lunedì 13 agosto 2018
mercoledì 18 luglio 2018
le "portatrici carniche"
le
"portatrici carniche" sono le donne della Carnia che
accolsero la richiesta del Comando Logistico, durante la prima guerra
mondiale, di trasportare in montagna, al fronte, rifornimenti. Gli
uomini erano stati arruolati, 'erano rimaste loro, i vecchi e i
bambini. Così, con le loro misere gerle ogni giorno , donne dai 16
ai 60 anni, all'alba cominciavano la loro marcia estenuante, che
durava dalle due alle quattro ore, e che superava dislivelli dai 600
ai 1200 metri. Trasportavano viveri, armi, medicinali e materiali
vari... affondavano nella neve, sfuggivano ai cecchini austriaci e al
ritorno spesso trasportavano un ferito in barella... poi, tornate a
casa, si occupavano dei bambini, dei vecchi, dell'orto, del
campicello, della stalla, degli animali…di tutte le indispensabili
e faticose occupazioni quotidiane e l'indomani di
nuovo....riprendevano il cammino su’… su’ ….verso la
montagna….. Costituirono un vero e proprio corpo speciale, furono
dotate di un bracciale rosso, di un libretto dove segnare tutte le
operazioni, specificando ogni particolare e fu loro assegnato un dato
reparto da rifornire. Verso la fine della guerra furono impiegate
come serventi alle artiglierie e dotate persino d'un fucile... e per
tutto questo esse ricevevano come compenso per ogni viaggio 1,50
centesimi, che veniva dato loro mensilmente.
Di esse Maria Plozner Mentil giovane madre di 32 anni con quattro figli ed un marito al fronte, venne uccisa da un cecchino austriaco mentre era giunta col suo carico alla Casera Malpasso in alta montagna. Nel 1955 venne intestata a suo nome la Caserma degli Alpini di Paluzza .
Di esse Maria Plozner Mentil giovane madre di 32 anni con quattro figli ed un marito al fronte, venne uccisa da un cecchino austriaco mentre era giunta col suo carico alla Casera Malpasso in alta montagna. Nel 1955 venne intestata a suo nome la Caserma degli Alpini di Paluzza .
Donne,
spinte dalla miseria e dalla disperazione? oppure donne consapevoli e
forti nella loro dedizione e nell’ amore verso figli, sposi,
fratelli, padri... verso tutti coloro che in trincea vivevano una
vita ancor più dura della propria? quella vita dura, cui esse erano
avvezze e che, con la pronta e generosa risposta alle necessità
imposte dalla guerra, crudele e spietata, non esitarono a rendere
ancor più dura ? e più onesta! consumata nel silenzio e nella
dignità, nella povertà di chi dell’anima possiede tutte le
ricchezze, nell’eroismo celebrato da pochi ma sconosciuto ai più,
nell’esercizio quotidiano della volontà che né la fredda neve né
gli spari dei cecchini riuscirono ad arrestare.
lia de vecchi
martedì 10 luglio 2018
lunedì 30 aprile 2018
L'enigma di Kaspar Houser, chiamato
"Il fanciullo d'Europa", non ha mai smesso di affascinare; su di lui
sono stati scritti più di 3.000 libri e 14.000 articoli, sono state realizzate
anche due pellicole cinematografiche e numerose pièce teatrali.
Il 26 maggio 1828 compare
all'improvviso in una piazza di Norimberga, un ragazzo dall'età all'incirca di
16 anni, che sapeva dire solo pochissime parole, tra cui il proprio nome, o
almeno quello che lui credeva fosse il suo.
Poteva nutrirsi solo a pane ed
acqua, non conosceva l'uso delle posate; ogni impressione sensoriale gli
procurava una reazione violenta e dolorosa... anche gli alberi e la natura in
genere, vedeva benissimo di notte, anche gli accostamenti più difficili, e molte
altre rare anomalie... Destava la curiosità di tutti che volevano vederlo,
toccarlo... poi addirittura ci fu una folla di gente che andò a trovarlo ,
portandogli regali di ogni genere e suscitando la sua vanità.....dopo varie
vicende, durante le quali Kaspar cominciò ad imparare la quasi normalità della
vita quotidiana, attraverso l'amore e la dedizione di varie persone, a cominciare
dal suo carceriere e della sua famiglia (perché fu anche messo in carcere... fu fatto
lavorare in un circo quasi fenomeno da baraccone...) finalmente fu affidato
alle cure del prof. Daumer, uno stimato insegnante della città.
Stupisce enormemente il modo in
cui Kaspar in pochi mesi abbia imparato a leggere e scrivere, ad occuparsi di
musica.... e d'altro, manifestando, a 20 anni, uno spirito di sensibilità ed
intelligenza assai elevate.
Bellissima la sua biografia !
Era di natura gentile e di
completa innocenza e purezza morale....
