venerdì 10 aprile 2015

Ugo Crozio


"Io vidi prevalere in tutto il mondo cristiano una licenza, nel far guerra, di cui anche nazioni barbare si sarebbero vergognate, poiché si ricorre alle armi per ragioni futili o senza motivi, e quando le armi sono state una volta impugnate, ogni rispetto per le leggi divine e umane é stato gettato via, quasi gli uomini fossero da quel momento autorizzati a commettere ogni delitto, senza restrizioni.".
da : De iure bellis et pacis (1625).



Queste parole, che mai sembrano cessare di essere attuali, non vogliono tuttavia negare la difesa, legittima, delle vite e dei beni della società civile di uno Stato, quando, e se, essi sono realmente minacciati, ma vogliono evidenziare in modo assolutamente netto l'ingiustizia sia di una guerra di conquista o di una guerra combattuta per dare ad un popolo, che non lo richiede né lo vuole, un governo che si presume, a torto o a ragione, gli faccia bene, sia di una guerra preventiva, che, invece, alcuni scrittori giustificavano ed autorizzavano. Di fronte a questo tipo di guerre vale, secondo Grozio, che il singolo si opponga al suo parteciparvi.
E, qualora le situazioni siano tali da non poter evitare il conflitto, è doveroso condurlo nel rispetto dei diritti fondamentali dei popoli.
Giurista, filosofo e scrittore olandese, (1583-1645), Ugo Crozio è ritenuto il "padre del diritto naturale". Il suo De iure bellis et pacis, trattazione dei molteplici e differenti aspetti della guerra, contiene le basi del diritto internazionale, che, per lui, è prevalentemente connesso col diritto naturale.
In questo suo essere considerato "padre del diritto naturale" Crozio va accostato al suo predecessore in materia: il domenicano spagnolo Francisco de Vitoria (1483-1546), il quale, riallacciandosi a Sant'Agostino e a San Tommaso d'Aquino, trattò della cosiddetta "guerra giusta" e del rispetto di valori etico-naturali, in base ai quali, peraltro, una guerra non deve assolutamente provocare danni maggiori di quelli a cui intende portare rimedio, essendo egli anche quel primo teologo che, insieme a Bartolomeo De La Casas, affrontò la questione della conquista spagnola, ne denunciò i gravi aspetti di selvagggia barbarie e contestò i principi del Trattato di Tordesillas, sostenendo con vigore sia l'illegittimità del mandato papale di evangelizzazione, sia il concetto aristotelico della "naturale schiavitù".
Se Machiavelli aveva sostenuto che la forza di uno Stato va mantenuta anche secondo mezzi non corrispondenti alle leggi della morale collettiva, per cui un Principe, pur di garantire l'integrità e la potenza del proprio Stato, può e deve ricorrere alla violenza, alla menzogna, al tradimento, all'assassinio, Crozio, invece, è risoluto nel sostenere che se pure i governi possono non rispettare, in talune circostanze, la legge "positiva" formulata e decisa dagli uomini di un determinato luogo e di una determinata epoca, sono obbligati invece ad obbedire allo "ius naturale", ritenendo per diritto naturale "il dettato della giusta ragione che rivela l'immoralità o la necessità morale di qualsiasi azione....".
Di diritto naturale avevano trattato antichi filosofi quali Ippia di Elide, il quale affermava che "il simile è per natura parente del simile, mentre la legge, essendo tiranna degli uomini, costringe a fare molte cose contro natura", lo stesso Aristotele e poi, a Roma, Gaio e Ulpiano, che vollero occuparsi anche del cosiddetto "ius gentium", considerare cioè anche il diritto relativo ai popoli non compresi nella cittadinanaza romana, cosa che maturò, nelle riflessioni di Ulpiano, la constatazione che la condizione di schiavo viene vista tale dalle leggi fatte dagli uomini e non corrisponde alla condizione naturale dell'uomo. E anche gli Scolastici e San Tommaso si occuparono di diritto naturale e San Tommaso, in particolare, poneva l'accento sul fatto che è un diritto naturale dell'uomo rivendicare la propria libertà.
Fu tuttavia Ugo Crozio che approdò alla formulazione completa del giusnaturalismo, ossia alla constatazione, e alla conseguente affermazione, dell'esistenza di un diritto naturale conoscibile da ogni uomo.
Connettendo lo "ius naturae" con lo "ius gentium" egli costruì la prima formulazione moderna di una legge internazionale.
Supponendo che una guerra sia inevitabile, allora i governi dovrebbero condurla nel rispetto di alcuni diritti fondamentali, quali la previa dichiarazione di guerra, il rispetto, nelle conquiste, dei bambini, delle donne e di tutti i non combattenti, la non uccisione dei prigionieri....Ed anche se sorgono domande come: "se lo "ius naturae" è "un dettato della giusta ragione", chi stabilisce qual è la giusta ragione?" o come: " una volta definiti i principi del diritto internazionale chi ne sarà garante?", è indubbio che l'opera di Grozio ha il grande merito di mettere i primi limiti all' "omicidio autorizzato" perpetrato nelle guerre fino ad allora combattute ed, anche se dalla stessa Guerra dei Trent'anni a tutte le altre guerre che ancor oggi si consumano nel mondo il diritto internazionale viene troppo spesso gravemente e drammaticamente calpestato, resta il fatto che quest'uomo segnò un Rubicone, un momento di riflessione che, nonostante la violenza del mondo, diede inizio ad un processo evolutivo ancora in atto.
Grozio elaborò e formulò anche la teoria del "contratto sociale" e ipotizzò l'internazionalità e la libertà dei mari, cosa che contribuì all'abbattimento di alcuni monopoli commerciali.
Queste sue idee innovative, se convinsero Richelieu, che aveva deciso d'intervenire nella Guerra dei Trent'anni, a revocargli la pensione, costringendolo a ritirarsi ad Amburgo, ispirarono invece alla regina Cristina l'idea di invitarlo a restare alla sua corte come studioso e a fornirgli una buona pensione. Egli espresse invece il desiderio di ritornare in Germania, ma durante il viaggio, la nave s'incagliò e, avendo egli subito dei danni alla salute per lo schianto, morì poco dopo a Dresda.
Nel 1886 la città di Delft, sua città natale, gli innalzò una statua.


