono Io
Sono colui
che mi cammina accanto senza che io lo veda;
che, a volte, vedo,
e che, a volte, dimentico.
Colui che tace, sereno, quando parlo,
colui che perdona, dolce, quando odio,
colui che passeggia là dove non sono,
colui che resterà in piedi quando morirò.
Juan Ramón Jiménez





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Rimani

Rimani! Riposati accanto a me.
Non te ne andare.

Io ti veglierò. Io ti proteggerò.

Ti pentirai di tutto fuorchè d’essere venuto a me, liberamente, fieramente.
Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo;
non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.

Lo sai. Non vedo nella mia vita altro compagno, non vedo altra gioia

Rimani.
Riposati. Non temere di nulla.

Dormi stanotte sul mio cuore…

gabriele d'annunzio

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AMO TUTTO CIO' CHE E' STATO

Amo tutto ciò che è stato,

tutto quello che non è più,

il dolore che ormai non mi duole,

l'antica e erronea fede,

il passato che ha lasciato dolore,

quello che ha lasciato allegria

solo perché è stato, è volato

e oggi è già un altro giorno.

Fernando Pessoa ⚘️ ⚘️