Egli poté ritrovare la
consapevolezza di sé e ricostruire la sua storia: aveva passato dalla
primissima infanzia fino a 16 anni , l'anno in cui qualcuno lo liberò, la sua
vita in una cella buia, dal tetto così basso che non poté mai per tutto quel
tempo raddrizzarsi in piedi ed assumere la posizione eretta. ( L’impossibilità di assumere la posizione
eretta voleva impedirgli l’assunzione della coscienza dell’io. Ma i fatti dimostrarono che, nel suo caso, non
appena egli fu sollecitato dalle cure di chi di lui si occupò, il tentativo di
impedirgli tale assunzione stava fallendo.) Il solo contatto umano era costituito da un
uomo che gli portava pane e acqua, lo puliva, gli tagliava unghie e capelli...
l'unico oggetto che possedeva era un cavalluccio di legno che gli era stato
donato nella sua cella da piccolo.
Kaspar fu poi tolto dalle felici
mani del prof. Daumer e passò da un egregio signore all'altro: un barone, un
ricco uomo d'affari, un austero maestro di scuola, un ambiguo lord, fino a
quando, il 14 dicembre 1833, nel parco di Ansbach, venne pugnalato da uno
sconosciuto e morì tre giorni dopo. Fu sepolto nel cimitero della cittadina
bavarese.
L'attentato, per mano di un
ignoto, fece crescere molti sospetti ch'egli fosse vittima di una cospirazione.
La cosa che fece e che fa ancora
stupire persino la scienza è che, pugnalato al cuore, Kaspar sia sopravissuto
per 15 giorni ancora.
Commuove la testimonianza del
prete che lo assistette prima della morte, il quale ha dichiarato che Kaspar, fino alla fine, ha avuto parole di pace e d'amore e di perdono
per tutto il mondo!
Per alcuni Kaspar fu un fenomeno
vivente, per altri un impostore, per qualcuno un rampollo principe del Baden,
vittima sacrificale di intrighi dinastici. Anselm von Feuerbach (1775-1833),
giurista fautore del principio nulla poena sine lege, se ne occupa nel suo
libro omonimo, accogliendo la seconda ipotesi, che gli studi successivi
riconoscono.
Rudolf Steiner, durante la sua
intensa attività di conferenziere, ebbe a toccare anche lui questo argomento:
egli ci parla di un principe destinato ad introdurre nel sud della Germania
quella tripartizione sociale che si sarebbe diramata in tutta Europa ed avrebbe
creato le condizioni di un sano processo storico, impedendo i mali tremendi
vissuti dall'umanità nel '900, ed oggi ancor presenti. Correnti esoteriche
negative che sapevano ciò e ne volevano impedire la realizzazione misero in piedi
il diabolico piano: rapire e sostituire il principe in fasce sottoporlo alla
condizione che non favorisce lo sviluppo dell'io, ossia la forzata posizione
non verticale, liberarlo quando ormai ritenuto, dal proprio punto di vista
ovviamente, innocuo.
Ma quando la personalità
fortissima del principe sta ricostruendosi, non si trova altro modo per
liberarsene che farlo fuori.
Nei giardini dove fu accoltellato gli fu eretto in seguito un monumento,
con una lapide che recita: "HIC OCCULTUS OCCULTO OCCISUS EST"
("QUI UN TIPO MISTERIOSO FU UCCISO IN MODO MISTERIOS O").
" Rudolf Steiner : «L'individualità che è stata chiamata a celarsi sotto il velo di Kaspar Hauser è un essere che ha esercitato un'azione ispiratrice sulle attività dei Rosacroce fin dall'inizio e che, in seguito, si è incarnato il 29 settembre 1812 come figlio del granduca Karl di Baden. Egli aveva un'importante missione da compiere nel quadro del Cristianesimo esoterico».
L'antroposofo Peter Tradowsky, afferma che una congregazione, presumibilmente appartenente ai gesuiti, impedì il climax epocale sperato producendo così "un'anomalia" nel corso della storia dell'umanità: questa anomalia ebbe come risultato la tragedia dei campi di sterminio nazisti.
Al di là di queste disquisizioni è interessante ricordare come, dopo tre giorni di agonia, Kaspar morì pronunciando la frase: «Il mostro è divenuto troppo grande per me».".
giovedì 12 maggio 2016
Aspasia
Erma marmorea nei Musei Vaticani, copia romana da originale greco del V secolo a.C.
Aspasia
Aspasia è una di
quelle personalità femminili del mondo antico di cui ci giungono
poche notizie e, queste stesse, alquanto discordanti.
Non sempre,
infatti, se ci si riferisce ad una donna di fascino e d'ingegno
insieme, si è completamente obiettivi, tentendo invece o a denigrare
o ad esaltare.
Ma qui si tratta,
e in questo la tradizione è concorde, di un'individualità che,
indipendentemente dai giudizi unilaterali, ebbe un ruolo culturale
di grande importanza nell'Atene del quinto secolo a.C.
Aspasia era una
donna ionia, proveniva da Mileto, e visse all'incirca tra il 470 enil
400 a.C. La sua vita si svolse ad Atene, dove conobbe Pericle e con
lui intrecciò un legame sentimentale, da cui nacque un figlio.
Di Aspasia si
vuole, qui, ricordare essenzialmente l'ingegno e la grande cultura.
Lo stesso Plutarco, seppure a posteriori, mette di lei in rilievo
piuttosto il fascino intellettuale che esercitò sullo stesso
Pericle, per le sue vaste conoscenze, la saggezza e la competenza
politica.
