venerdì 1 aprile 2016

Glastonbury fu l'"isola di Avalon"?

Glastonbury fu l'"isola di Avalon"?



qui si pensa sepolto il grande re Artù

A 30 miglia a sud di Bristol, nella campagna del Wessex, nel Somerset, in Cornovaglia, si trova una piccola città di nome Glastonbury, meta molto frequentata di visitatori e di pellegrinaggi. Un tempo vi sorgeva la più grande ed antica abbazia costruita da monaci cristiani nei primi secoli dopo Cristo.




Di essa oggi restano solo alcune rovine e una torre di pietra, la Glastonbury Tor, privilegiato punto di osservazione, che si erge in tutta la sua verticalità nel mezzo di una delle verdissime colline di Mendip.



La leggenda dice che il primo a fondare un monastero in quest'area sud-occidentale dell'Inghilterra, dove la penisola di Cornovaglia si restringe, trent'anni dopo la morte di Cristo, sia stato Giuseppe d'Arimatea, il ricco commerciante che, come è detto nel Vangelo di Matteo, chiesto a Pilato il corpo del Cristo, dopo averlo avvolto in un "candido lenzuolo", lo depose nella sua tomba nuova, dove l'ospitò durante i tre giorni che precedettero la Risurrezione.Sempre secondo la leggenda, è qui che Giuseppe D'Arimatea avrebbe portato il Santo Graal, la coppa in cui Cristo bevve il vino durante l'ultima cena con i suoi discepoli.

Si racconta che Giuseppe d'Arimatea abbia visitato la località insieme a Gesù fanciullo ancor prima l'aver fatto erigere l' Abbazia, per fargli visitare la scuola druida di Avalon, Il grande pittore e scrittore William Blake, avendo accolto questo racconto come fatto reale, ne fece materia del suo famoso poema Gerusalemme, che divenne poi la più popolare canzone patriottica inglese. Egli, che fu un poeta e pittore mistico, credeva nella profezia biblica della "Nuova Gerusalemme", in base alla quale dall'Ellegand, ossia "La Terra degli Angeli", (nome che sarebbe divenuto poi England), avrebbe avuto origine una nuova civiltà, prendendo le sue origini proprio dal "Tempio dei Druidi" di Stonehenge e Avebury.


Secondo dunque questa tradizione, Giuseppe D'Arimatea, sbarcato a Glastonbury, piantò a terra il suo bastone, che fiorì miracolosamente nel Biancospino di Glastonbury, biancospino detto anche "Spina Santa", che cresce soltanto intorno alla città e che fiorisce due volte l'anno: in primavera e a Natale, quando ne viene tagliata una spina e inviata alla regina per ornare la sua tavola. Ed ancora si dice che la Spina Santa originaria, che nel Medioevo è stata oggetto di pellegrinaggio, sia stata distrutta da un soldato durante la guerra civile e che questo soldato sia stato accecato; gli abitanti hanno piantato sulla collina di Wearyall un nuovo biancospino solo oggi, nel XX secolo. Il "Rovo di Glastonbury" con la sua Spina Santa, a detta dei botanici appartiene ad una specie originaria della Palestina, sconosciuta in Europa.




Storicamente si sa che il primo monastero di Glastonbury venne fondato da monaci cristiani, recatisi in questi luoghi per predicare la Buona Novella, tra il IV ed il V secolo d. C.; la fondazione di questo primo monastero è confermata da antichi scritti del monaco Beda e di Guglielmo di Malmesbury.Il luogo tuttavia era già prediletto dai Celti che vi svolgevano riti druidici.

Quando, intorno al 670 d. C., l'abbazia fu rifondata da monaci benedettini, in breve acquistò ricchezza e rilevanza politica; re Enrico II ordinò loro di scavare in quello stesso luogo perché voleva ritrovarvi la tomba di re Artù e della regina Ginevra. Si dice che i monaci finirono per trovare, nel 1191, una pietra tombale con un'iscrizione in bronzo che diceva: Qui nell'isola di Avalon giace sepolto l'illustre re Artù, insieme a Ginevra, sua seconda moglie.". La leggenda dice anche che nello stesso VII secolo San Patrignano, in visita ai monaci di Glastonbury, abbia trovato la tomba di San Giuseppe, sulla quale volle che venisse costruita una bella chiesa in legno tutta decorata, chiesa che poi fu distrutta in un incendio nel XII secolo. Secondo questa tradizione fu durante i lavori della Chiesa che venne alla luce una croce con iscritto "Hic iacet inclitus Rex Arturius in insula Avalonia " (Qui , nell'isola di Avalonia, giace il famoso Re Artù).


