lunedì 20 aprile 2015

Caterina d'Aragona


Michael Sittow, Caterina d'Aragona come principessa vedova del Galles, circa 1503, olio su tavola di quercia, 29cm x 20,5cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna


Era il 1501, quando la "fanciulla" reale, la figlia di Ferdinando e Isabella di Spagna, appena sedicenne, giunse in Inghilterra per sposare il quindicenne Arthur, fratello di Enrico, morto un anno dopo il matrimonio, matrimonio che Caterina sempre negò essere stato consumato. 
La sua cospicua dote persuase il suocero, Enrico VII, a non lasciarla ripartire per la Spagna ma a rinnovare l'alleanza con il potente Ferdinando con un nuovo matrimonio: quello di Caterina, di sei anni maggiore, con l'allora "ragazzetto" Enrico, suo cognato!
Nessuna sorpresa se in quell' "intrigo" vi furono due opposti partiti a sostenere o ad avversare questa decisione: entrambi si ispiravano alla Bibbia e, alcuni gridavano allo scandalo: "Non è onesto che un uomo prenda la moglie del fratello .... essi saranno senza figli." (Lev. 20:21). Mentre altri dichiaravano con convinzione: “ Se due fratelli abitano insieme e uno di essi muore, e non hanno figli… l’altro ne prenda la moglie e la elegga a propria moglie.”.
Il matrimonio legale fu celebrato, anche se, data l’età di Enrico, venne differita la coabitazione.
Due anni dopo, Enrico chiese l’annullamento di questo matrimonio praticamente impostogli dal padre, ma gli interessi politici erano tali che egli stesso dovette convincersi a celebrarlo solennemente sei settimane dopo la sua incoronazione. 
 Caterina diede alla luce, uno dopo l’altro, una bambina di sette mesi e quattro figli maschi, che morirono dopo poco. Enrico già pensava al divorzio, quando nacque Maria, quella Maria che regnerà alla morte del padre per un tempo sufficiente a farla ricordare nella Storia come la Cattolica e la Sanguinaria, quella Maria che a soli due anni fu promessa sposa al Delfino di Francia!
E l’anno dopo ancora un quinto figlio maschio: nato morto! Ora Enrico cominciava a mettere in dubbio la validità del suo matrimonio con Caterina, a ritenere che il matrimonio con il fratello morto fosse stato realmente consumato, a temere persino che la morte dei figli e la mancanza dunque di una discendenza maschile fosse una punizione divina, per un matrimonio che contraddiceva ad un comandamento biblico! Oh, se la regina avesse partorito un figlio maschio! Egli avrebbe, come voto, allestito e guidato una Crociata contro i Turchi! Ma Caterina aveva ormai compiuto l’arco della sua fertilità e più vecchia di lui di sei anni, debole, deformata nel fisico e triste nell’anima per le tante dure prove subite, non costituiva più alcuna attrattiva nei confronti del suo giovane e vigoroso sposo.
Caterina, pur sfortunata e provata, fu una donna eccellente come cultura e raffinatezza. Ma raramente i mariti hanno trovato affascinante l’erudizione di una moglie! Amava Enrico e fu una buona sposa, accettò il comportamento infedele del re e lottò fino all’impossibile per salvare il suo matrimonio, opponendosi, finché poté, all’annullamento; ma l’amore più grande in lei fu sempre quello per la sua Spagna! Si considerava un inviato di Spagna presso l’Inghilterra, e di fatto per un certo tempo lo fu. Affermava che l’Inghilterra sarebbe sempre stata dalla parte di Ferdinando o di Carlo.
Nonostante i suoi appelli alla legge, nonostante il diniego da parte del Papa di annullare questo matrimonio, diniego che favorì l’istituzione della Chiesa Anglicana, Caterina fu costretta a lasciare la corte reale e, cosa ancor più dura, fu allontanata dall’unica figlia che ora veniva dichiarata illegittima. Vedere Maria, anche questa era ammalata, le fu sempre negato. La sofferenza di Caterina si accresceva quanto la sua ostinazione a non voler mai accettare la nuova condizione di vedova di Arthur. Continuò sempre a firmarsi: Caterina, la regina. Non smise mai di preoccuparsi della salute spirituale di Enrico e fino all’ultimo sperò in un suo ritorno a lei.
Visse nel castello di Kimbolton in condizioni molto semplici, quasi come in un convento. Si ammalò di tumore e, ormai vicina alla morte, scrisse la sua ultima lettera al re, raccomandandogli Maria, dichiarandogli il proprio perdono e pregandolo, come una sposa affettuosa, di aver cura della propria salute spirituale.
 La lettera si chiude con la frase: “Ed infine io vorrei, più che ogni altra cosa, posare ancora una volta i miei occhi su di voi!”.
Era il 7 gennaio 1536, quando, ricevuti i sacramenti, Caterina emise l’ultimo respiro. Non ricevette onori, né quella magnificenza promessa quale omaggio dovutole dal popolo inglese, la sua sepoltura avvenne, per volere del re, nella cattedrale di Peterborough a pochi chilometri dal castello che fu sua dimora negli ultimi anni.
Si sparse la voce che il re l’avesse fatta avvelenare, ma c’è chi afferma che Enrico sarebbe ricorso se mai alla mannaia! Morire intorno ai cinquanta anni non era ai tempi di Caterina un’eccezione: ai suoi tempi la vita si bruciava in tempi brevi!
Di lei, che viene per lo più ricordata come una donna pia e mite oltre che sfortunata e triste, si vuole invece onorare il profondo senso della dignità regale, quale si addice alla figlia della coppia di sovrani tra i più grandi d’Europa. 
E chi la ritenesse responsabile d’aver procurato lo scisma anglicano, dovrebbe considerare che proprio lei, Caterina, zia di Carlo V, con la sua fedeltà al matrimonio, alla fede cattolica, alla Spagna, ha lottato fino alla fine per salvare tutto ciò che amava.

© rosalia de vecchi


commento di ...
Il ritratto che traspare dalle tue interessanti analisi è quello di una donna affascinante e complessa, allevata fin dalla più tenera età ad un destino di regina, indomita, determinata a mantenere a tutti i costi il suo ruolo...
Se è vero che fu consapevole da sempre dell'importanza di un ruolo che la ragion di Stato le aveva imposto e che lottò con tenacia anche quando intrighi e complotti si intrecciarono alle sue spalle dopo la morte del primo marito, quanto sarà stata pesante la pressione di dover mettere al mondo un re dopo tre gravidanze infelici e tre figli maschi morti prematuramente? E quanto profonda l'umiliazione di non riuscirci e di assistere ai tentativi di annullamento del matrimonio da parte del suo secondo marito?