Taluni
tramandano che Pericle abbia divorziaro per sposare Aspasia, altri lo
ritengono improbabile per il fatto che lo stratega aveva appena
varato una legge che proibiva i matrimoni con stranieri. Ma è certo
che i due convissero e che Pericle concesse il divorzio alla moglie,
restituendole la propria libertà.
Per alcuni,
Aspasia faceva parte di quella classe di etere che rifiutavano il
matrimonio in quanto condizione limitante delle libertà, con i suoi
vincoli familiari e con le sue limitazioni sociali, scegliendo invece
unioni non legalizzate che consentivano loro di godere delle stesse
libertà degli uomini e soprattutto degli stessi interessi culturali.
Aristofane, che
fu sempre nemico di Pericle, descrive Aspasia come una cortigiana di
Mileto venuta ad Atene per aprirvi un lussuoso ritrovo. E a lei
attribuisce la causa del dissidio, tra la stessa Atene e Megara, che
sfociò nella guerra del Peloponneso: Pericle avrebbe ceduto alle
richieste di Aspasia che punisse i Megalesi, rei di averle rapito
delle fanciulle.
Ma Aristofane fu
un commediografo, non uno storico.
Invece, venuta ad
Atene, Aspasia aprì una scuola di retorica e di filosofia, cui
parteciparono spose e fanciulle di ottima famiglia, che gli stessi
mariti e gli stessi padri vi conducevano a frequentare i corsi da lei
tenuti. E non pochi furono gli uomini d'ingegno dell'epoca che
assistettero alle sue lezioni: si fanno i nomi dello stesso Pericle,
di Socrate, forse anche di Anassagora, Euripide, Alcibiade e il
grande scultore Fidia!
Socrate, che era
ammirato della sua eloquenza, dichiara di aver appreso proprio da lei
quest'arte e a lei attribuisce le parole del l'elogio funebre che
Pericle pronunciò per le vittime della guerra del Peloponneso
Di fatto, Aspasia
fu la stimolatrice di scambi culturali e fece della sua stessa casa
una sorta di salotto come quelli settecenteschi in cui si discuteva
di letteratura, filosofia, scienza, politica, una fucina di idee e un
centro di insegnamento. Lei stessa fu si potrebbe dirla “regina
senza corona” , esempio di libertà intellettuale e morale per le
donne ateniesi.
© rosalia de vecchi
Friedrich von Amerling - mercoledì 2 febbraio 2011
Friedrich von Amerling
principessa
Marie Franziska
la madre del pittore
Il
viennese Friedrich von Amerling è uno dei più importanti
ritrattisti austriaci dell’ottocento e la sua attività coincise
con il periodo del Biedermmeier; tra il 1835 e il 1880 fu pittore di
corte presso Francesco Giuseppe.
Si formò in parte all’Accademia
delle Belle Arti di Vienna, in parte in quella di Praga. Trascorse un
anno (1827/28) a Londra, dove accolse l’influsso dei ritratti di
Sir Thomas Lawrence e si recò poi, prima a Parigi in cui ebbe modo
di studiare Horace Vernet e a Roma dopo, dove potè completare il
propro iter formativo.
Tornato a Vienna, fu presto accolto come
pittore e ritrattista negli ambienti dell’aristocrazia locale, fino
a che non divenne pittore di corte.
Nell frattempo egli viaggiò
molto per l’Europa, perfezionando la sua formazione e
corrispondendo a chi gli richiedesse il favore della sua arte:
dall’Olanda, la Norvegia e i paesi scandinavi fino a Capo Nord alla
Germania e all’Italia, dall’Inghilterra alla Grecia, dalla Spagna
fino all’Egitto e alla Palestina….
Il
valore delle sue prestazioni artistiche gli valse il titolo nobiliare
di cavaliere di Amerling: per cui egli divenne Friedric Ritter von
Amerling e acquistò il castello di Gumpendorf a Vienna che arredò
con gran gusto e fornì di numerose e preziose opere d’arte. Il
livello di vita che gli conferivano la sua notorietà e il suo
successo gli valse anche l’incontro con eminenti personalità del
mondo culturale contemporaneo, in particolar modo letterati e
musicisti; tra costoro egli ebbe modo di conoscere Franz List. Ebbe
quattro mogli: due di esse morirono prematuramente, da una terza
divorziò ed infine la quarta gli fu compagna per il resto della
vita.
La sua produzione artistica comprende un numero ragguardevole di dipinti (circa mille!), di cui la maggior parte è costituita da ritratti, che per il segno chiaro e la ricchezza del colore vengono accostati a quelli di Ingres e che oggi sono quasi tutti conservati in Austria.
La sua arte, oltre ad avergli valso in vita vari riconoscimenti importanti come ad esempio l’Orden der Eisernen Krone, lo reso tanto celebre in patria che una strada di Vienna oggi porta il suo nome: Amerlingstrasse e che in occasione di una delle sue commemorazioni gli è stato dedicato un francobollo!
La sua produzione artistica comprende un numero ragguardevole di dipinti (circa mille!), di cui la maggior parte è costituita da ritratti, che per il segno chiaro e la ricchezza del colore vengono accostati a quelli di Ingres e che oggi sono quasi tutti conservati in Austria.