Di entrambi gli epitaffi oggi non è rimasto nulla, ma di fatto le spoglie di un uomo e di una donna trovate sotto terra furono inumate nel 1278 davanti all'altare principale della nuova abbazia ivi eretta ed Edoardo I volle dare molto risalto a questo avvenimento. Infatti sia lui che Enrico II, sapendo che nei confronti dei Normanni di Guglielmo il Conquistatore, nel 1066, l'unica resistenza significativa era stata organizzata in Galles e in Cornovaglia, volevano individuarne il capo nel leggendario re Artù e dimostrarne perciò la reale esistenza, così da farne una tradizione nazionale.


Lo storico inglese Goffredo di Monmouth, nella sua "Historia Regum Britanniae"narra che re Artù malato fu portato ad Avalon dove venne curato e guarito dalla "fata Morgana", all'epoca feudataria e madre superiora delle dodici suore cui era affidata la cura e la custodia del santuario; quando poi il re trovò la morte in battaglia, la sua salma venne portata a Glastonbury e qui sepolta.

Parecchio tempo dopo, con la Riforma Protestante, l'abbazia cominciò la sua decadenza e venne poi ridotta a una cava di pietra per costruire nelle vicinanze case e palazzi. Anche la presunta tomba di Artù e Ginevra fu dispersa per essere di nuovo identificata soltanto nel 1934.
Oggi le rovine dell'intero complesso sono sparpagliate in una cornice di prati verdeggianti e di boschi rigogliosi. Vi si trovano due sorgenti: tra le colline di Chalice e di Tor, la Chalice Well o Sorgente rossa, detta anche Sorgente del Sangue, per i suoi depositi rossastri e rugginosi, poiché è ricca di minerali di ferro e la Sorgente Bianca, dal colore chiaro per l’alto contenuto di calcio, sul lato opposto della collina di Chalice.


Per quanto riguarda l'ubicazione di Avalon, senza dubbio , una delle tesi la vorrebbe proprio qui: la collina dove ora sorge la torre, secondo tale ipotesi, si chiamava Avalon.

La pianura sottostante un tempo paludosa e coperta dall'acqua faceva apparire il rilievo della collina come fosse un'isola.
© rosalia de vecchi