Quante umiliazioni avrà vissuto Caterina nell'intuire i suoi tradimenti ripetuti? E quanta mortificazione a seguito dell'attribuzione finale del titolo di "Principessa vedova" atta a suggellare il suo fallimento di regina dopo le nozze di Enrico con Anna Bolena? Quale tristezza avrà scandito i giorni del suo esilio forzato, di quella solitudine decorosa ma drammaticamente frustrante, punitiva? Quanto dolore avrà accompagnato una donna sconfitta e allontanata dalla sua unica figlia?

risposta al commento 
 è sempre così: nel " personaggio" storico c'è un uomo. C'è una donna. Troppo spesso la necessità di servire le richieste dettate dal processo storico calpesta e divora ogni sentimento, ogni pulsione, ogni ideale umano! Altrettanto spesso l'egoismo e la crudeltà non risparmiano i nobili! 
Qui, da una parte c'è una donna ripudiata e privata di ogni diritto di regalità e di  ogni diritto di madre, dall'altra una donna la cui nobiltà di nascita conferisce una dignità che sfida gli eventi e il tempo, che la fa tenace difenditrice dei valori cui è stata educata fin dall'infanzia: la patria, la fede e il matrimonio in quanto sacramento.
Il dolore non le impedisce di lottare fino all'ultimo respiro per riavere ciò che crede di non aver mai perduto definitivamente. 

Francesca di Bragranza


Francesca di Bragranza, in un ritratto di Franz Xaver Winterhalter, pittore tedesco che viaggiò per le città più prestigiose d’Europa, Parigi, Londra, Praga, Vienna, Mosca…, ambìto ritrattista dei regnanti; sono celebri, tra i numerosi ritratti da lui eseguiti, quelli di Luigi Filippo di Francia, della regina Vittoria, di Sissi e di Eugenia di Francia.


Francesca di Bragranza in un ritratto del pittore francese Ary Scheffer, uno dei più colti del XIX secolo, che volle dedicarsi alla realizzazione di una pittura che ottenesse una trasparenza della materia seppur sempre sensuale. Fu molto attratto dal mondo artistico di Shakespeare, Dante, Goethe; celebri di lui “Ombre di Francesca da Rimini e di Paolo Malatesta appaiono a Dante e Virgilio”.


Francesca di Bragranza in un ritratto del pittore tedesco Franz Xaver Winterhalter.


******Francisca Carolina Joana Carlota Leopoldina Romana Xavier de Paula Micaela Gabriela Rafaela Gonzaga de Bragança, nota come Francesca di Bragranza, donna di grande eleganza, bella e molto colta, amata ed ammirata dalla corte francese che la chiamò “La Belle Françoise”, infatti fu tra tutte le principesse la più popolare, nacque a Rio de Janeiro nell’agosto del 1824 dal’imperatore Pietro I del Brasile e dall’arciduchessa d’Austria, Maria Leopoldina d’Asburgo-Lorena, figlia dell’Imperatore del Sacro romano impero, Francesco II. Il nonno paterno era re Giovanni VI del Portogallo. Pertanto Francesca nacque infanta del Brasile e del Portogallo, ma il destino la fece principessa di Jonville, quale sposa dell’ammiraglio Francesco d'Orléans, figlio di quel Luigi Filippo d’Orleans divenuto “re dei Francesi”, - come volle egli stesso per sottolineare che doveva la corona alla volontà del popolo-, dopo le famose “Tre gloriose di Parigi” del luglio 1830.
La piccola Francesca, che, all’età di non ancora tre anni, perdette la madre e che poco tempo dopo dovette separarsi anche dal padre e dai fratelli che partirono con la seconda moglie di Pietro per Lisbona, ricevette un’educazione molto rigorosa ed accurata; possedeva tutte le qualità che si confanno ad una principessa, compreso il fascino della sua femminilità, quando il principe di Joinville la incontrò per la prima volta. Durante il viaggio verso l’isola di Sant’Elena, per recuperare le spoglie mortali di Napoleone da ricondurre in territorio francese, il figlio del re francese fece una sosta in Brasile e fu ricevuto da Pietro II. Pietro II, detto il Magnanimo, secondo ed ultimo imperatore del Brasile, era fratello di Francesca e fu così che i due principi si conobbero. Francesco d’Orléans, principe di Joinville, ritornato in Brasile, sposò Francesca nel maggio del 1843. Da questo matrimonio nacquero quattro figli, dei quali uno morì presto. La giovane principessa di Rio, trasferitasi alla corte francese, fu presto benvoluta da tutti e accolta con molto entusiasmo per le sue rare qualità. Le barricate del ’48 costrinsero gli Orléans all’abbandono del potere e della reggia e l’avvento della Repubblica li costrinse all’esilio. Ma Francesca, la cui personalità decisa e combattiva rivelava le sue migliori risorse nei momenti di maggiore crisi, fu tanto abile da negoziare a suo favore la fuga della propria famiglia. Dall’esilio si tenne costantemente in contatto per via epistolare col fratello Pietro, con il quale sempre ebbe un rapporto di grande affetto e molte affinità; lui la chiamava “Mana chica”. Le ristrettezze economiche connesse con la mutata situazione la indussero a vendere una parte della sua dote: le terre di Santa Caterina. Esse, che furono vendute alla Companhia Colonizadora Alemã, divennero l’attuale Joinville, prima Colonia Dona Francisca.
Francisca di Braganza morì a Parigi nel marzo 1898.

© rosalia de vecchi

venerdì 17 aprile 2015

Lucrezia Borgia



Nella Disputa di Santa Caterina d'Alessandria con i filosofi davanti all'Imperatore Massimino dell'Appartamento Borgia nel Palazzo Vaticano, Pinturicchio volle dare alla santa le sembianze di Lucrezia. Come si può vedere dall'immagine qui sopra, abbiamo una snella figura di donna dai lunghissimi capelli biondi, le cui mani dalle dita affusolate accompagnano con gesto garbato il discutere e le cui vesti eleganti e i raffinati accessori nulla hanno in comune con la semplicità e la castità dell'abbigliamnerto della santa, quale è ritratta in altri dipinti. Infatti, sebbene qualcuno metta in dubbio che si tratti di Lucrezia Borgia, questo suo ritratto corrisponde in pieno alle descrizioni letterarie: non straordinariamente bella, ma di discreta bellezza, dai capelli d'oro lunghissimi, che le pesavano fino al punto di provocarle delle emicranie, dall' "agile figura danzante"....."