La sua arte, oltre ad avergli valso in vita vari riconoscimenti importanti come ad esempio l’Orden der Eisernen Krone, lo reso tanto celebre in patria che una strada di Vienna oggi porta il suo nome: Amerlingstrasse e che in occasione di una delle sue commemorazioni gli è stato dedicato un francobollo!
© rosalia de vecchi
Julie
Gräfin von Woyna
la Contessa di Castiglione - Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini
Thomas
Ender
ragazza
con cappello di paglia
Francesco
I d'Austria
Francesco
I d'Austria
Franz Liszt
autoritratto
Elise Kreuzbereger.
giovane dell'est
- immersa nei sogni
venerdì 6 maggio 2016
-mercoledì 21 luglio 2010- i castelli sulla Loira
Castello
di Amboise
Francesco I gli
diede nuovo splendore dopo un periodo di malinconico silenzio e i
giardini si animarono di tornei e di gare e le lussuose stanze
cominciarono di nuovo a risuonare di canti e di balli, di feste e
delle chiacchiere di eleganti ospiti. Vi venne Leonardo con la sua
Gioconda. Leonardo si stabilì nel castello di Clos-Lucé dove morì
nel 1519.
Sul castello di
Amboise grava l'ombra di un grave e drammatico fatto: quando un
complotto di nobili protestanti che tentava di assalire i Guisa, fu
scoperto e fermato, la reazione fu spietata: vennero tutti
giustiziati e mandati alla forca, poi lasciati nei balconi e nei
merli del castello esposti allo sguardo di chi, come il giovane re
Francesco II e la moglie Maria Stuarda, vennero a guardarli
compiaciuti.
Caterina dei
Medici, invece, fautrice di una politica della conciliazione, aveva
tentato di salvarli, ma invano poiché i Guisa non intesero ragioni.
Sebbene di origine medievale, il castello si presenta, proprio per i rimabeggiamenti e gi ampliamenti i Carlo VIII e d Francesco I
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Castello
di Chenonceau
Uno splendido
castello, che sorge sullo Cher, affluente della Loira, il castello di
Chenonceau sorse sui resti di un antico mulino; edificato da Thomas
Bohier, alla morte di questi, fu poi venduto alla famiglia reale.
Divenuto residenza reale, meritò l'appelattivo di "Castello
delle dame", per lo stile raffinato ed elegante di tocco
squisitamente femminile. Infatti esso fu abbellito via via dalle
diverse dame che lo abitarono. Esso fu donato da Enrico II alla sua
affascinante amante Diana di Poitiers, che vi si stabilì. Alla morte
del marito Caterina lo riprese. Vi si svolsero feste memorabili, come
quelle che Caterina diede in onore del figlio Francesco II e poi
anche del figlio Carlo IX: splendide fanciulle vestite da ninfe e da
sirene accoglievano gli ospiti, satiri uscivano dai boschi... feste e
canti e balli... battaglie navali sullo Cher.... Nel 1577 vi fu
accolto con ancora più sfarzo il terzo figlio di Caterina, "la
luce dei suoi occhi", Enrico III. "Le più belle e oneste
dame della corte" - scrive un cronista dell'epoca - "seminude
e con i capelli sciolti come spose, furono impiegate nel servizio
assieme alle figlie della regina.".
Oggi il castello
ospita pregiate opere di artisti francesi, opere di Rubens e di
Correggio.
Durante la prima
guerra mondiale fu ospedale per i feriti e durante la seconda offrì
una via di scampo dal territorio sottomesso al governo di Vichy.
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Castello di
Chenonceau
veduta dallo Cher
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Castello di Chambord
Francesco I lo volle far sorgere in un
angolo dell'immensa foresta di Boulogne, ricca di selvaggina. Pare
che anche Leonardo abbia contribuito al progetto. I lavori durarono
vent'anni e quando il re morì non erano ancora stati completati.
Francesco progettava di far deviare la Loira per farla scorrere ai
piedi di questo meraviglioso castello, ma egli stesso si rese conto
della difficoltà di realizzare questo suo sogno e abbandonò l'idea.
I lavori continuarono sotto Enrico II, ma il castello fu poco
frequentato. Talvolta vi andava Caterina con i figli, poi Carlo IX vi
andò per le sue lunghe battute di caccia.
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Castello di Blois
Disposta su un promontorio roccioso
sulla riva destra della Loira la piccola cittadina di Blois divenne
presto un luogo d'importanza strategica. Luigi XII ne fece la
capitale del regno e del castello fece la sua residenza.
Francesco I avvalendosi di artisti
italiani vi fece aggiungere l'edificio che ha il suo nome e che
costituisce uno dei capolavori del Rinascimento francese.
Anche questo castello come quello di
Amboise è legato alla memoria di tristi episodi delle lotte
religiose, tra cui l'assassinio del duca di Guisa.
Con la morte di Caterina il
Rinascimento francese ebbe fine e con esso le magiche feste ma anche
le fosche tragedie di un periodo storico che ebbe le sue quinte ed il
suo proscenio tra i castelli sorgenti dall'acque della Loira.
"Cogliete per tempo le rose
della vita" diceva Pierre de Ronsard, il poeta che ben
interpretava il senso della vita, quale allora si configurava come
abbandono epicureo tinto di malinconiche dolcezze.