lunedì 28 marzo 2016

Le arti pittoriche dopo il Mille

Le arti pittoriche dopo il Mille



 Quattro forme principali furono le arti pittoriche medievali: il mosaico, la miniatura, gli affreschi e i vetri colorati. 
Il mosaico, arte molto antica che aveva trovato in passato forme sempre più raffinate, probabilmente da artisti bizantini, nel XII secolo ebbe il fondo d’oro. I mosaicisti ponevano sottili lastre d’oro intorno a cubi di vetro. I cubi indorati venivano poi posti su piani non perfettamente lisci, in modo che la luce, riflettendosi secondo diverse angolazioni, desse all’insieme maggiore vivacità.
 I mosaici di San Marco, a Venezia, che furono eseguiti in più tempi in un arco di sette secoli, hanno come vertice massimo di quest’arte il mosaico centrale dell’Ascensione nella cupola centrale, del 12° secolo. 
 Dello stesso periodo sono i mosaici eseguiti da artisti greci e saraceni di Monreale e Cefalù. 
Del 13° secolo furono quelli di Santa Maria Maggiore, Santa Maria in Trastevere, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura, a Roma. 
 L’arte della miniatura fu particolarmente ricca soprattutto nel 13° secolo. L’illustrazione di manoscritti con miniature e dipinti eseguiti con argento liquido, oro e inchiostri fu per lungo tempo tra le forme d’arte favorite. Libri di salmi, vangeli, messali, breviari… vennero adornati con giorni e giorni di lavoro. Era del tutto normale passare una giornata a disegnare un' iniziale, una settimana a comporre un titolo. Le più belle miniature furono quelle francesi, anche se oggi si possono ammirare dei veri capolavori di fattura inglese di quest’arte al British Museum e a Oxford.
 Gli affreschi più antichi, in cui i pittori usavano applicare il colore a muri intonacati di fresco o già secchi, con l’aggiunta di qualche materia collosa, si sono sbiaditi fino a scomparire. 
Le tecniche romane si erano perdute nella memoria, mentre, quando l’affresco murale ritornò in vita in Italia, prese le mosse dall’affresco bizantino. 
Nel 13° secolo Duccio da Boninsegna a Siena si rese famoso per la sua Maestà della Vergine sul trono, opera di dimensioni imponenti e, contemporaneamente a lui, a Firenze, Giovanni Cimabue aveva iniziato una dinastia di pittori destinati a dominare l’arte italiana per circa tre secoli. 
Figlio di nobili genitori, Cimabue (1240?- 1302) aveva lasciato gli studi di avvocatura per l’arte. Iniziò partendo dall’arte bizantina e operò trasformazioni rivoluzionarie che avrebbero avuto grande importanza per gli artisti a lui posteriori. Addolcì la rigida linea del disegno dei suoi predecessori e con l’uso di rossi luminosi, dei rosa e degli azzurri per i drappeggi, arricchì la sua pittura di una vita e di una luminosità fino allora sconosciute nell’Italia del Medioevo. Giotto lavorò nella bottega di Cimabue e andò a vivere nella sua casa dopo la morte del maestro. E così ebbe inizio la più grande successione di pittori nella storia dell’Arte. 
L’arte di dipingere il vetro era già nota nell’antichità, ma molto probabilmente il colore era dipinto sul vetro e non fuso con esso.  Quando l’architettura gotica creò lo spazio per finestre più ampie, l’abbondanza della luce che attraverso di esse entrava nella chiesa rese possibile che si colorassero lastre di vetro. Allora si studiò una tecnica di pittura su vetro più resistente e si cominciò a fonderlo insieme al colore, ottenendo così un dipinto luminoso e resistente, capace di mitigare e colorare la luce all’interno della Chiesa e di diffondervi un’atmosfera di magica sospensione.  Le finestre e i grandi rosoni erano per lo più divisi in pannelli, medaglioni, sfere, losanghe, quadrati… che raffiguravano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, allegorie… 
 Sulle finestre della cattedrale di Chartres compaiono, ad esempio, le scene della vita di Sant’Eustachio . Ed è proprio a Chartres che quest’arte raggiunse la sua perfezione. Da Chartres poi essa passò in Inghilterrra.


05/06/10 rosalia de vecchi dai suoi Quaderni di storia e d’arte per la scuola.