© rosalia de vecchi

martedì 31 marzo 2015

Santuario di San Romedio, uno dei santuari più suggestivi non solo del Trentino ma d'Europa.





stampa antica in cui è visibile il santo con l'orso ammansito

 Il santuario, dedicato a san Romedio, si trova al centro di una profonda e selvaggia forra, in cima ad un picco di roccia calcarea, alto più di 70 metri, nell'area comunale di Coredo, in Val di Non , nel Trentino. Risale al 1000, ma di fatto, essendo costituito da cinque chiese a ridosso di questa ripida parete di roccia e unite tra loro da ben 115 gradini, si può dire che sia stata costruita durante un arco di tempo che si aggira intorno ai novecento anni. Custodito da frati francescani esso è meta di numerosissimi visitatori.



ingresso al santuario, la scalinata conduce al luogo più alto dove sono custodite le reliquie del santo

Fino a qualche tempo fa una delle attrattive, per i visitatori, era costituita dall'orso. Sul piazzale antistante il santuario un cartello ammoniva di non gettare cibo o altro all'orso. E una scritta sul portale rammenta ad ognuno che vi giunga che "mentre l'orso, la belva si fa umana ", chi è nato uomo fa invece di tutto per diventare belva. 
Nel 1956, infatti, per la prima volta, il conte Gian Giacomo Gallarati Scotti aveva donato al santuario un orso da circo ormai troppo vecchio, per finirvi i suoi giorni sereno, inaugurando così la tradizione dell'orso a San Romedio.
Ma ora che la tradizione è stata interrotta da ragioni ambientaliste, si discute molto sulla presenza dell'orso nel luogo sacro e si dibatte tra sostenitori del pro e difensori del contro, tanto che persino in FB esiste il gruppo di quelli che rivogliono l'orso a San Romedio!
Intanto si parla di un calo delle visite a San Romedio, dovuto appunto alla "sparizione" dell'orso.
Ma come mai l'orso a San Romedio? Quale legame c'è tra il santo e l'orso?
Sono varie le leggende che esistono a questo proposito, ma tutte hanno come soggetto San Romedio che cavalca il feroce plantigrado. Si dice infatti che, quando l'eremita, negli ultimi anni di sua vita, ormai vecchio e malato, ebbe deciso di scendere dall'eremo insieme ai suoi compagni Abramo e Davide, per recarsi a visitare il vescovo di Trento, Vigilio, abbia chiesto che gli venisse sellato il suo cavallo, che stava pascolando nel bosco. Ma, ahimé, ecco che allora avvenne una cosa terribile! Tutto trafelato e sconvolto, il povero Davide venne a portare la notizia: un orso aveva sbranato il cavallo! San Romedio non batté ciglia e dinanzi allo stupefatto, incredulo, Davide, ordinò: "Metti briglie e morso all'orso". 
Che stravaganza! Ma il fraticello obbedì. E vide, con meraviglia ancor più grande, l'orso piegarsi mansueto e lasciarsi cavalcare dal Santo, il quale giunse in città acclamato dalla gente, che già lo aveva in massima venerazione.
Alla sua morte, San Romedio venne sepolto nella stessa grotta in cui aveva dimorato, nel luogo dove oggi sono conservate le sue reliquie e intorno al quale sono sorte le cinque chiese che compongono il santuario. Un luogo davvero affascinante: alla confluenza tra due piccoli fiumicelli, una stradina inserita tra alte pareti di roccia conduce ad una svolta: qui su un imponente cono roccioso, sovrastante il verde fitto del bosco di faggi e di abeti, ecco apparire il santuario, con la sua tipica forma a pinnacolo, che da una base più larga va restringendosi attraverso i suoi tre piani fino alla parte più alta: la cella che custodisce le reliquie del santo.
Cosa insolita, qui, si procede a ritroso: da luoghi più recenti si va verso quelli più remoti, infatti l'intero complesso si è sviluppato, nel tempo, procedendo dall'alto verso il basso. Come ad esempio, come quando si attraversa il settecentesco portale d'ingresso e ci si trova nel piccolo chiostro cinquecentesco, lastricato a ciottoli, dove risiedevano i vicari ed dove ora vivono i frati francescani cui è affidato il compito di custodire il santuario. Le stanze , disposte su due piani a ferro di cavallo che si aprono su un loggiato rinascimentale molto bello, hanno subito vari rimaneggiamenti e doggi sono adibite in parte a convento in parte a servizi. Vi è persino il bar e fino ai primi degli anni '70 c'è stato anche un ristorante. Non mancano ovviamente gli spazi usati alla vendita di souvenirs e libri!