© rosalia de vecchi
© rosalia de vecchi
I castelli di Borgogna
I castelli di Borgogna: il castello di Cormatin
castello-di-cormatin-dal-labirinto
Edificato
nel XVII secolo, lo stupendo ed elegante castello rinascimentale di
Cormatin, si trova nei dintorni di Tournus, nel comune di Tormatin,
nel dipartimento di Saona e Loira, nella regione della Borgogna,
a 14 km da Cluny tutto in stile rinascimentale, famoso per
gli interni
in stile Luigi XIII degli
inizi del Seicento.
Tra
i numerosi monumenti di Francia è quello che si dice sia rimasto il
più integro e, infatti, conserva intatti persino gli arredi. I
soffitti dipinti, i pavimenti, le pareti e i camini, tutti dal
raffinatissimo gusto decorativo non privo di elementi simbolici e da
scelte cromatiche di stupefacente bellezza, ancor oggi si offrono
intatti all'occhio del visitatore, colmandolo di soddisfatta
meraviglia.
Tutto
circondato da fossati, si erge al centro di un parco di dodici
ettari, colmo di fiori di varia bellezza, di giardini ordinati con
grazia, di orti accuratamente coltivati, di stagni abitati da piccola
fauna lacustre, da tigli che profumano l'aria d'aprile e si ergono
tranquilli verso il cielo, cui aprono i rami frondosi.
Ai
legni pregiati dei camini e del mobilio, ai quadri preziosi quali
quelli di un Claude Lorrain o di un Hyacinthe Rifgaud, agli intarsi
d'oro zecchino, il castello aggiunge il valore inestimabile della
ricca pinacoteca.
Fu
voluto da Antoine du Bled d'Uxelles, governatore di Chalon, ma venne
arredato con raffinata ricchezza dal figlio. La famiglia du Bled, che
aveva rapporti di amicizia con Maria dei Medici, ne accolse infatti
consigli e uggerimenti,
tanto più che la regina aveva da poco concluso l'allestimento del
palazzo di Lussemburgo. Il giovane du Bled,
marchese d’Huxelles, purtroppo morì in guerra e la giovane moglie
decise d'interrrompere i lavori di abbellimennto del castello e di
appartarsi nelle sue stanze.
Nel 1730 il castello fu ceduto al
direttore dell'Opéra di Montecarlo, che ospitò grandi artisti.
Anche questo, come solitamente accade a tutti o quasi tutti i
castelli, per un certo tempo passò di mano in mano e nel suo cambiar
proprietario ha anche attraversato periodi di "decadenza",
ma infine fu restituito ai suoi antichi splendori nel 1980.
Le
stanze della marchesa hanno delle magnifiche pareti a soffitto, come
si può vedere dalle foto qui sopra, e tutta la camera è decorata
con fiori, anche perché secondo la tradizione del tempo , questo era
un omaggio augurale alla giovane sposa, affinché fosse feconda e
felice madre di nobile prole. Un letto a cortine e un arredamento che
consentisse alla marchesa di ricevere ospiti, con i quali potersi
intrattenere in modo meno formale e più familiare creano l'ambiente
della sua camera da letto. Il blu di lapislazzuli e di turchine
figure simboliche, invece, contraddistingue lo studio del marchese,
che è da considerare l'ambiente più prezioso, oltre che il più,
dal punto di vista simbolico, enigmatico.
Gli
ambienti variano: ai luoghi di rappresentanza a quelli di studio,
dagli appartamenti privati alle cucine e agli orti, l'intero castello
oggi è custodito con cura e mantenuto vivo nel suo splendore, così
come appare al pubblico, alle cui visite è aperto tutti i giorni.
A
pochi chilometri da Cormatin è possibile visitare il Museo
della bicicletta (Musée
du vélo),
di indubbio interesse storico.
© rosalia de vecchi
martedì 12 aprile 2016
una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale.
LA GUERRA DEL DESERTO
All’inizio
della guerra, gli alleati (Francesi ed Inglesi) ritenevano che per
loro sarebbe stato più utile lanciare un’offensiva contro l’Italia
piuttosto che contro la Germania, in Africa settentrionale, infatti
la colonia italiana di Libia era chiusa tra i Francesi in Tunisia e
gli Inglesi in Egitto. La caduta della Francia, nel giugno del 1940
fece svanire questa prospettiva. Ora che la marina francese era fuori
causa, la flotta inglese, da sola, era troppo debole per dominare
tutta la rotta mediterranea da Gibilterra all’Egitto. L’importanza
del Medio Oriente era data dal petrolio del Golfo Persico. La sua
perdita avrebbe costretto la Gran Bretagna a dipendere dal petrolio
americano, che andava pagato in dollari.
La
minaccia più diretta e grave al petrolio era rappresentata
dall’esercito italiano di Libia forte di trecentomila uomini; e il
posto più adatto per pararla era l’Egitto. Gli Inglesi possedevano
il porto di Alessandria, che era la base della
flotta e controllavano il Canale di Suez, che costituiva l’uscita di
emergenza; ma dal punto di vista della strategia terrestre l’Egitto
bloccava le strade che portavano sia al Golfo Persico sia alla
Turchia. Conservando l’Egitto si tenevano i nemici fuori dalla
porta dei giacimenti petroliferi del golfo. Tutta la campagna
nordafricana dal 1940 al 1943 scaturì dunque dalla necessità di
difendere i giacimenti petroliferi del Golfo Persico.