la scultura medievale




La scultura medievale 

Purtroppo la scultura medievale ha subito vari e gravi danni, per cui ci è giunta per lo più distrutta: statue mancanti di testa o di braccia…o fatte a pezzi… 
Le statue facevano parte di un insieme architettonico, progettato in relazione ad un determinato tema teologico, perciò i pezzi isolati che ci sono pervenuti hanno perduto l’armonia originaria e non sempre è possibile ricostruirne il singolo significato e i nessi con le altre parti. 
Nell’ambito religioso che ha ispirato lo slancio verso il cielo delle architetture gotiche, erano previste statue di santi, la cui posizione eretta, con le gambe unite e le braccia aderenti al corpo, avrebbe consentito un assottigliamento ed un allungamento tale da riuscire a raggiungere l’altezza di un portale, in modo da accompagnare e prolungare la spinta verso l’alto della Cattedrale.
Interessante osservare che fino al XII secolo le figure sono tristi e rigide, mentre dal XIII secolo in poi gli scultori ritrovano il gusto per gli aspetti terreni della vita e il buonumore nel guardarli;  pertanto plasmano figure in movimento con tratti più realistici e colte in gesti ed espressioni spontanei, come durante una conversazione o in atteggiamenti eleganti e con lineamenti ora più ricchi di personalità. 
Molte figure della Cattedrale di Chartres, o anche di quella di Reims, assomigliano a contadini barbuti quali s’incontrano ancora nei villaggi francesi. La produzione scultorea non manca, ora, di figure di animali, di piante, di fiori soprattutto, figure che si mescolano con naturale grazia a quelle di Santi, di Angeli, della Vergine. 
In questo XIII secolo, che al suo inizio ascoltò la voce di Francesco che cantava l’Amore per tutte le Creature, spostando il cielo sulla terra e anticipando l’Umanesimo, e nella sua seconda parte sperimentava le consapevolezze prospettiche di Giotto, non stupisce che il mondo, con le sue, piccole o grandi, affascinanti vicende entrasse a far parte del ricco e vasto mondo della scultura!
 Ricorrono nella scultura medievale raffigurazioni dei mesi dell’anno, della vita e della morte dell’uomo, delle occupazioni quotidiane…. E anche figure che rappresentano contadini, mugnai, falegnami, mercanti, artisti… o che simboleggiano le virtù teologali, la Fede, La Speranza,la Carità… oppure le Virtù e i Vizi, la Pace, la Chiesa, il Giudizio Universale…. 
E sempre la scultura medievale manifesta profondità di sentire, gentilezza, grazia, tenerezza. Quella stessa grazia e tenerezza che, insieme ad una ingenua dolcezza, pervade le sculture dei tre re Magi dormienti del gruppo dell’Adorazione della facciata del Duomo di Gemona, opera della fine del XIII secolo di mastro Giovanni.

Non sono queste opere di perfezione tecnica quali il fregio del Partenone o i bassorilievi dell’Ara Pacis, ma commuovono sempre e restano indimenticabili proprio per questa loro grazia. Pensiamo all’Angelo sorridente di Reims e alla Vergine di Chartres! 


*** 12/05/10 *** rosalia de vecchi dai suoi Quaderni di storia e d’arte per la scuola. 




martedì 22 marzo 2016

Sulle conoscenze della Terra nel Medioevo...

martedì 27 luglio 2010

Sulle conoscenze della Terra nel Medioevo...







Durante il Medioevo, mentre da una parte era largamente diffusa la tendenza a mescolare spiegazioni magiche e fantastiche con dettagliate descrizioni naturalistiche, come ad esempio a voler attribuire ai minerali qualità e poteri "magici" in base ai quali un opale avvolto in una foglia di alloro si credeva rendesse invisibile chi lo portasse o un'ametista proteggesse dalle infezioni e un diamante rendesse invincibile; dall'altra, uomini mossi da grande curiosità si avventuravano per le terre d'Europa e anche d'Oriente e andavano acquisendo cognizioni geografiche, sulle quali cominciò a fondarsi un primo nucleo di studi sulla Terra, sia pur, all'inizio, ancor connesso con forme di pregiudizio e di miracolo.
Lo storico gallese Gilardo Cambrensis, detto Gilardo il Gallese, che viaggiò molto e che conobbe molte lingue, girò il Galles e fu anche accompagnatore del principe Giovanni in Irlanda, dove visse un paio d'anni. Egli trasse da queste sue esperienze materia per i suoi quattro libri, dove descrisse in modo assai vivo ed efficace, non privo di una certa divertente inclinazione a evidenziare gli aspetti più curiosi ed indiscreti, luoghi persone e costumi. Egli, che aveva predicato le crociate, che era stato cappellano del re Enrico II d'Inghilterra, che si era recato più di una volta a Roma e che era stato testimone oculare della presenza del velo della Veronica, egli che coltivava il sogno che le sue opere lo avrebbero reso immortale, fu anche quello che volle registrare l'altezza delle maree in Irlanda e uno dei tanti che alla sua epoca compì il pellegrinaggio in Oriente, viaggio in Oriente che per tutti coloro che lo compivano venivano compilate mappe e fissati itinerari, cosa dalla quale la Geografia cominciava a trarre buoni profitti!
I suoi quattro libri sulle terre d’Irlanda e del Galles (Topographia Hibernica del 1188, Topografia dell'Irlanda; Expugnatio Hibernica, Conquista dell'Irlanda; Itinerarium Cambriae del 1191,Viaggio nel Galles; Descriptio Cambriae del 1194, Descrizione del Galles) sono utilissime testimonianze del grado di conoscenze geografiche dell’ epoca, anche con particolare riguardo agli aspetti cartografici topografici, sebbene rivestano interesse anche altre opere del chierico gallese, quali quelle sulla Chiesa, in cui egli cura anche l’aspetto storico e le biografia compresa la propria!
Sigurd Jorsalfar, detto il Crociato, re di Norvegia, dell'isola di Man e delle Orcadi, dal 1103 al 1130, partito con sessanta navi per partecipare alla Crociata, fece vela verso la Palestina via Inghilterra Spagna e Sicilia, dove visitò re Ruggero II nel suo castello di Palermo. A Gerusalemme fu accolto da re Baldovino I con grande calore; i due cavalcarono insieme fino al Giordano, dove Sigmund si fece battezzare. Durante il viaggio di ritorno via terra, durato pare tre anni, con gli uomini rimasti, il re norvegese attraversò molte terre: i Balcani, l’Ungheria, la Germania, la Danimarca.
Di lui, la storiografia tramanda un giudizio molto lusinghiero, infatti è detto che sotto questo re crociato la Norvegia si espanse, prosperò in ricchezze e assurse ad un egregio ruolo internazionale. Gli storici sono concordi nell’attribuire al periodo del suo regno il nome di Età d’oro della sua storia medievale. E certo. Egli è chiaro esempio di uomo medievale aperto agli studi e alle conoscenze esplorative.