Un bellissimo arco settecentesco divide le due zone che potremmo dire "sacra" e "profana": esso sta infatti quasi come arco divisorio tra la parte esterna del santuario e quella che invece, attraverso i più di cento gradini conduce verso le zone più interne, su su fino al reliquario.
Appena superato l'arco, due cappelle di modesto valore artistico sono dedicate una, quella a destra, con il soffitto tutto decorato di figure di santi, a San Giorgio, in onore del suo fondatore, Giorgio Cles, l'altra, quella a sinistra, all'omaggio fatto da un gruppo di ex combattenti scampati al massacro della prima guerra mondiale che la vollero appunto far erigere come voto. Lungo la scalinata gruppi di statue lignee che raffigurano i misteri dolorosi della Passione di Cristo, ma che nei carnefici non rappresentano i soldati romani ma i militari austroungarici, che in quel periodo dominavano la vallata.


La scala che dopo i primi 36 gradini si restringe sempre più, è tappezzata di ex voto, oggetti vari che testimoniano la grande devozione della gente del luogo per il santo e che, facendosi linguaggio figurativo popolare, raccontano storie di dolori e di gravi prove, di gioie e di gratitudine... E qui, quello che più colpisce e commuove è che molti ex voto si riferiscono a grazia ricevuta negli incidenti sul lavoro. Infatti una delle leggende sul santo racconta che un giorno, diversi anni dopo la sua morte, durante i restauri praticati nella chiesetta costruita per prima, un carpentiere che stava schiodando un legno, perse l'equilibrio e cadde. Precipitò paurosamente nel burrone e tutti furono presi da gran dolore. Tutti, infatti, pensarono che mai ne sarebbe uscito vivo.




Ma, quando lo raggiunsero per soccorrerlo, i compagni, con grande sorpresa, dovettero gridare al miracolo: l'operaio, vivo ed illeso, sorrideva loro come se quel pauroso volo non fosse mai accaduto!
Forse proprio per questa leggenda la chiesetta è la più rappresentata negli ex voto. Essa è una costruzione del 1513, ma in stile gotico, con l'altare invece barocco. Fu voluta dal conte Sigismondo Thun.
Al piano più alto del santuario vi è la chiesa di San Romedio, o Chiesa Maggiore, tutta circondata da un camminatoio dal quale si gode un magnifico panorama. Essa è il punto centrale dell'intero
complesso. Ogni lato è diseguale dagli altri e in ciò somiglia ad una sala rinascimentale. I pellegrini stessi contribuirono alla sua costruzione: ogni pietra trasportata valeva un'indulgenza. Inizialmente sobria nel suo stile, più tardi, nel seicento, le sue pareti furono affrescate con immagini degli apostoli a grandezza naturale e il soffitto con la scena della Resurrezione. Cento anni dopo fu aggiunto l'altare barocco e nel secolo scorso la pala che più è cara ai fedeli, raffigurante San Romedio che cavalca l'orso ammansito. Nel pavimento c'è una grata, dalla quale si intravvede una piccola grotta. La si ritiene quella in cui il santo visse, ma gli storici sono convinti che invece, soprattutto negli ultimi suoi anni di vita, l'eremita si sia rifugiato nella spelonca naturale che si trova su nella sommità del picco.






Dalla Chiesa Maggiore, salendo sette gradini a destra, si accede alla parte più venerata del santuario. Il portale che ne disegna lo spazio di accesso è considerato molto pregiato. Di stile romanico, con decorazioni enigmatiche per gli esperti, offre allo sguardo del visitatore e del fedele i simboli del sole, della croce, del crocefisso di fattura simile all'arte longobardica e, seminascosto da una colonnina, forse del XII secolo, c'è il Presepe. I sette gradini conducono ad uno spazio di 35 metri quadri, dove un muro con cancello divide l'area della cappella dedicata a San Vigilio da quella che conserva le reliquie dentro un cofanetto posto all'interno di una nicchia con baldacchino. Gli affreschi di questa parte del santuario sono sovrapposizioni di varie epoche ancora all'esame degli studiosi.
Il più antico documento che testimonia l’esistenza di un culto pubblico del santo è il “Sacramentario Adalpretiano”, che risale alla seconda metà del XII secolo. Nel calendario insito nel documento è scritto: 1° ottobre: san Romedio confessore. Notizie intorno alla vita di San Romedio si trovano nell’ Epilogus in Gesta sanctorum (1240) del domenicano Bartolomeo da Trento. Ma resta ancora incerta l’epoca in cui si ritiene che l’eremita sia vissuto : chi la fa risalire al VII secolo, chi tra il IV e il V, chi addirittura al XIII secolo…






La questione relativa alla data della sua esistenza viene chiamata “questione romediana” ; invece sui fatti principali della vita del santo gli studiosi sono concordi.
Romedio, nacque nel castello di Thaur, a una decina di chilometri dall’odierna Innsbruck, figlio di una nobile e ricca famiglia, molto religiosa. Il piccolo Romedio crebbe in un ambiente in cui l’educazione cattolica e l’esempio stesso, in particolare della madre, lo avevano reso più disposto ad accumulare tesori spirituali che ricchezze materiali. La morte del padre prima e quella della madre più tardi accentuarono in lui l’inclinazione verso la vita ascetica, una vita di meditazione e di penitenza. Si narra che, essendosi recato in pellegrinaggio a Roma, al ritorno, come San Francesco dopo il sogno rivelatore, anche lui si sia spogliato di tutti i suoi beni, donandoli ai poveri e si sia ritirato a vita solitaria , scegliendo l’eremitaggio.