La
zona desertica in cui furono combattute le battaglie del 1940-1942 si
estende per circa 650 km, da El Alamein a est a Derna a ovest. Gli
eserciti si combattevano nella monotona distesa di sabbia e
sterpaglia, cui era necessario fare affluire viveri, rifornimenti ed
acqua. Lunghe colonne di camion, da un punto all’altro, sostenevano
le truppe combattenti mentre depositi e acquedotti provvisori erano
esposti alle forze corazzate nemiche. La campagna del deserto fu un
episodio unico nella storia del conflitto: fu la guerra nella sua
espressione più pura, senza la presenza di civili e di centri
abitati se non lungo la costa.
Appena
l’Italia entrò in guerra, l’11 giugno 1940, puntate offensive e
imboscate sul suo territorio libico affermarono subito la superiorità
degli Inglesi. Il comandante italiano era il maresciallo Rodolfo
Graziani, che Mussolini incitava ripetute volte ad avanzare, mentre
lui era riluttante, perché voleva prima raccogliere scorte
sufficienti. Era sua intenzione marciare sul delta del Nilo. Ma
Graziani non arrivò mai, invece furono gli Inglesi a preparare
l’offensiva. Il primo ministro inglese Winston Churchill, benché
la Gran Btretagna fosse minacciata dall’invasione tedesca, volle
rischiare d’imbarcare truppe per il Medio Oriente. In quei giorni
in Africa Orientale il Duca d’Aosta e le sue truppe furono tagliati
fuori dai rifornimenti e da ogni possibilità di soccorsi e di
rinforzi dall’Italia. Gli Italiani, in Africa, avevano carri armati
che non erano un gran che, ma i pezzi di artiglieria erano il doppio
di quelli inglesi. Durante quelle battaglie furono presi ben 38.000
prigionieri italiani, oltre i caduti e le armi venute in possesso del
nemico. Di battaglia in battaglia, una campagna cominciata come un
piano di difesa dell’Egitto ( da parte degli Inglesi) puntava
adesso alla distruzione della potenza italiana prima in Africa e poi
forse sul territorio nazionale. Ma la situazione cambiò quando il 12
febbraio 1941 arrivò a Tripoli il tenente generale Erwin Rommel, soprannominato poi “la
volpe del deserto”, che molto prima che lo stesso comando supremo
tedesco avesse mai immaginato, attaccava gli Inglesi con rapidità e
agilità sbalorditive e di vittoria in vittoria si fermò subito dopo
la frontiera egiziana solo perché aveva esaurito le scorte.
Da
quel momento in poi il duello con Rommel nel deserto occidentale
avrebbe sempre più affascinato gli Inglesi, e in special modo il
primo ministro Churchill. Il deserto occidentale era il solo posto in
cui l’impero britannico potesse battersi con la Germania su un
fronte terrestre e si voleva riportare una grande vittoria sulle
forze corazzate di Rommel. Per gli Inglesi le prospettive non erano
buone: il loro esercito aveva cominciato ad addestrarsi nelle moderne
tecniche della guerra corazzata con cinque anni di ritardo rispetto
ai Tedeschi e non aveva perciò la loro esperienza operativa. Winston
Churchill continuava ad esortare i comandanti ad attaccare, senza
capire fino in fondo la fragilità dell’esercito. I primi insuccessi
degli Inglesi furono dovuti alla superiorità tattica dei Tedeschi e
alla inesperienza inglese; gli Inglesi, per esempio, caricavano secondo lo
stile dell’antica cavalleria, mentre i Tedeschi restavano sulla
difensiva, attirando il nemico davanti alle loro batterie anticarro.
A poco a poco l’ostinazione inglese ebbe ragione del nemico e
costrinse i Tedeschi a ripiegare. Ma l’ attacco giapponese
facendosi sempre più violento, due divisioni inglesi dovettero
abbandonare l’Africa per correre in aiuto agli americani; Rommel ne
approfittò dando prova ancora una volta della sua tempestività e
agilità, sbaragliando la nuova divisione appena arrivata dalla Gran
Bretagna. Con il bluff e il rischio Rommel, la volpe del deserto,
avanzò di vittoria in vittoria, tanto che la disfatta inglese
sembrava ormai certa. Rommel entrò in Egitto e l’Egitto stesso e
tutte le posizioni inglesi nel Medio Oriente sembravano minacciati
dalla catastrofe
Comandante
in capo dell’ Africa Korps, il corpo di spedizione tedesco in
Africa settentrionale, Rommel si spinse con alterna fortuna fino ad
El Alamein. La sua cavalleresca condotta di guerra venne riconosciuta
anche dagli avversari.