Nel 1270 il navigatore genovese Lanzarotte Malocello, riscoprì le isole Canarie e infatti una di esse ne porta il nome, isole che gli antichi conoscevano ma che erano state dimenticate. Sembra che Lanzarotte fosse in viaggio per rintracciare i Vivaldi e che in quella occasione sia approdato nell’isola, dove rimase molti anni. Ed altri ancora prima dei fratelli Polo. Marco fu il primo a darci una descrizione dell'Asia, una prima impressione sul Giappone, notizie su Pechino, Giava, Sumatra, Siam... , Madagascar, Abissinia...contribuendo non poco alla formazione di quelle nuove teorie geografiche in base alle quali Colombo si convinse della validità di una via occidentale per il raggiungimento dell'Oriente.

Con l'intensificarsi dei commerci e dei viaggi la scienza cartografica riguadagnò i livelli di precisione raggiunti nell'epoca augustea e si cominciarono a preparare i portolani, le guide cioè, dotate di mappe, itinerari e descrizioni dei vari porti. Pisani e Genovesi ne prepararono di molto precisi, di alto livello.

Ed anche per quanto riguarda le conoscenze zoologiche e botaniche si va lentamente emergendo dalla leggenda e abbandonando l'influsso di Plinio, per creare invece una scienza degli animali e delle piante. Non più dunque mosche che si generano dalla polvere e dalla putrefazione, né unicorni feroci da catturare, facendo sedere una vergine in un campo così che l'animale le si avvicini per riposarle in grembo, rendendosi quindi mite e facile preda...



Ecco allora che nello spirito nuovo dei tempi, spirito che va evolvendosi verso forme nuove di osservazione della Terra e dei suoi "abitanti", nasce l'opera che può a ragione ben considerarsi la più strettamente scientifica della biologia medievale, un'opera straordinaria soprattutto considerando l'epoca in cui apparve: il De arte venandi cum avibus di Federico II: un trattato di 589 pagine sull'arte di cacciare con gli ucccelli. Un trattato di ornitologia concepito in anticipo secondo il metodo scientifico moderno e dunque basato sull’osservazione diretta degli uccelli, un trattato che rimase inedito per ben sette secoli in Italia!
Federico II, appassionato falconiere e curioso di animali oltre che conoscitore di scienze naturali quali apprese dagli scienziati arabi della corte del nonno Ruggero a Palermo, si rivela un vero "scienziato moderno", che descrive l'anatomia degli uccelli e illustra la propria opera con un centinaio di disegni.
Non più ululati di uccelli notturni interpretati come messaggi di morte, ma avvoltoi e altri rapaci che osservano gli uomini dall'alto delle rocce che abitano, o dalle cime degli alberi, e che si orientano solo "a vista" nella ricerca del cibo; non rane gracidanti negli stagni dopo esser piovute dal cielo ma anatre che preferiscono andare "in pastura"durante la stagione umida da settembre a novembre; non uccelli migratori che si rintanano sotto terra ma gru provenienti dal Nord in autunno, osservate dalla foce dell'Ofanto o dalle torri del castello...