Due compagni, però, vollero seguirlo: Abramo e Davide.
L’incontro col vescovo di Trento, Vigilio, prima, e quello a Roma col Papa, dopo, sancirono questa sua scelta. Al primo il santo donò i suoi averi, sembra lo stesso castello di Thaur, altri suoi possedimenti e 1000 uomini, dal secondo ricevette l’assenso. Ma anche sulla contemporaneità di Romedio col vescovo Vigilio e sulla donazione fattagli si sollevano obiezioni, in quanto in epoca romana non era possibile donare strutture feudali quali castelli e terre, per cui si deve dedurre che i due non furono contemporanei e che il vescovo sia stato un altro e poiché Romedio dispone di beni di tipo feudale si deve dedurre che il periodo della sua esistenza sia quello medievale del 1000.
Romedio morì nella grotta dove era vissuto.





© rosalia de vecchi





il palazzo Besta di Teglio: violenza e raffinata cultura



In Valtellina, a Teglio, sorge, nell'omonima vallata, il palazzo Besta.

Il nome "teglio" deriva dal nome Tyllin, dio celtico della forza, lo stesso che nell'Olimpo greco diventa Heracles e in quello romano Eracle. E non a caso anche il nome Besta ha un significato non lontano dal concetto di forza, questa volta nel senso di primo in quanto forte e dunque il migliore: "besta" deriva dall'espressione inglese "the best", che in olandese è "het beste" e in tedesco "das beste". I Besta apparvero nella vallata durante il medioevo, molto probabilmente intorno al 1000, ed alcuni dicono che provenissero appunto dall'Inghilterra, altri dall'Olanda, altri ancora da qualche paese della Germania. Qualunque sia stata la loro origine, essi, fin dall'inizio, furono associati all'idea di uomini forti e capaci; oculati nella valutazione di esseri e cose, si dice che sapessero scegliere le mogli giuste, insieme alle quali educavano i figli, numerosi, e amministravano in modo assai fruttuoso i beni di famiglia. Si dice anche che proprio per queste loro rare qualità, essi, in breve, seppero conquistarsi la fiducia e la stima dell'arcivescovo di Milano, che proprio in virtù dei "grandi servizi resi dalla famiglia con prontezza e fedeltà alla causa della Chiesa", volle affidar loro la gestione delle sue proprietà in Teglio e questo, certo, contribuì non poco a far sì che essi si conquistassero presto il predominio tra le nobili famiglie, soppiantando ogni altro rivale. Non che per i Besta la cosa sia stata facile, anche perché l'ambiente di Teglio si distingueva per l'irrequietezza delle sue diverse fazioni: persino dal punto di vista religioso: quelli in alto che frequentavano la chiesa di San Lorenzo e quelli in basso che si recavano in quella di San Pietro e gli uni e gli altri, entrambi, erano soggetti alle assai severe regole del luogo, per cui chi non onorava le feste e chi non mandava i rappresentanti della propria famiglia alle processioni pagava una multa e chi sfregiava un'immagine sacra o bestemmiava era punito con dure pene corporali, se non avesse pagato l'ammenda.
Teglio si trovava in una posizione strategica, in cima ad un altopiano, che strapiomba per un settecento metri fino alla valle del fiume Adda. Questa posizione che da una parte l'ha resa pressoché inespugnabile data la pendenza da vertigine che avrebbe dovuto affrontare l'invasore sotto il tiro della difesa, dall'altra non l'ha isolata, impedendole di diventare, come di fatto divenne, un centro di comunicazione stradale e un nodo commerciale molto importante; infatti i traffici e gli scambi con la Svizzera, l'Austria, la Germania, fino al Mar del Nord furono intensi. Dal Nord Europa affluivano pellami, ambra grezza, coloranti, prodotti di oreficeria; dal sud tessuti preziosi, vetrerie, armi, sale, vino... La mitezza del clima e la buona terra dell'altipiano le ha sempre consentito coltivazioni quali campi di orzo saraceno, di orzo, di segala. Le vigne cariche d'uva, i frutteti, il bestiame nutrito sui pascoli delle verdi pendici, la legna abbondante per cucinare scaldarsi e costruire, proveniente dai fitti boschi di castagni e di noci, di pini e di abeti... e le ricche miniere di ferro e d'argento sull'opposto versante, quello delle Orobie.... l'acqua abbondante dei torrenti che azionava le pale dei mulini e l'Adda vicino, pescosissimo.... Questa era Teglio. Ci si spiega allora come mai, oggi, questo piccolo borgo di montagna conservi una singolare impronta di aristocrazia, come mai il palazzo della nobile famiglia Besta, con le sue architetture, le sue sculture, i suoi dipinti ... costituisca una delle più ragguardevoli testimonianze della più raffinata cultura rinascimentale.
Di fatto, nel mondo di allora, Teglio rappresentava un rifugio sicuro e un investimento promettente per ogni famiglia nobile! Ma questo fatto può essere considerato solo come un buon inizio e, senza una buona amministrazione ed un'apertura culturale, non sarebbe stato sufficiente ad assicurare la formazione di un così prezioso patrimonio artistico, quale ancor oggi si offre allo sguardo del visitatore.





Dopo che i Besta ebbero acquisito i considerevoli privilegi economici di cui sopra, grazie soprattutto al patrimonio dell'arcivescovo di Milano, essi ottennero, in breve, anche dei ragguardevoli privilegi politici. Dal 1480 Azzo I Besta fu vicario del podestà e pertanto ebbe vasti poteri civili e militari, che esercitò con fermezza. Seppe mantenere l'ordine pubblico avvalendosi di leggi severissime: dazi, prigioni, boia, gogna.... a chi giungesse per la prima volta a Teglio erano le prime cose che si imponevano alla sua attenzione. E guai sia all'uomo che si fosse macchiato di adulterio, ché la sua testa sarebbe caduta sotto la lama del boia sia alla donna adultera, ché sarebbe stata fatta affogare nella fontana dinanzi alla folla.