Lei, che il cardinale spagnolo Rodrigo Borgia arcivescovo di Valencia, suo padre, destinato poi a divenire papa col nome di Alessandro VI, amò di più tra i suoi figli, mentre invece di essi ammirò e temette suo figlio Cesare, nacque a Subiaco il 18 aprile 1480. Sua madre fu Vannozza Cattanei, la mantovana contessa amante per molti anni di Rodrigo. La fanciulla Lucrezia fu educata in un convento. Passò poi alle cure di Adriana Mila, cugina del padre, e allacciò un rapporto di profonda amicizia, durato per tutta la sua vita, con sua nuora, Giulia Farnese, che alcuni dissero amante del padre. A parte l'illegitimità della sua nascita, Lucrezia, orgoglio del padre, poteva ritenersi possedere tutte le fortune e trascorse un' adolescenza gioiosa e felice.
Ma per le donne dei suoi tempi era naturale andare sposa molto giovane a chi scegliesse per loro il padre: Lucrezia, tredicenne, fu unita, per procura, in matrimonio al ventiseienne Giovanni Sforza, duca di Pesaro e nipote del potente duca di Milano Ludovico Sforza. La ragion di stato prevalse e Lucrezia fu condotta nella sua nuova casa di sposa a Pesaro, lontana dalle tenerezze degli affetti familiari e dall'eccitante e fastosa vita della corte romana. Ma non passò molto tempo che Lucrezia si ritrasferì a Roma, mentre Giovanni rimase a Pesaro. Alessandro VI chiese l'annullamento del matrimonio per impotenza dello sposo, il quale negò e lo accusò di rapporti incestuosi con la figlia. Lucrezia, frattanto, che da giovinetta spensierata era divenuta in brevissimo tempo, oggetto di un tal scandalo, si ritirò in convento. E, dopo varie pratiche e accertamenti, il matrimonio fu annullato, la dote restituita e si disse che l'annullamento fosse stato voluto da Alessandro per poter inviare Lucrezia a nozze più convenienti. Si disse anche che Alessandro volesse far eliminare Giovanni e che ne avesse ordinato l'uccisione, tanto che la stessa Lucrezia, essendone stata informata, abbia avvertito il marito e lo avesse aiutato a fuggire. Ma quale sia la verità, in quegli intricati anni, non ci stupisce che sia davvero difficile conoscerla, quando poi anche ai nostri tempi, esistono casi che sembrano destinati a rimanere insoluti per sempre! E chi, in questo braccio di ferro nell'ambito del potere, è più forte, vince e con lui forse talora anche la sua verità.
All'esperienza dolorosa del fallito matrimonio, per la giovane, seguì subito dopo un nuovo e più profondo dolore: la morte del fratello, il duca di Gandia, che si sospettò fosse stato fatto uccidere dagli Sforza per vendicarsi dell'onta subita, ma che si diceva anche fosse stato fatto uccidere da suo fratello Cesare per gelosia, perché amatissimo dal padre, e per avidità di potere.
Non sembra probabile, - secondo la versione dei più non ne esiste prova -, che Alessandro abbia ritenuto far rompere il vincolo matrimoniale tra Lucrezia e Giovanni per opportunistici scopi politici, ma sembra invece che il racconto di Lucrezia relativo ai suoi rapporti con il coniuge rispondesse a verità: quasi certamente le nozze non erano state consumate per la stessa troppo acerba età della sposa. Ad ogni modo, la figlia di un padre così potente non poteva restare senza un nuovo importante sposo e Alessandro di certo continuava a perseguire i suoi scopi politici, nel cui disegno la figlia doveva avere un ruolo di primaria importanza (amore paterno?.... sembra che questo fosse l'unico modo di concepirlo a quel tempo!) così Lucrezia sposò in seconde nozze: don Alfonso, duca di Bisceglie, nipote bastardo del re di Napoli, con il quale Alessandro voleva riconciliarsi. Questi era appena diciasettenne e sembra che Lucrezia se ne sia subito innamorata. Ora che lei ne aveva compiuti 18 poteva persino ritenersi esperta e idonea a fargli da guida. Ma, ahimé, il loro tenero giovanile amore aveva una scomodissima cornice: quella politica, che non lasciava scampo alle ripercussioni dei mutamenti di alleanze sugli affetti dei rampolli di famiglie potenti! Così, dopo che il fratello Cesare si fu recato in Francia per chiedere la mano di Carlotta d'Aragona, che era sotto la protezione del re Luigi XII, sperando, e con lui anche il padre AlessandroVI, di poter in questo modo assicurarsi la successione al regno di Napoli e dopo che Carlotta ebbe rifiutato questa offerta, i rapporti col Regno di Napoli s'incrinarono, mentre quelli con Luigi XII, acerrimo nemico del re di Napoli, s'intensificarono, poiché infatti Cesare sposò la francese nipote del re, Carlotta d'Albret, ricevendo anche il titolo di duca di Valentinois, da cui il soprannome di Duca Valentino. In cambio il re di Francia ricevette dal papa l'annullamento del suo precedente matrimonio e potè sposare la donna che amava. Da questa nuova alleanza derivò una sempre crescente presenza di emissari francesi alla corte romana e il giovane Alfonso, non riuscendo a tollerarla, fuggì a Napoli, lasciando Lucrezia nella disperazione. Per consolarla Alessandro la elesse reggente di Spoleto e qui la raggiunse Alfonso e, non molto tempo dopo i due giovani sposi furono ricondotti a Roma da Alessandro. Qui Lucrezia diede alla luce il piccolo Rodrigo. C'è chi dice che precedentemente da un rapporto sentimentale avuto durante le trattative dell'annullamento del suo precedente matrimonio, Lucrezia abbia avuto un figlio, ma l'attendibilità della fonte è ancora molto discussa.