Ad
El Alamein, una prima battaglia ebbe uno svolgimento molto
fluttuante: essa fu infatti soprattutto un scontro di volontà di due
generali. In questa prima battaglia furono impiegate anche le forze
della fanteria italiana. Contro di loro furono sferrati in pochi
giorni ben sei attacchi, tanto che Rommel per scongiurare il collasso
completo del fronte, fu costretto a far scendere nel campo anche le
sue ultime riserve di Tedeschi. I contrattacchi britannici furono
anch’essi un fallimento, perché la fanteria britannica veniva
massacrata dalle truppe corazzate tedesche, dato che i carri armati
inglesi non intervenivano in tempo e dato che le condizioni delle
comunicazioni radio erano pessime.
Anche
se Rommel non fu costretto alla ritirata, la prima battaglia di El
Alamein aveva salvato l’Egitto e il Medio Oriente.
Fu
quella una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale.
Nel
frattempo i governi inglese e americano avevano preso una importante
decisione strategica. Invece di tentare l’invasione della Francia
nel 1942, impresa che appariva disperata con le truppe e i mezzi
disponibili allora, gli alleati sarebbero sbarcati nell’Africa
settentrionale francese e avrebbero liberato tutta la costa africana
del nord. Ciò avrebbe reso tranquillo al traffico alleato il
Mediterraneo e nello stesso tempo accontentato Stalin con l’apertura
di un secondo fronte. Con l' occupazione
dell’Algeria e della Tunisia il contesto della guerra nel
desertomutò. Lo stesso Churchill si recò al Cairo per incontrarsi con il
capo dello stato maggiore. Essendo stato abbattuto l’aereo
che riportava il generale inglese al Cairo ed essendo questi morto,
per una strana coincidenza del destino, fu nominato generale
Montgomery, uomo di leggendaria eccentricità e di intransigente
professionismo. Non aveva mai avuto comandi sul campo, non aveva mai
avuto ai propri ordini masse di forze corazzate, ed era nuovo al
deserto, ma aveva una brillante chiarezza di idee e una visione molto
realistica delle possibilità di uomini e di truppe; aveva inoltre
una capacità ineguagliabile di ridurre le questioni più complicate
ai loro elementi più semplici. Egli seppe valutare con cura la
situazione bellica, seppe organizzare le strategie adatte ad
affrontare il nemico e nella seconda battaglia di El Alamein riuscì
a sfondare il fronte nemico fino a giungere a Tripoli.
Il
23 ottobre del 1942, allorché l’ VIII armata del generale
Montgomery iniziò l’offensiva da El Alamein, si iniziò il nuovo
corso della guerra.
martedì 5 aprile 2016
Adrienne Lecouvrieur, la più grande attrice del settecento
Beaux-Arts, Châlons-en-Champagne.
Adrienne Lecouvrieur, la più grande attrice del settecento
Non
era bella né regolare di lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile
grazia di portamento e di modi, affascinava con la straordinaria
musicalità della sua voce, con il lampo di fuoco dei suoi occhi
scuri e con l’espressione mutevole del suo volto. Tutto nel suo
muoversi esprimeva la sua personalità o, sulle scene, quella del
personaggio che interpretava.
Scelse
di non aderire a quel tipo di recitazione solenne e alquanto
declamatoria delle attrici che l’avevano preceduta ma di mantenersi
naturale sia nella parola che nelle movenze e restò assai ferma e
scrupolosamente attenta nel badare ad articolare le parole molto bene
e in modo che la sua voce venisse sentita fin negli angoli più
lontani.
Nella
Parigi della fine del 18° secolo il teatro ebbe un posto di primo
piano. Persino la frequentazione dei salotti letterari era
subordinata a quella dei teatri.
Voltaire
diceva a Marmontel nel 1745: “Il
teatro è la carriera più affascinante di tutte; qui puoi ottenere
in un solo giorno gloria e fortuna, basta un solo successo a rendere
un uomo ricco e celebre.” .
Egli,
infatti, amò
molto il teatro tanto che, durante la sua convivenza con Émilie du
Châtelet nel castello di Cirey, nella Champagne, se ne fece
costruire uno dove rappresentare le sue opere e dove poter far
recitare Emily, ch’egli riteneva attrice eccellente, dotata di una
“voix divine”.
Dappertutto,
anche in provincia, vi erano teatri. I ricchi avevano teatri privati.
Ma Parigi era il centro più vivace, dove il Théâtre-Français con
la Comédie-Française , il Théâtre des Italiens e l’Opéra
Comique, oltre che l’Opéra del Palais- Royal, erano sempre
affollati : i privilegiati in comode poltrone ed eleganti palchi, il
pubblico comune in piedi nello spazio oggi chiamato platea.
Nonostante
la passione e l’entusiasmo per il teatro, la condizione degli
attori, migliorata socialmente ed economicamente in seguito
all’interesse per il genere dimostrato dai nobili e dallo stesso
re, non era migliorata nei confronti della Chiesa, che si irrigidiva
nei suoi pregiudizi negativi continuando a vedere nella loro attività
una fonte di esempi scandalosi e che infatti li scomunicava, così
che essi morendo non potevano ricevere sepoltura in terra consacrata,
vale a dire in nessun cimitero di Parigi.
Voltaire si batté molto
per rivendicarne i diritti, ma con scarso successo.
L’assurdità
di questa situazione era che, mentre lo stesso re ordinava loro delle
commedie e li pagava anche bene, la Chiesa li scomunicava ipso facto.