Nelle terre in cui ricchezza ed ordine erano ormai assicurati, il destino volle che nascesse l'uomo idoneo a far sorgere e a far sviluppare cultura, arte e letteratura, filosofia e scienze. Infatti, alla morte di Azzo I, il figlioletto Azzo II, troppo piccolo per governare, fu educato dal secondo marito della madre, Andrea Guicciardi. Ippolita aveva sposato l'uomo che lo stesso Azzo I aveva scelto come suo consulente, proprio per le sue eccellenti qualità. Coltissimo, Andrea Guicciardi, si era laureato all'università di Pavia in lettere e in medicina e in queste materie mantenne sempre la cattedra fino a che divenne rettore della medesima università. Fedele e competente, egli univa alla sua grande cultura le sue naturali virtù di uomo onesto e leale. Il piccolo Azzo II ebbe la fortuna di trovare in lui un pregevolissimo precettore ed un padre attento, amabile ed affettuoso. Da lui, il piccolo ricevette la passione per gli studi e il nobile piacere della frequentazione di ingegni ed artisti tra i più eminenti del tempo.




Azzo ordina architetture sculture dipinti che siano "il meglio"! proprio come il nome che porta!




E già nel portale il fregio col suo "Novit paucos secura quies" rende manifeste le ragioni delle sue scelte, le scelte di chi ha la serena certezza che una dimensione intellettuale superiore è un privilegio che a pochi è concesso. Infatti è nei bassorilievi del portale che sono scolpiti i simboli antichi di una conoscenza superiore, i simboli di una tradizione esoterica che dall'antico induismo arriva all'esoterismo cristiano, attraverso quello celtico, quali: la Fenice, il Pellicano, il Trigramma cristico, la ruota universale.




Da questa prima "rappresentazione" di una conoscenza superiore si passa nel cortile, dove le pareti sono affrescate da scene dell'Eneide. Il cortile ha dimensioni ad quadratum del tipo indicato da Filarete, Vitruvio e Leon Battista Alberti.
Da qui si passa al "piano nobile": il salone d'onore affrescato con scene dell'Orlando Furioso. In un'altra sala le storie bibliche della Creazione, in una quarta quelle tratte dalle Metamorfosi e infine un'altra sala ancora con affreschi che ritraggono scene di vita dell'antica Roma. Non c'è uno spazio che non contenga figure bibliche o mitologiche, scritte latine o ritratti, allegorie o altro.




Azzo I e i suoi successori sembra che abbiano voluto, attraverso questi affreschi, definire un programma. C'è chi dice che gli affreschi di palazzo Besta sono come una biblioteca ben ordinata di testi il cui significato tutti conoscono ma fingono di non sapere, c'è chi si esprime ancor più chiaramente e parla di significati esoterici connessi con gli affreschi del palazzo, ipotizzando che figure enigmatiche quali quelle della Fedeltà, delle due ruote, delle sfere armillari , del mago bianco identificato nello stesso Azzo II...siano figure scelte per la meditazione. Sebbene i signori di Besta non siano stati Federico II di Svevia, sebbene Teglio non fosse Castel del Monte e i tempi fossero diversi, si dà per certo che il luogo abbia accolto spiriti eletti dediti a studi esoterici.
Ma più tardi il luogo ha attraversato periodi molto difficili come quando finì soggetto ad un’amministrazione grigionese di religione calvinista che si dimostrò dura a tal punto da generare una sollevazione, che divenne presto una vera feroce rivolta in tutta la Valtellina.


 

In quella occasione persino uno dei Besta, Azzo IV si rese autore di un fatto gravissimo: irruppe nella chiesa di Sant’Orsola e uccise il pastore mentre stava predicando. Fu l’inizio di un orrendo massacro: uomini, donne e bambini cercarono scampo nel campanile, ma la chiesa fu data alle fiamme e morirono tutti. Era il 19 luglio del 1618. L’evento criminoso è passato alla storia sotto il nome di Sacro Macello. Ma l’aggettivo “sacro” in questo caso è certo molto inadeguato!





Purtroppo questo fu il primo gravemente triste episodio di un lungo periodo di violenze e di dolore, tanto che gli abitanti decisero di offrirsi di nuovo ai Grigioni per ritrovare la pace. E’ difficile credere a tutto questo arrivando a Teglio e soprattutto visitando le bellezze artistiche del palazzo. La chiesa sant’Orsola non esiste più, ma gli abitanti ne raccontano ancora la tragica storia.