Non valse, tuttavia, né la forza dell'amore che li aveva tenuti legati fino ad ora né la gioia di un figlio a rendere duraturo questo legame nuziale, poiché esso fu vinto e spezzato da un'altra forza: quella del disaccordo, dell'antipatia, del sospetto. In un clima di assenza di moralità e di sfrenatezza d'impulsi passionali, in cui tradimento e avidità di potere erano sovrani, non c'era posto per sentimenti d'affetto e di fedeltà e l'odio ebbe ragione dell'amore!
Così, nata e cresciuta fino a divenire abnorme, l'antipatia e con lei il sospetto e l'inimicizia tra i due cognati, la notte del 15 luglio del 1500 alcuni "bravi" assalirono Alfonso mentre usciva da San Pietro. Alfonso, malgrado le numerose ferite, riuscì a trascinarsi fino alla casa del cardinale di Santa Maria in Portico, dove, subito avvertita, convenne presto Lucrezia, che dicono sia dapprima svenuta a vederlo così ridotto, rinvenuta poi, lo assistette fino alla guarigione. Ma nell'animo di Alfonso restò la convinzione che il mandante della sua aggressione fosse Cesare ed un giorno che lo vide passeggiare non distante gli scoccò contro una freccia che, però, lo mancò. Questo suo gesto divenne il pretesto perché Cesare mandasse delle sue guardie a soffocarlo nei suoi appartamenti. Alessandro si lasciò convincere da Cesare e dopo un'affrettata sepoltura ad Alfonso, si mise a cercare di consolare l'inconsolabile Lucrezia. Da Nepi, dove si fu ritirata, questa firmava le sue lettere con "la infelicissima principessa" e però, nonostante il suo dolore, mantenne vivo per tutta la sua vita l'affetto fraterno nei confronti di Cesare, che di fatto non sembra abbia mai ritenuto responsabile della morte del suo amato sposo. Forse è perché Cesare, come suo padre Alessandro, l'amò con l'intensità degli Spagnoli, che s'insinuò il sospetto di rapporti incestuosi? Lucrezia sopportò pazientemente che uno scrivano napoletano la chiamasse "figlia, moglie e nuora del papa". La maggior parte degli studiosi che hanno approfondito la storia dell'epoca, afferma, senza ombra di dubbio, che queste furono calunnie belle e buone, calunnie crudeli, sulle quali peraltro si innestò la sua fama di donna fatale, di donna abile e senza scrupoli, degna componente della potente famiglia Borgia.
Qualche tempo dopo questi fatti dolorosi, Lucrezia sposò il suo terzo marito, Alfonso I, figlio del duca Ercole di Ferrara. Matrimonio indubbbiamente vantaggioso per Cesare, che si sentiva così più sicuro nelle sue conquiste, dato che avrebbe, in caso di eventuali attacchi alle spalle contro Bologna, avrebbe potuto contare su una copertura. Le iniziali esitazioni del duca Ercole e dello stesso Alfonso, cui era stata proposta la contessa di Angouleme, erano state presto fugate dalla cospicua dote di Lucrezia. Ma, nonostante la "cospicua dote", - ci si chiede - una delle più antiche famiglie regnanti d'Europa avrebbe accettato Lucrezia come moglie del futuro duca, se le voci sul suo conto fossero state corrispondenti al vero? Nè Ercole nè Alfonso conoscevano Lucrezia e, secondo la consuetudine dell'epoca, chiesero informazioni sul fisico ( aspetto e salute) e sulla moralità sull'educazione della giovane donna e così fu loro risposto dall'ambasciatore ferrarese: "....oltre a essere cortese, essa è pure modesta e discreta, e pratica devotamente la religione cristiana.... la sua bellezza è meravigliosa, ma più meravigliosa è la sua raffinatezza di maniere. Insomma il suo carattere è tale che non è possibile sospettare nulla di "sinistro" in lei....".
200 cavalleggeri armati di tutto punto e musici e buffoni furono la scorta organizzata da Cesare per la sorella che andava sposa ad Alfonso. E Alessandro, fiero ed orgoglioso, vi aggiunse 180 persone, tra cui 5 vescovi. 150 muli furono caricati del suo corredo, tra cui un vestito preziosissimo del valore di 15.000 ducati ed un cappello di 10.000 ducati e 200 corsetti dal prezzo ciascuno di 100 ducati. Lucrezia, dopo che ebbe salutata la madre, salì sul suo cavallino spagnolo tutto bardato con finimenti di cuoio ed oro, mentre il padre Alessandro, presentendo che non l'avrebbe mai più rivista, andava da una parte all'altra del corteo per assicurarsi che tutto fosse perfetto. Mai prima un simile corteo era stato visto partire da Roma o giungere a Ferrara, dove, dopo 27 giorni di viaggio, Lucrezia incontrò Ercole ed Alfonso che erano giunti accompagnati da un imponente corteo di nobili, professori universitari, 75 arcieri a cavallo, 80 fra trombettieri e pifferai, 14 carrozze di dame riccamente vestite appartenenti all'alta società.
Non apppena il corteo fu giunto al duomo, furono liberati i prigionieri politici, il popolo esultò e Alfonso fu felice di avere una sposa così affascinante e circondata da tanto splendore.
Qualcuno disse che questo matrimonio era stato accettato dai duchi di Ferrara per timore di Cesare, ma anche se ciò sia stato vero, Lucrezia, che da questo matrimonio mise alla luce sei figli, di cui due morirono ancor bambini e gli altri quattro divennero importanti esponenti della società rinascimentale, visse la sua vita di duchessa di Ferrara in modo conforme al suo ruolo e se ebbe all'inizio degli amanti, tra i quali pare lo stesso Pietro Bembo, ciò appartenne al costume di molte donne del suo rango, anche se non tutte, già ai suoi tempi.
Lucrezia si fece apprezzare soprattutto per il suo mecenatismo.
Negli ultimi anni della sua vita una profonda crisi religiosa la convinse a diventare terziaria francescana. Morì a Ferrara il 24 giugno, il giorno di San Giovannni, nel 1519.
Su di lei molti sono i racconti che circolano, come quello assai famoso dell'anello che immergeva nella cantarella, un potente veleno di sua invenzione, col quale somministrare morti atroci....
Ma tutti i documenti dell'epoca ne parlano come una donna " decorosissima".