© lia de vecchi




lunedì 21 marzo 2016



Milano 21 marzo 1931 - Milano 1 novembre 2009



La “piccola ape furibonda”, come lei stessa si diceva, nasceva il 21 marzo 1931 a Milano, dando inizio a questo suo passaggio sulla terra, dove ha potuto sperimentare il mistero dell’essere donna e la dolcezza di madre, la profondità dell’amore e la gioia del canto, l’acuto dolore nella solitudine della “follia” e la sofferenza umana nella compassione solidale verso ogni suo simile. 
A lei, che già fanciulla faceva dire a Pier Paolo Pasolini: “Ché di fonti per la bambina Merini non si può certo parlare: e di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione di una influenza letteraria perfettamente congeniale, ci dichiariamo disarmati.”, e che, respinta in Italiano, non poté frequentare il liceo Manzoni, dovendosi iscrivere ad una scuola professionale, “Qualcuno di lei più in alto” aveva profuso “il dono della poesia”, dono del quale Alda Merini, ormai ritenuta tra le più significative ed importanti della letteratura italiana, e non solo, degna di poter accedere al premio Nobel, seppe fare offerta di valore prezioso a noi che leggiamo, amiamo e meditiamo i suoi versi, i quali, come le opere dei “grandi”, scaturiscono dalle sorgenti misteriose del mondo della poesia, mondo nel quale il “divino” ha impresso i suoi pensieri di Verità.
 E’ al Poeta che è dato l’alto compito di fare da tramite tra le sorgenti del Vero e l’uomo, e il sorriso ridente e “innocente” come quello d’un bambino, che si poteva leggere negli occhi di Alda Merini fino alla fine dei suoi giorni, ci testimonia, come anche la bellezza seducente di ogni suo verso, che Lei è stata un’ eletta.
 Ha forse dovuto accettare il dolore – il dolore va accettato, diceva- e i periodi di “follia” alternati a stati di normale coscienza, perché le vie di accesso alle sorgenti dell’arte rimanessero sempre aperte durante tutta la sua vita? 
Non un verso, nelle sue tante opere, che sia privo di bellezza formale e, nel contempo, di contenuto elevato; non una parola che non arrivi al cuore di chi legge o ascolta le sue poesie.
Lei e la sua poesia hanno vissuto come Francesco, di cui Alda diceva: “Sono un guerriero / che corre senza cavallo, / coi miei piedi sudati e stanchi /verso il traguardo di Dio.”.

“Se tutto un infinito
Ha potuto raccogliersi in un corpo
Come da un corpo
Di sprigionare non si può l’immenso?” 

Ed ora che dal suo corpo, che raccoglieva in sé l’infinito, sprigiona l’immenso, Alda ci lascia la sua eredità spirituale:


“Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia

legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.”
Con amore e immensa gratitudine .


© lia de vecchi

lunedì 26 ottobre 2015

la grotta di Fingal


Staffa è una piccola isola tra le più romantiche e spettacolari delle Isole Ebridi interne, ad ovest della Scozia. 
Disabitata, ma ricca di fauna marina, ospita colonie di uccelli, tra i quali spiccano le Pulcinelle marine. 
Meta di un intenso turismo, fa parte della riserva naturale del National Trust for Scotland. 
Prende il nome dalla sua particolare struttura geologica, costituita da migliaia di colonne esagonali di basalto. La parola “staffa”, secondo la sua origine scandinava, significa infatti “pilastro”. Le pareti di lava solidificata a strapiombo si aprono alla vista del visitatore come un colonnato di maestose colonne di basalto, in cui l’erosione del mare e dei venti ha scolpito grotte di straordinaria bellezza.