© rosalia de vecchi


domenica 8 marzo 2015

Philipe Sidney



Quest'uomo dall'aspetto elegante, dal viso sottile e i lineamenti delicati, dai capelli color rame, considerato "estremamente bello" da alcuni, troppo "pomposo" da altri, fu poeta e uomo di corte, viaggiò, combatté, aprì le porte ai poeti, essendo, sebbene non ricco, prodigo protettore dei letterati, scrisse i sonetti più belli tra quelli che precedettero Shakespeare, influenzò la critica letteraria, a cominciare da quella del grande Shelley, cercò di modellare il proprio comportamento sull'ideale di uomo concepito dal nostro umanista Castiglione e, giunto a Venezia, volle farsi ritrarre da Paolo Veronese, mentre a Padova fece sua la tradizione del sonetto petrarchesco. Uomo che possedette tutte le doti cavalleresche richieste dalla concezione umanista, era fiero nel comportamento e coraggioso , abile ed agile nei tornei, cortese ed eloquente in amore. Non a torto Spencer lo chiamò "Presidente della nobiltà e della cavalleria".
Philip Sidney fu senz'altro uno degli uomini più interessanti ed importanti dell'età elisabettiana.
Nato da illustre famiglia il 30 novembre 1554, il giovane Philip poteva legittimamente vantare la sua appartenenza ad una nobiltà d'eccezione: la madre Lady Mary Dudley era figlia del duca di Northumberland, colui che aveva governato l'Inghilterra durante il regno di Edoardo VI ed il padre era Sir Henry Sidney, Presidente del Galles e per ben tre volte deputato d'Irlanda. Ma non solo: Il suo nome di battesimo, Philip, gli deriva dall'aver avuto come padrino lo stesso Filippo II. Sembra poi che lo zio materno Robert, Robert Dudley, fosse stato uno dei favoriti della regina Elisabetta.
Educato ad Oxford, Philip, ancor prima di concludere il suo corso di laurea , fu inviato a Parigi, poi in Germania, Olanda, Polonia , Austria, Ungheria, Italia.... Strinse un'amicizia che durò tutta la sua vita con uno dei capi degli Ugonotti, ma fu sempre di idee protestanti. Si sposò e si trasferì in Francia; due anni dopo la regina Elisabetta volle inviarlo in aiuto dei ribelli olandesi contro la Spagna. Fu dunque nominato governatore di Flushing. Guidò i suoi uomini alla presa di Axel, ma a cagione del suo stesso grande ardimento, essendosi aperto il varco galoppando tra le fila nemiche, fu ferito ad una gamba e dopo giorni di sofferenze morì. Per Spencer era scomparso la " meraviglia della nostra epoca".
I funerali si svolsero a Londra, dove Philipe Sidney ebbe onori pari a quelli tributati a Nelson. E' sepolto a Saint Paul.
" La speranza di tutte le persone colte e il protettore della mia giovane musa", come lo appellava Spenser, ebbe il grande merito di aver ben saputo esprimere il cambiamento dei tempi, quale ormai andava verificandosi anche nella elisabettiana Inghilterra, quello cioè di una classe aristocratica che, un tempo restia persino ad imparare a leggere e scrivere, ora proteggeva gli artisti ed essa stessa diventava artista in alcuni dei suoi rappresentanti. Egli fu il difensore della poesia e aprì le porte alla nuova generazione artistica che doveva vedere risplendere l'astro di Shakespeare.
Nel suo Defence of poesy, prendendo come riferimento Aristotele a i critici letterari italiani, Philip Sidney definisce la poesia un'arte che allieta ed insegna. "Il filosofo e lo storico,- egli affermava, - l'uno attraverso il precetto, l'altro attraverso l'esempio, raggiungono la meta, ma entrambi devono poi fermarsi, poiché l'uno poggia la sua scienza sull'astratto e sui principi generali, l'altro, privo di principi, è legato più a quel che è invece che a quel che dovrebbe. Né il filosofo né lo storico riescono a trasmettere, pertanto, un insegnamento.
La poesia, secondo lui, ha in sé tutta la letteratura: dramma, narrativa, versi. Infatti egli non si limitò a scrivere sonetti, ma scrisse , oltre alla difesa della poesia, l'Arcadia seguendo le orme del Sannazzaro, e Astrophel and Stella, l'amante della stella e la stella. Seguì anche lo stile petrarchesco e scrisse sonetti ritenuti i più belli prima di quelli di Shakespeare.
Come questi, in cui anche la luna è malata d'amore:
Con qual tristi passi, o luna, ascendi i cieli,
come silente, e con qual mesto viso!
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Dimmi allora, o mia compagna Luna,
se costanza d'amore è follia?
Se le beltà di lassù sono pur esse sì fiere?
Consentono all'amor d'essere amato,
o irridon gli amanti posseduti d'amore?
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martedì 13 gennaio 2015

Eleonora Pimentel Fonseca













Eleonora Pimentel Fonseca



Sola tra i miei pensier sovente i' seggio,
E gli occhi gravi a lagrimar m'inchino,
Quand'ecco, in mezzo al pianto, a me vicino
Improvviso apparir il figlio i' veggio.
Egli scherza, io lo guato, e in lui vagheggio
Gli usati vezzi e i' volto alabastrino:
Ma come certa son del suo destino,
Non credo agli occhi, e palpito, ed ondeggio.
Ed or la mano stendo, or la ritiro,
E accendersi e tremar mi sento il petto,
Finchè il sangue agitato al cor rifugge.
La dolce visione allor sen fugge;
E senza ch'abbia dell'error diletto,
La mia perdita vera ognor sospiro.