© rosalia de vecchi

venerdì 10 aprile 2015

Ugo Crozio


"Io vidi prevalere in tutto il mondo cristiano una licenza, nel far guerra, di cui anche nazioni barbare si sarebbero vergognate, poiché si ricorre alle armi per ragioni futili o senza motivi, e quando le armi sono state una volta impugnate, ogni rispetto per le leggi divine e umane é stato gettato via, quasi gli uomini fossero da quel momento autorizzati a commettere ogni delitto, senza restrizioni.".
da : De iure bellis et pacis (1625).



Queste parole, che mai sembrano cessare di essere attuali, non vogliono tuttavia negare la difesa, legittima, delle vite e dei beni della società civile di uno Stato, quando, e se, essi sono realmente minacciati, ma vogliono evidenziare in modo assolutamente netto l'ingiustizia sia di una guerra di conquista o di una guerra combattuta per dare ad un popolo, che non lo richiede né lo vuole, un governo che si presume, a torto o a ragione, gli faccia bene, sia di una guerra preventiva, che, invece, alcuni scrittori giustificavano ed autorizzavano. Di fronte a questo tipo di guerre vale, secondo Grozio, che il singolo si opponga al suo parteciparvi.
E, qualora le situazioni siano tali da non poter evitare il conflitto, è doveroso condurlo nel rispetto dei diritti fondamentali dei popoli.
Giurista, filosofo e scrittore olandese, (1583-1645), Ugo Crozio è ritenuto il "padre del diritto naturale". Il suo De iure bellis et pacis, trattazione dei molteplici e differenti aspetti della guerra, contiene le basi del diritto internazionale, che, per lui, è prevalentemente connesso col diritto naturale.
In questo suo essere considerato "padre del diritto naturale" Crozio va accostato al suo predecessore in materia: il domenicano spagnolo Francisco de Vitoria (1483-1546), il quale, riallacciandosi a Sant'Agostino e a San Tommaso d'Aquino, trattò della cosiddetta "guerra giusta" e del rispetto di valori etico-naturali, in base ai quali, peraltro, una guerra non deve assolutamente provocare danni maggiori di quelli a cui intende portare rimedio, essendo egli anche quel primo teologo che, insieme a Bartolomeo De La Casas, affrontò la questione della conquista spagnola, ne denunciò i gravi aspetti di selvagggia barbarie e contestò i principi del Trattato di Tordesillas, sostenendo con vigore sia l'illegittimità del mandato papale di evangelizzazione, sia il concetto aristotelico della "naturale schiavitù".
Se Machiavelli aveva sostenuto che la forza di uno Stato va mantenuta anche secondo mezzi non corrispondenti alle leggi della morale collettiva, per cui un Principe, pur di garantire l'integrità e la potenza del proprio Stato, può e deve ricorrere alla violenza, alla menzogna, al tradimento, all'assassinio, Crozio, invece, è risoluto nel sostenere che se pure i governi possono non rispettare, in talune circostanze, la legge "positiva" formulata e decisa dagli uomini di un determinato luogo e di una determinata epoca, sono obbligati invece ad obbedire allo "ius naturale", ritenendo per diritto naturale "il dettato della giusta ragione che rivela l'immoralità o la necessità morale di qualsiasi azione....".
Di diritto naturale avevano trattato antichi filosofi quali Ippia di Elide, il quale affermava che "il simile è per natura parente del simile, mentre la legge, essendo tiranna degli uomini, costringe a fare molte cose contro natura", lo stesso Aristotele e poi, a Roma, Gaio e Ulpiano, che vollero occuparsi anche del cosiddetto "ius gentium", considerare cioè anche il diritto relativo ai popoli non compresi nella cittadinanaza romana, cosa che maturò, nelle riflessioni di Ulpiano, la constatazione che la condizione di schiavo viene vista tale dalle leggi fatte dagli uomini e non corrisponde alla condizione naturale dell'uomo. E anche gli Scolastici e San Tommaso si occuparono di diritto naturale e San Tommaso, in particolare, poneva l'accento sul fatto che è un diritto naturale dell'uomo rivendicare la propria libertà.
Fu tuttavia Ugo Crozio che approdò alla formulazione completa del giusnaturalismo, ossia alla constatazione, e alla conseguente affermazione, dell'esistenza di un diritto naturale conoscibile da ogni uomo.
Connettendo lo "ius naturae" con lo "ius gentium" egli costruì la prima formulazione moderna di una legge internazionale.
Supponendo che una guerra sia inevitabile, allora i governi dovrebbero condurla nel rispetto di alcuni diritti fondamentali, quali la previa dichiarazione di guerra, il rispetto, nelle conquiste, dei bambini, delle donne e di tutti i non combattenti, la non uccisione dei prigionieri....Ed anche se sorgono domande come: "se lo "ius naturae" è "un dettato della giusta ragione", chi stabilisce qual è la giusta ragione?" o come: " una volta definiti i principi del diritto internazionale chi ne sarà garante?", è indubbio che l'opera di Grozio ha il grande merito di mettere i primi limiti all' "omicidio autorizzato" perpetrato nelle guerre fino ad allora combattute ed, anche se dalla stessa Guerra dei Trent'anni a tutte le altre guerre che ancor oggi si consumano nel mondo il diritto internazionale viene troppo spesso gravemente e drammaticamente calpestato, resta il fatto che quest'uomo segnò un Rubicone, un momento di riflessione che, nonostante la violenza del mondo, diede inizio ad un processo evolutivo ancora in atto.
Grozio elaborò e formulò anche la teoria del "contratto sociale" e ipotizzò l'internazionalità e la libertà dei mari, cosa che contribuì all'abbattimento di alcuni monopoli commerciali.
Queste sue idee innovative, se convinsero Richelieu, che aveva deciso d'intervenire nella Guerra dei Trent'anni, a revocargli la pensione, costringendolo a ritirarsi ad Amburgo, ispirarono invece alla regina Cristina l'idea di invitarlo a restare alla sua corte come studioso e a fornirgli una buona pensione. Egli espresse invece il desiderio di ritornare in Germania, ma durante il viaggio, la nave s'incagliò e, avendo egli subito dei danni alla salute per lo schianto, morì poco dopo a Dresda.
Nel 1886 la città di Delft, sua città natale, gli innalzò una statua.


© rosalia de vecchi

martedì 31 marzo 2015

Santuario di San Romedio, uno dei santuari più suggestivi non solo del Trentino ma d'Europa.





stampa antica in cui è visibile il santo con l'orso ammansito

 Il santuario, dedicato a san Romedio, si trova al centro di una profonda e selvaggia forra, in cima ad un picco di roccia calcarea, alto più di 70 metri, nell'area comunale di Coredo, in Val di Non , nel Trentino. Risale al 1000, ma di fatto, essendo costituito da cinque chiese a ridosso di questa ripida parete di roccia e unite tra loro da ben 115 gradini, si può dire che sia stata costruita durante un arco di tempo che si aggira intorno ai novecento anni. Custodito da frati francescani esso è meta di numerosissimi visitatori.



ingresso al santuario, la scalinata conduce al luogo più alto dove sono custodite le reliquie del santo

Fino a qualche tempo fa una delle attrattive, per i visitatori, era costituita dall'orso. Sul piazzale antistante il santuario un cartello ammoniva di non gettare cibo o altro all'orso. E una scritta sul portale rammenta ad ognuno che vi giunga che "mentre l'orso, la belva si fa umana ", chi è nato uomo fa invece di tutto per diventare belva. 
Nel 1956, infatti, per la prima volta, il conte Gian Giacomo Gallarati Scotti aveva donato al santuario un orso da circo ormai troppo vecchio, per finirvi i suoi giorni sereno, inaugurando così la tradizione dell'orso a San Romedio.
Ma ora che la tradizione è stata interrotta da ragioni ambientaliste, si discute molto sulla presenza dell'orso nel luogo sacro e si dibatte tra sostenitori del pro e difensori del contro, tanto che persino in FB esiste il gruppo di quelli che rivogliono l'orso a San Romedio!
Intanto si parla di un calo delle visite a San Romedio, dovuto appunto alla "sparizione" dell'orso.
Ma come mai l'orso a San Romedio? Quale legame c'è tra il santo e l'orso?
Sono varie le leggende che esistono a questo proposito, ma tutte hanno come soggetto San Romedio che cavalca il feroce plantigrado. Si dice infatti che, quando l'eremita, negli ultimi anni di sua vita, ormai vecchio e malato, ebbe deciso di scendere dall'eremo insieme ai suoi compagni Abramo e Davide, per recarsi a visitare il vescovo di Trento, Vigilio, abbia chiesto che gli venisse sellato il suo cavallo, che stava pascolando nel bosco. Ma, ahimé, ecco che allora avvenne una cosa terribile! Tutto trafelato e sconvolto, il povero Davide venne a portare la notizia: un orso aveva sbranato il cavallo! San Romedio non batté ciglia e dinanzi allo stupefatto, incredulo, Davide, ordinò: "Metti briglie e morso all'orso". 
Che stravaganza! Ma il fraticello obbedì. E vide, con meraviglia ancor più grande, l'orso piegarsi mansueto e lasciarsi cavalcare dal Santo, il quale giunse in città acclamato dalla gente, che già lo aveva in massima venerazione.
Alla sua morte, San Romedio venne sepolto nella stessa grotta in cui aveva dimorato, nel luogo dove oggi sono conservate le sue reliquie e intorno al quale sono sorte le cinque chiese che compongono il santuario. Un luogo davvero affascinante: alla confluenza tra due piccoli fiumicelli, una stradina inserita tra alte pareti di roccia conduce ad una svolta: qui su un imponente cono roccioso, sovrastante il verde fitto del bosco di faggi e di abeti, ecco apparire il santuario, con la sua tipica forma a pinnacolo, che da una base più larga va restringendosi attraverso i suoi tre piani fino alla parte più alta: la cella che custodisce le reliquie del santo.
Cosa insolita, qui, si procede a ritroso: da luoghi più recenti si va verso quelli più remoti, infatti l'intero complesso si è sviluppato, nel tempo, procedendo dall'alto verso il basso. Come ad esempio, come quando si attraversa il settecentesco portale d'ingresso e ci si trova nel piccolo chiostro cinquecentesco, lastricato a ciottoli, dove risiedevano i vicari ed dove ora vivono i frati francescani cui è affidato il compito di custodire il santuario. Le stanze , disposte su due piani a ferro di cavallo che si aprono su un loggiato rinascimentale molto bello, hanno subito vari rimaneggiamenti e doggi sono adibite in parte a convento in parte a servizi. Vi è persino il bar e fino ai primi degli anni '70 c'è stato anche un ristorante. Non mancano ovviamente gli spazi usati alla vendita di souvenirs e libri!