Spicca regina tra queste la famosa grotta di Fingal, che ispirò musicisti e poeti. E il cui ingresso, dall'interno, incornicia la sacra isola di Iona di fronte! 





I Vichinghi la chiamavano “Grotta delle colonne”; il nome gaelico, Uamh-Binn, significa “ grotta di melodia”. Non a torto infatti Mendelssohn, che la visitò nel 1829, si ispirò ai suoni prodotti da queste straordinarie canne d’organo poligonali di basalto, ascoltati al suo interno, per comporre, nel 1830, "Die Fingalshöhle", la graziosa ouverture "Le Ebridi", la stessa che rese famosa la grotta, sebbene essa fosse già nota al mondo da quando il naturalista Sir Joseph Banks l’ebbe scoperta nel 1772. La musica di Mendelssohn esprime il fascino della forza del mare, l’energia del moto alterno delle onde, lo stupore per il sublime spettacolo della natura offerto dalla grotta. Il movimento del mare ritmicamente cadenzato viene evocato mediante la ripetizione del tema iniziale, affidato in particolare agli strumenti ad arco. Ed un secondo tema affidato soprattutto ai violoncelli a agli strumenti a fiato evoca la forza impetuosa del mare e il fascino dello spettacolo della natura di questo luogo straordinario, in cui l’eco misteriosa delle onde del mare, che canta come suono di canne d’organo, lo slancio geometrico verso l’alto delle masse di lava raffreddata che formano le pareti della grotta e le colonne naturali appena al di sopra dell’alta marea, allineate all’ingresso come contrafforti di un portale gotico, contribuiscono a conferire alla grotta l’atmosfera di una cattedrale. 
A questa affascinante grotta s'ispirò anche Johannes Brahms, che, negli anni 1859/60, compose il Canto dalla Grotta di Fingal, che fa parte dei “Quattro canti” per coro femminile, due corni e arpa, nell'op.17 n.4.
I Pink Floyd hanno scritto il brano “Fingal's Cave destinato al film Zabriskie Point, ma poi non inserito nella colonna sonora. 
E il compositore e chitarrista romantico Johann Kaspar Mertz, diede il titolo di “La grotta di Fingal” ad uno dei due brani composti per chitarra sola nell'op.13.

Anche il pittore inglese Turner ne rimase affascinato e volle dipingerla nel 1832.




Queste colonne laviche prismatiche a scalini a sezione pentagonale o esagonale che, qui, nella Grotta di Fingal assumono tratti di straordinaria bellezza, hanno attratto, tra i tanti turisti,  varie personalità, uomini d’eccezione.

Jules Verne, William Wordsworth, John Keats, i quali si recarono nell’isola richiamati dal fascino della grotta...

Il romanziere Walter Scott ha descritto la grotta come una delle più straordinarie località da lui mai viste, che supera ogni descrizione di cui si senta parlare …. Parla delle sue colonne basaltiche alte come a dover sostenere il tetto di una cattedrale, delle sue profondità rischiarate da una pavimentazione simile a marmo di colore acceso, del battito costante del mare profondo sulle rocce di basalto.

Il drammaturgo svedese August Strindberg nel suo famoso dramma “ A dream play” colloca alcune scene in un luogo chiamato “ Grotta di Fingal”.


Secondo i geologi i basalti esagonali si sono formati 60 milioni di anni fa a causa di una potente esplosione sotterranea, nello stesso periodo in cui si sono formati anche quelli della Grotta dei Giganti ( Giant's Causeway) in Irlanda e di Acitrezza in Sicilia.

La grotta porta il nome di Fingal, ossia bianco straniero, eroe dell'omonimo poema di James Macpherson del Ciclo di Ossian. 
Ma nella mitologia irlandese Fingal è colui che la leggenda dice aver costruito un selciato tra Irlanda e Scozia.  



Il poeta scozzese James Macpherson, noto come il traduttore dei canti di Ossian, nel 1761 annunciava la scoperta di un'epopea di Fionn legato alla mitologia irlandese e scritta da Ossian, il figlio di Fingal,  e pubblicava Fingal, un antico poema in sei libri, e poesie , tutti attribuiti appunto ad Ossian.