Il 13 gennaio dell'anno 1752, a Roma, nasceva una bambina dal nome italiano di Eleonora Anna Maria Felice. La piccola, nata da una nobile famiglia portoghese, la famiglia da Fonseca Pimentel Chaves, era destinata a ricoprire uno dei ruoli politici, e non solo, più rilevanti della breve storia della Repubblica Napoletana.
Lei, che dovette passare per l'esperienza cruenta del "martirio", un martirio al quale non fu risparmiata l'onta inflitta dal pubblico disprezzo di coloro i quali, oltre ad averla ritenuta rea di "patriottico"sovversivismo, la giudicarono con "spietato verdetto" colpevole per aver, lei donna, generato, pubblicato e difeso con l'azione idee politiche e per di più rivoluzionarie, fu anche una poetessa ed una delle prime donne giornaliste d'Europa, infatti fondò e diresse la rivista "Monitore Napoletano" per la diffusione delle idee repubblicane.
Non molto tempo fa (1986) lo scrittore Enzo Striano, in un romanzo storico, che s'intitola "Il resto di niente" racconta la sua vita di rivoluzionaria.
L'autore vi descrive le tappe più importanti della vita di Eleonora: la prima tappa è a Roma, dove nasce e dove, bambina attenta e curiosa, affascinata dalla sua bellezza, esplora la città italiana in cui, esule dal Portogallo si trasferisce con la sua famiglia. La seconda tappa è Napoli, dove si reca già adolescente, avendo la famiglia abbandonato Roma in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche tra lo Stato portoghese e quello pontificio, e dove sente che resterà fino alla morte.
" Vi alitavano savia comprensione, indifferenza gentile, meglio ancora supremo senso della vita, in equilibrio fra pietà e disincanto." dice.
E' questo il momento in cui Eleonora inizia a gettare le basi del suo persorso di letterata, a stabilire rapporti culturali, in una reciprocità di scambi con i maggiori ingegni del tempo, a intraprendere la sua carriera di poetessa.
Come sempre accade nella vita delle anime grandi, l'intelletto era molto precoce e l'apprendimento facile perché sostenuto da un reale interesse: Eleonora imparò presto l'uso parlato e scritto delle lingue classiche, latino e greco, e delle moderne, le tecniche più raffinate del far versi, fu ammessa all'Accademia dell'Arcadia, fu notata dal Metastasio.... fu in relazione epistolare con letterati di fama.... si rivolse agli studi di Storia, di Diritto, di Economia... scrisse su argomenti finanziari, tradusse dal latino testi giuridici...
Fu sposa e madre. Ma entrambe le esperienze le procurarono grande dolore: il figlio le morì giovane; il marito, ufficiale dell'esercito napoleonico, la picchiava a tal punto che le procurò l'interruzione di una seconda gravidanza: dovette separarsene.
Fu molto amica della regina Maria Carolina D'asburgo-Lorena: con lei condivise i salotti frequentati dagli illuministi napoletani, ma la rivoluzione fece precipitare ogni cosa: non vagheggiamenti di monarchie perfette né progetti di riforme illuministiche ma solo nemici pericolosi, giacobini fuori legge da mettere in prigione. Eleonora fu messa in prigione . Fu liberata dai lazzaroni.
Si aprì una breve ma intensa nuova fase della sua vita: cancellato il titolo nobiliare dal suo cognome, la giovane patriota fu un'artefice e un'attiva sostenitrice della Repubblica Partenopea.
Scrisse un inno alla Libertà e articoli su articoli, tutti dai decisi toni democratici e repubblicani, che escludendo ogni ipotesi di mediazione, le procuravano l'odio e il desiderio di vendetta delle classi nobiliari, cui apparteneva per nascita, senza riuscire però a conquistare un reale appoggio delle classi popolari, nonostante i suoi tentativi di coinvolgerle.
Quando, la seconda coalizione antifrancese, preoccupata di fronte al moltiplicarsi delle repubbliche democratiche, per bloccare l'avanzata francese e con essa la diffusione delle idee rivoluzionarie, inviò un corpo di spedizione austro-russo in Italia, riuscendo a cacciare i Francesi e a far cadere tutte, ad eccezione di Genova, le Repubbliche Sorelle, riaprendo le porte ai sovrani cacciati, questi, ripreso il governo, diedero inizio a feroci repressioni.
La repressione contro coloro che avevano partecipato e sostenuto la Repubblica Partenopea, nel Regno di Napoli, fu particolarmente spietata: 120 persone giustiziate, tra cui personalità di uomini e donne di alto livello, quali l'ammiraglio Francesco Caracciolo, il medico Domenico Cirillo, il giurista Mario Paganoo, lo storico Francesco Conforti, la poetessa e giornalista Eleonora Piementel de Fonseca.
Dopo aver patito la prigionia ( era stata arrestata mentre tentava di fuggire travestita da ufficiale francese) e l'isolamento , processata frettolosamente nonostante la difesa di valenti avvocati, salì al patibolo il 20 agosto 1799.
Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli scrive:"Morirono dei più noti del regno.....a fianco dei quali si vedevano uomini chiarissimi per lettere o scienze e donna rispettabile , la Pimentel.... ".
Si dice che prima di morire abbia pronunciato il famoso verso di Virgilio: Forsan et haec olim meminisse juvabit" (Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo).

Rosalia De Vecchi

martedì 11 novembre 2014

Jacqueline de Romilly













Jacqueline de Romilly, specialista di civiltà e lingua greca, prima donna professore all’Accademia di Francia, è morta all’età di 97 anni all’ospedale Ambroise-Paré de Boulogne-Billancourt. Era la decana dopo la morte, l’anno scorso, di Claude Levi-Strauss. « La Grecia oggi è in lutto », dichiara il ministro greco della cultura.
Anche se era ammalata da lungo tempo, la sua morte è stata un grande choc per tutti i suoi amici, come ha dichiarato l’editore Bernard Fallois. La docente infatti incarnava, in Francia, la passione e lo studio della cultura classico-umanista, e durante i suoi sessanta’anni di carriera ha scritto un’opera considerevole sulla civiltà dell'antica Atene, dalla quale tutto è sorto: filosofia, storia, tragedia, commedia, sofismo…