Un bellissimo arco settecentesco divide le due zone che potremmo dire "sacra" e "profana": esso sta infatti quasi come arco divisorio tra la parte esterna del santuario e quella che invece, attraverso i più di cento gradini conduce verso le zone più interne, su su fino al reliquario.
Appena superato l'arco, due cappelle di modesto valore artistico sono dedicate una, quella a destra, con il soffitto tutto decorato di figure di santi, a San Giorgio, in onore del suo fondatore, Giorgio Cles, l'altra, quella a sinistra, all'omaggio fatto da un gruppo di ex combattenti scampati al massacro della prima guerra mondiale che la vollero appunto far erigere come voto. Lungo la scalinata gruppi di statue lignee che raffigurano i misteri dolorosi della Passione di Cristo, ma che nei carnefici non rappresentano i soldati romani ma i militari austroungarici, che in quel periodo dominavano la vallata.


La scala che dopo i primi 36 gradini si restringe sempre più, è tappezzata di ex voto, oggetti vari che testimoniano la grande devozione della gente del luogo per il santo e che, facendosi linguaggio figurativo popolare, raccontano storie di dolori e di gravi prove, di gioie e di gratitudine... E qui, quello che più colpisce e commuove è che molti ex voto si riferiscono a grazia ricevuta negli incidenti sul lavoro. Infatti una delle leggende sul santo racconta che un giorno, diversi anni dopo la sua morte, durante i restauri praticati nella chiesetta costruita per prima, un carpentiere che stava schiodando un legno, perse l'equilibrio e cadde. Precipitò paurosamente nel burrone e tutti furono presi da gran dolore. Tutti, infatti, pensarono che mai ne sarebbe uscito vivo.




Ma, quando lo raggiunsero per soccorrerlo, i compagni, con grande sorpresa, dovettero gridare al miracolo: l'operaio, vivo ed illeso, sorrideva loro come se quel pauroso volo non fosse mai accaduto!
Forse proprio per questa leggenda la chiesetta è la più rappresentata negli ex voto. Essa è una costruzione del 1513, ma in stile gotico, con l'altare invece barocco. Fu voluta dal conte Sigismondo Thun.
Al piano più alto del santuario vi è la chiesa di San Romedio, o Chiesa Maggiore, tutta circondata da un camminatoio dal quale si gode un magnifico panorama. Essa è il punto centrale dell'intero
complesso. Ogni lato è diseguale dagli altri e in ciò somiglia ad una sala rinascimentale. I pellegrini stessi contribuirono alla sua costruzione: ogni pietra trasportata valeva un'indulgenza. Inizialmente sobria nel suo stile, più tardi, nel seicento, le sue pareti furono affrescate con immagini degli apostoli a grandezza naturale e il soffitto con la scena della Resurrezione. Cento anni dopo fu aggiunto l'altare barocco e nel secolo scorso la pala che più è cara ai fedeli, raffigurante San Romedio che cavalca l'orso ammansito. Nel pavimento c'è una grata, dalla quale si intravvede una piccola grotta. La si ritiene quella in cui il santo visse, ma gli storici sono convinti che invece, soprattutto negli ultimi suoi anni di vita, l'eremita si sia rifugiato nella spelonca naturale che si trova su nella sommità del picco.






Dalla Chiesa Maggiore, salendo sette gradini a destra, si accede alla parte più venerata del santuario. Il portale che ne disegna lo spazio di accesso è considerato molto pregiato. Di stile romanico, con decorazioni enigmatiche per gli esperti, offre allo sguardo del visitatore e del fedele i simboli del sole, della croce, del crocefisso di fattura simile all'arte longobardica e, seminascosto da una colonnina, forse del XII secolo, c'è il Presepe. I sette gradini conducono ad uno spazio di 35 metri quadri, dove un muro con cancello divide l'area della cappella dedicata a San Vigilio da quella che conserva le reliquie dentro un cofanetto posto all'interno di una nicchia con baldacchino. Gli affreschi di questa parte del santuario sono sovrapposizioni di varie epoche ancora all'esame degli studiosi.
Il più antico documento che testimonia l’esistenza di un culto pubblico del santo è il “Sacramentario Adalpretiano”, che risale alla seconda metà del XII secolo. Nel calendario insito nel documento è scritto: 1° ottobre: san Romedio confessore. Notizie intorno alla vita di San Romedio si trovano nell’ Epilogus in Gesta sanctorum (1240) del domenicano Bartolomeo da Trento. Ma resta ancora incerta l’epoca in cui si ritiene che l’eremita sia vissuto : chi la fa risalire al VII secolo, chi tra il IV e il V, chi addirittura al XIII secolo…






La questione relativa alla data della sua esistenza viene chiamata “questione romediana” ; invece sui fatti principali della vita del santo gli studiosi sono concordi.
Romedio, nacque nel castello di Thaur, a una decina di chilometri dall’odierna Innsbruck, figlio di una nobile e ricca famiglia, molto religiosa. Il piccolo Romedio crebbe in un ambiente in cui l’educazione cattolica e l’esempio stesso, in particolare della madre, lo avevano reso più disposto ad accumulare tesori spirituali che ricchezze materiali. La morte del padre prima e quella della madre più tardi accentuarono in lui l’inclinazione verso la vita ascetica, una vita di meditazione e di penitenza. Si narra che, essendosi recato in pellegrinaggio a Roma, al ritorno, come San Francesco dopo il sogno rivelatore, anche lui si sia spogliato di tutti i suoi beni, donandoli ai poveri e si sia ritirato a vita solitaria , scegliendo l’eremitaggio.




Due compagni, però, vollero seguirlo: Abramo e Davide.
L’incontro col vescovo di Trento, Vigilio, prima, e quello a Roma col Papa, dopo, sancirono questa sua scelta. Al primo il santo donò i suoi averi, sembra lo stesso castello di Thaur, altri suoi possedimenti e 1000 uomini, dal secondo ricevette l’assenso. Ma anche sulla contemporaneità di Romedio col vescovo Vigilio e sulla donazione fattagli si sollevano obiezioni, in quanto in epoca romana non era possibile donare strutture feudali quali castelli e terre, per cui si deve dedurre che i due non furono contemporanei e che il vescovo sia stato un altro e poiché Romedio dispone di beni di tipo feudale si deve dedurre che il periodo della sua esistenza sia quello medievale del 1000.
Romedio morì nella grotta dove era vissuto.





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il palazzo Besta di Teglio: violenza e raffinata cultura



In Valtellina, a Teglio, sorge, nell'omonima vallata, il palazzo Besta.

Il nome "teglio" deriva dal nome Tyllin, dio celtico della forza, lo stesso che nell'Olimpo greco diventa Heracles e in quello romano Eracle. E non a caso anche il nome Besta ha un significato non lontano dal concetto di forza, questa volta nel senso di primo in quanto forte e dunque il migliore: "besta" deriva dall'espressione inglese "the best", che in olandese è "het beste" e in tedesco "das beste". I Besta apparvero nella vallata durante il medioevo, molto probabilmente intorno al 1000, ed alcuni dicono che provenissero appunto dall'Inghilterra, altri dall'Olanda, altri ancora da qualche paese della Germania. Qualunque sia stata la loro origine, essi, fin dall'inizio, furono associati all'idea di uomini forti e capaci; oculati nella valutazione di esseri e cose, si dice che sapessero scegliere le mogli giuste, insieme alle quali educavano i figli, numerosi, e amministravano in modo assai fruttuoso i beni di famiglia. Si dice anche che proprio per queste loro rare qualità, essi, in breve, seppero conquistarsi la fiducia e la stima dell'arcivescovo di Milano, che proprio in virtù dei "grandi servizi resi dalla famiglia con prontezza e fedeltà alla causa della Chiesa", volle affidar loro la gestione delle sue proprietà in Teglio e questo, certo, contribuì non poco a far sì che essi si conquistassero presto il predominio tra le nobili famiglie, soppiantando ogni altro rivale. Non che per i Besta la cosa sia stata facile, anche perché l'ambiente di Teglio si distingueva per l'irrequietezza delle sue diverse fazioni: persino dal punto di vista religioso: quelli in alto che frequentavano la chiesa di San Lorenzo e quelli in basso che si recavano in quella di San Pietro e gli uni e gli altri, entrambi, erano soggetti alle assai severe regole del luogo, per cui chi non onorava le feste e chi non mandava i rappresentanti della propria famiglia alle processioni pagava una multa e chi sfregiava un'immagine sacra o bestemmiava era punito con dure pene corporali, se non avesse pagato l'ammenda.
Teglio si trovava in una posizione strategica, in cima ad un altopiano, che strapiomba per un settecento metri fino alla valle del fiume Adda. Questa posizione che da una parte l'ha resa pressoché inespugnabile data la pendenza da vertigine che avrebbe dovuto affrontare l'invasore sotto il tiro della difesa, dall'altra non l'ha isolata, impedendole di diventare, come di fatto divenne, un centro di comunicazione stradale e un nodo commerciale molto importante; infatti i traffici e gli scambi con la Svizzera, l'Austria, la Germania, fino al Mar del Nord furono intensi. Dal Nord Europa affluivano pellami, ambra grezza, coloranti, prodotti di oreficeria; dal sud tessuti preziosi, vetrerie, armi, sale, vino... La mitezza del clima e la buona terra dell'altipiano le ha sempre consentito coltivazioni quali campi di orzo saraceno, di orzo, di segala. Le vigne cariche d'uva, i frutteti, il bestiame nutrito sui pascoli delle verdi pendici, la legna abbondante per cucinare scaldarsi e costruire, proveniente dai fitti boschi di castagni e di noci, di pini e di abeti... e le ricche miniere di ferro e d'argento sull'opposto versante, quello delle Orobie.... l'acqua abbondante dei torrenti che azionava le pale dei mulini e l'Adda vicino, pescosissimo.... Questa era Teglio. Ci si spiega allora come mai, oggi, questo piccolo borgo di montagna conservi una singolare impronta di aristocrazia, come mai il palazzo della nobile famiglia Besta, con le sue architetture, le sue sculture, i suoi dipinti ... costituisca una delle più ragguardevoli testimonianze della più raffinata cultura rinascimentale.
Di fatto, nel mondo di allora, Teglio rappresentava un rifugio sicuro e un investimento promettente per ogni famiglia nobile! Ma questo fatto può essere considerato solo come un buon inizio e, senza una buona amministrazione ed un'apertura culturale, non sarebbe stato sufficiente ad assicurare la formazione di un così prezioso patrimonio artistico, quale ancor oggi si offre allo sguardo del visitatore.





Dopo che i Besta ebbero acquisito i considerevoli privilegi economici di cui sopra, grazie soprattutto al patrimonio dell'arcivescovo di Milano, essi ottennero, in breve, anche dei ragguardevoli privilegi politici. Dal 1480 Azzo I Besta fu vicario del podestà e pertanto ebbe vasti poteri civili e militari, che esercitò con fermezza. Seppe mantenere l'ordine pubblico avvalendosi di leggi severissime: dazi, prigioni, boia, gogna.... a chi giungesse per la prima volta a Teglio erano le prime cose che si imponevano alla sua attenzione. E guai sia all'uomo che si fosse macchiato di adulterio, ché la sua testa sarebbe caduta sotto la lama del boia sia alla donna adultera, ché sarebbe stata fatta affogare nella fontana dinanzi alla folla.




Nelle terre in cui ricchezza ed ordine erano ormai assicurati, il destino volle che nascesse l'uomo idoneo a far sorgere e a far sviluppare cultura, arte e letteratura, filosofia e scienze. Infatti, alla morte di Azzo I, il figlioletto Azzo II, troppo piccolo per governare, fu educato dal secondo marito della madre, Andrea Guicciardi. Ippolita aveva sposato l'uomo che lo stesso Azzo I aveva scelto come suo consulente, proprio per le sue eccellenti qualità. Coltissimo, Andrea Guicciardi, si era laureato all'università di Pavia in lettere e in medicina e in queste materie mantenne sempre la cattedra fino a che divenne rettore della medesima università. Fedele e competente, egli univa alla sua grande cultura le sue naturali virtù di uomo onesto e leale. Il piccolo Azzo II ebbe la fortuna di trovare in lui un pregevolissimo precettore ed un padre attento, amabile ed affettuoso. Da lui, il piccolo ricevette la passione per gli studi e il nobile piacere della frequentazione di ingegni ed artisti tra i più eminenti del tempo.




Azzo ordina architetture sculture dipinti che siano "il meglio"! proprio come il nome che porta!




E già nel portale il fregio col suo "Novit paucos secura quies" rende manifeste le ragioni delle sue scelte, le scelte di chi ha la serena certezza che una dimensione intellettuale superiore è un privilegio che a pochi è concesso. Infatti è nei bassorilievi del portale che sono scolpiti i simboli antichi di una conoscenza superiore, i simboli di una tradizione esoterica che dall'antico induismo arriva all'esoterismo cristiano, attraverso quello celtico, quali: la Fenice, il Pellicano, il Trigramma cristico, la ruota universale.




Da questa prima "rappresentazione" di una conoscenza superiore si passa nel cortile, dove le pareti sono affrescate da scene dell'Eneide. Il cortile ha dimensioni ad quadratum del tipo indicato da Filarete, Vitruvio e Leon Battista Alberti.
Da qui si passa al "piano nobile": il salone d'onore affrescato con scene dell'Orlando Furioso. In un'altra sala le storie bibliche della Creazione, in una quarta quelle tratte dalle Metamorfosi e infine un'altra sala ancora con affreschi che ritraggono scene di vita dell'antica Roma. Non c'è uno spazio che non contenga figure bibliche o mitologiche, scritte latine o ritratti, allegorie o altro.