Tucidide, uno degli uomini della sua vita

Piena di ammirazione per l’antica civiltà greca, che non finiva mai di stupirla, Jacqueline de Romilly ha lavorato molto sullo storico Tucidide, che lei stessa chiamava »Uno degli uomini della mia vita », ma anche su Omero, Eschilo ed Euripide. 
Ma non solo civiltà greca, infatti  ha scritto pure un libro sulla Provenza e quattro volumi di novelle.
« Mi rammmarico profondamente che oggi non lavoriamo abbastanza per la formazione e lo sviluppo della cultura attraverso i testi e la profondità dei grandi autori, perdendo così un contatto prezioso con quello che altri hanno pensato prima di noi » dichiarava Jacqueline de Romilly.
Quelli che hanno incontrato questa piccola signora dai capelli bianchi, hanno potuto constatare che la grecità la rendeva così felice che appariva pervasa da una profonda tranquillità interiore, appassionata e piena di humor, malgrado la cecità che l’affliggeva da anni.
Jacqueline de Romilly è nata a Chartres. Suo padre, ebreo, filosofo, è stato ucciso al fronte quando lei aveva un anno. Fu allevata dalla madre, che era una scrittrice di romanzi. Incontrerà un uomo che lei disse « per tre quarti ebreo », ma da lui divorzierà. Il nome della sua famiglia trae origine dal fatto che durante la rivoluzione francese i Worms, nome originario, avevano acquistato il castello di Romilly, per cui si chiamarono : Worms di Romilly.

Una società che dimentica Omero finirà per dimenticare Voltaire.

Interessata più all’aspetto della modernità dei Greci che non a quello mitologico, che pure amava e approfondiva con vera passione, Jacqueline de Romilly era piena di ammirazione per questa civiltà greca antica soprattutto perché ebbe il grandissimo merito, - in ciò gli elementi essenziali della sua modernità,- di aver inventato la « democrazia », anche se essa escludeva ancora alcune categorie sociali come quelle delle donne e degli schiavi.
Lei sì, lei sì che sapeva parlare della pertinenza di questo periodo della storia antica con quello dell’Europa di oggi !
E faceva osservare : «  Si vuole che i bambini conoscano la realtà che li circonda. Ma quale meraviglia per loro scoprire un altro mondo, diverso da quello in cui oggi sono immersi! Perché pensare di poter derivare vantaggi da un incontro con qualcuno oggi nella vita « reale » e non da tête-à-tête con Ettore e Andromaca ? ».
Jacqueline de Romilly deplorava che l’insieme delle conoscenze oggi sia minato dall’utilitarismo. Una società che dimentica Omero finirà per dimenticare Voltaire, diceva e riteneva infatti che il greco antico dovrebbe essere accessibile a tutti. Infatti lei ha scritto anche la seconda edizione di « Assimilazione del greco antico », che fu un inatteso best-seller.

Gran Croce della Legion d’onore

Solo un “pugno” di donne merita – diceva Jacqueline con maliziosa ironia – di desiderare la vita che io ho avuto: ebrea sotto l’occupazione, finita sola senza figli e senza famiglia, ma con una carriera da professore fin in ogni suo “angolo” come l’avevo desiderata.
Nessuna nostalgia, nessun rimpianto dunque, in questa intellettuale che giudicava importante per l'umananità di riprendersi, di raddrizzarsi e, con l’aiuto del passato, d’inventare qualcosa di meglio.”.
I Greci contemporanei l’adoravano e spesso le esprimevano la loro gratitudine. Membro e corrispondente dell’Accademia d’Atene, Jacqueline de Romilly aveva ottenuto la nazionalità grec anel 1995 ed era stata nominata ambasciatrice dell’ellenismo nel 2000.

E’ una perdita per il nostro paese

Ha sofferto molto da qualche decina d’anni nel vedere gli studi di questa lingua declinare e questo per lei ha costituito un immenso dolore.” ha espresso su “France Info” Hélène Carrère d'Encausse, segretaria dell’Accademia di Francia, aggiungendo che il miglior  modo di commemorare la studiosa « sarebbe di dare maggior importanza alla lingua greca, di cui lei è stata la più grande difenditrice nel nostro (quello francese) paese » ed ha concluso : «  E’ una perdita per il nostro paese. ».
« Con Jacqueline de Romilly si spegne una grande umanista, la cui parola ci mancherà, ma che noi possiamo e dobbiamo coltivare attraverso le innumerevoli testimonianze che lei ci lascia » ha detto Nicolas Sarkozy in un comunicato.

Hommage à Jacqueline de Romilly

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La vie et l'oeuvre de Jacqueline de Romilly sont baignées d'une lumière puisée aux sources d'une très haute civilisation - la civilisation grecque - une flamme qu'elle a transmise et entretenue toute sa vie durant, jusqu'à son dernier souffle.
Jacqueline de Romilly a contribué autant à l'édification intellectuelle des jeunes générations, à l'instruction du grand public par ses nombreux ouvrages, qu'à la libération de la femme par l'exemple qu'elle a donné de sa propre élévation.



E François Fillon ha espresso il suo « dolore » per la perdita di « questa signora che ebbe una brillante carriera. »

18 dicembre 2010 Boulogne-Billancourt,
Wikipedia
Ticino news.ch

Swissinfo.ch


da Le Figarò traduzione di rosalia de vecchi


http://www.lefigaro.fr/culture/2010/12/19/03004-20101219ARTFIG00036-l-academicienne-jacqueline-de-romilly-est-morte.php