Azzo I e i suoi successori sembra che abbiano voluto, attraverso questi affreschi, definire un programma. C'è chi dice che gli affreschi di palazzo Besta sono come una biblioteca ben ordinata di testi il cui significato tutti conoscono ma fingono di non sapere, c'è chi si esprime ancor più chiaramente e parla di significati esoterici connessi con gli affreschi del palazzo, ipotizzando che figure enigmatiche quali quelle della Fedeltà, delle due ruote, delle sfere armillari , del mago bianco identificato nello stesso Azzo II...siano figure scelte per la meditazione. Sebbene i signori di Besta non siano stati Federico II di Svevia, sebbene Teglio non fosse Castel del Monte e i tempi fossero diversi, si dà per certo che il luogo abbia accolto spiriti eletti dediti a studi esoterici.
Ma più tardi il luogo ha attraversato periodi molto difficili come quando finì soggetto ad un’amministrazione grigionese di religione calvinista che si dimostrò dura a tal punto da generare una sollevazione, che divenne presto una vera feroce rivolta in tutta la Valtellina.


 

In quella occasione persino uno dei Besta, Azzo IV si rese autore di un fatto gravissimo: irruppe nella chiesa di Sant’Orsola e uccise il pastore mentre stava predicando. Fu l’inizio di un orrendo massacro: uomini, donne e bambini cercarono scampo nel campanile, ma la chiesa fu data alle fiamme e morirono tutti. Era il 19 luglio del 1618. L’evento criminoso è passato alla storia sotto il nome di Sacro Macello. Ma l’aggettivo “sacro” in questo caso è certo molto inadeguato!





Purtroppo questo fu il primo gravemente triste episodio di un lungo periodo di violenze e di dolore, tanto che gli abitanti decisero di offrirsi di nuovo ai Grigioni per ritrovare la pace. E’ difficile credere a tutto questo arrivando a Teglio e soprattutto visitando le bellezze artistiche del palazzo. La chiesa sant’Orsola non esiste più, ma gli abitanti ne raccontano ancora la tragica storia.






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domenica 8 marzo 2015

Philipe Sidney



Quest'uomo dall'aspetto elegante, dal viso sottile e i lineamenti delicati, dai capelli color rame, considerato "estremamente bello" da alcuni, troppo "pomposo" da altri, fu poeta e uomo di corte, viaggiò, combatté, aprì le porte ai poeti, essendo, sebbene non ricco, prodigo protettore dei letterati, scrisse i sonetti più belli tra quelli che precedettero Shakespeare, influenzò la critica letteraria, a cominciare da quella del grande Shelley, cercò di modellare il proprio comportamento sull'ideale di uomo concepito dal nostro umanista Castiglione e, giunto a Venezia, volle farsi ritrarre da Paolo Veronese, mentre a Padova fece sua la tradizione del sonetto petrarchesco. Uomo che possedette tutte le doti cavalleresche richieste dalla concezione umanista, era fiero nel comportamento e coraggioso , abile ed agile nei tornei, cortese ed eloquente in amore. Non a torto Spencer lo chiamò "Presidente della nobiltà e della cavalleria".
Philip Sidney fu senz'altro uno degli uomini più interessanti ed importanti dell'età elisabettiana.
Nato da illustre famiglia il 30 novembre 1554, il giovane Philip poteva legittimamente vantare la sua appartenenza ad una nobiltà d'eccezione: la madre Lady Mary Dudley era figlia del duca di Northumberland, colui che aveva governato l'Inghilterra durante il regno di Edoardo VI ed il padre era Sir Henry Sidney, Presidente del Galles e per ben tre volte deputato d'Irlanda. Ma non solo: Il suo nome di battesimo, Philip, gli deriva dall'aver avuto come padrino lo stesso Filippo II. Sembra poi che lo zio materno Robert, Robert Dudley, fosse stato uno dei favoriti della regina Elisabetta.
Educato ad Oxford, Philip, ancor prima di concludere il suo corso di laurea , fu inviato a Parigi, poi in Germania, Olanda, Polonia , Austria, Ungheria, Italia.... Strinse un'amicizia che durò tutta la sua vita con uno dei capi degli Ugonotti, ma fu sempre di idee protestanti. Si sposò e si trasferì in Francia; due anni dopo la regina Elisabetta volle inviarlo in aiuto dei ribelli olandesi contro la Spagna. Fu dunque nominato governatore di Flushing. Guidò i suoi uomini alla presa di Axel, ma a cagione del suo stesso grande ardimento, essendosi aperto il varco galoppando tra le fila nemiche, fu ferito ad una gamba e dopo giorni di sofferenze morì. Per Spencer era scomparso la " meraviglia della nostra epoca".
I funerali si svolsero a Londra, dove Philipe Sidney ebbe onori pari a quelli tributati a Nelson. E' sepolto a Saint Paul.
" La speranza di tutte le persone colte e il protettore della mia giovane musa", come lo appellava Spenser, ebbe il grande merito di aver ben saputo esprimere il cambiamento dei tempi, quale ormai andava verificandosi anche nella elisabettiana Inghilterra, quello cioè di una classe aristocratica che, un tempo restia persino ad imparare a leggere e scrivere, ora proteggeva gli artisti ed essa stessa diventava artista in alcuni dei suoi rappresentanti. Egli fu il difensore della poesia e aprì le porte alla nuova generazione artistica che doveva vedere risplendere l'astro di Shakespeare.
Nel suo Defence of poesy, prendendo come riferimento Aristotele a i critici letterari italiani, Philip Sidney definisce la poesia un'arte che allieta ed insegna. "Il filosofo e lo storico,- egli affermava, - l'uno attraverso il precetto, l'altro attraverso l'esempio, raggiungono la meta, ma entrambi devono poi fermarsi, poiché l'uno poggia la sua scienza sull'astratto e sui principi generali, l'altro, privo di principi, è legato più a quel che è invece che a quel che dovrebbe. Né il filosofo né lo storico riescono a trasmettere, pertanto, un insegnamento.
La poesia, secondo lui, ha in sé tutta la letteratura: dramma, narrativa, versi. Infatti egli non si limitò a scrivere sonetti, ma scrisse , oltre alla difesa della poesia, l'Arcadia seguendo le orme del Sannazzaro, e Astrophel and Stella, l'amante della stella e la stella. Seguì anche lo stile petrarchesco e scrisse sonetti ritenuti i più belli prima di quelli di Shakespeare.
Come questi, in cui anche la luna è malata d'amore:
Con qual tristi passi, o luna, ascendi i cieli,
come silente, e con qual mesto viso!
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Dimmi allora, o mia compagna Luna,
se costanza d'amore è follia?
Se le beltà di lassù sono pur esse sì fiere?
Consentono all'amor d'essere amato,
o irridon gli amanti posseduti d'amore?
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