Voltaire a tal proposito scriveva: “… il
re comanda loro di recitare ogni sera, mentre le leggi ecclesiastiche
impedirebbero loro di recitare assolutamente. Se non recitano vengono
gettati in prigione, e se recitano vengono gettati nelle fogne.”.
Un
esempio di questa contraddizione ci è fornito dalla vita e dalla
morte della più grande attrice dell’epoca presa in esame:
Adrienne
Lecouvreur.
Nata
il 5 aprile del 1692 presso Reims, da genitori di umile condizione,
il padre era cappellaio e la madre lavandaia, a 10 anni Adrienne si
trasferì con la famiglia a Parigi nei pressi del Théâtre-Français,
dove spesso entrava e vi ammirava le attrici, che presto imparò ad
imitare molto bene. A soli 14 anni si unisce ad una piccola compagnia
filodrammatica formatasi nel quartiere, o forse da lei stessa creata,
e cominciò ad esibirsi nei teatri privati.
La
sua interpretazione di Paolina nel Poliuto di Corneille fu notata da
Madame Du Guè, una dama dell’aristocrazia parigina, che la invitò
nel suo palazzo, e qui la replica le ottenne un grandissimo successo,
oltre che l’attenzione del maestro Le Grand che le diede lezioni di
recitazione e nel contempo le procurò un posto in una compagnia che
recitava a Strasburgo.
Così, per una decina d’anni, di tournée
in tournée, interpretò svariate parti nei teatri di provincia;
commosse la giovane sposa di Luigi XV quando recitò in presenza sua
e del re.
Nel
maggio del 1717 debuttò con grande successo alla Comédie Francaise.
Vi rimase attrice fissa per tredici anni, durante i quali si esibì
con successo in 1184 rappresentazioni. Ne divenne la signora
indiscussa.
Come
spesso accade, per questo ebbe nemiche diverse attrici della Comédie,
gelose del suo successo; tra cui la Duclos.
Unendo alla bravura
eleganza e raffinatezza, riscuoteva molta ammirazione ed era assai
richiesta nei salotti di Parigi. Non era bella né regolare di
lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile grazia di portamento e
di modi, affascinava con la straordinaria musicalità della sua voce,
con il lampo di fuoco dei suoi occhi scuri e con l’espressione
mutevole del suo volto. Tutto nel suo muoversi esprimeva la sua
personalità o, sulle scene, quella del personaggio che
interpretava.
Scelse di non aderire a quel tipo di recitazione
solenne e alquanto declamatoria delle attrici che l’avevano
preceduta ma di mantenersi naturale sia nella parola che nelle
movenze e restò assai ferma e scrupolosamente attenta nel badare ad
articolare le parole molto bene e in modo che la sua voce venisse
sentita fin negli angoli più lontani.
Pur se la sua carriera fu
breve, la Lecouvreur riuscì a portare una vera rivoluzione nell’arte
della recitazione, sia per la profondità del suo sentire che per
l’eccellente sua arte espressiva che la rese capace di portare
sulle scene i diversi sentimenti dell’animo umano: la tenerezza, la
passione, il pathos, il terrore…
Se
questa sua scelta di stile fu giudicata come eccesso di modernismo da
alcuni, fu anche, e di fatto, ispirazione feconda per numerosi attori
che da lei e dal superamento della tradizione seppero condurre avanti
un’evoluzione dell’arte drammatica.
La Lecouvreur mentre recita una pièce di Pierre Corneille, ritratta daAntoine Coypel.
Mirabile
interprete dei grandi ruoli tragici, il pubblico e la critica vollero
sempre vederla soprattutto ad essi connessa.
La contraddistingueva
una dote piuttosto rara: quella di saper ascoltare gli altri con
attenzione e comprensione.
Gli
uomini, specialmente giovani, si innamoravano di lei. Qualcuno
perdeva la testa per lei.
Molto
bella la storia del conte d’Argental che a 85 anni scoprì la
lettera da lei mandata a sua madre molti anni prima, quando, a causa
del suo amore per Adrienne, questa temette che la chiedesse in sposa,
e perciò decise di mandarlo in colonia. “ Gli
scriverò qualsiasi cosa voi vorrete. Se lo desiderate non lo rivedrò
più, ma non minacciate di mandarlo all’altro capo del mondo. Egli
può essere utile al suo paese, può essere la gioia dei suoi amici,
e dare a voi soddisfazioni e gloria; non avete che da indirizzare le
sue capacità e lasciare agire le sue virtù.”.
Il
conte d’Argental fu infatti consigliere del Parlamento di
Parigi.
Questa attrice di spiccata personalità artistica fu anche
una donna e, come tale, conobbe tutte le gioie e le esaltazioni
dell’amore, ma anche tutti i suoi dolori e gli abbandoni: ebbe
molti amori, fin da giovinetta! E dell’amore ebbe il frutto,
divenendo madre a 18 e a 24 anni.
Fu
molto amica di Voltaire, qualcuno dice: “più che amica”.
Di
Voltaire recitò l’Edipo.
Il
rapporto sentimentale che la coinvolse di più fu quello con Maurizio
di Sassonia, con cui ebbe un legame duraturo ma finito con la
lontananza e il tradimento di lui.
Maurice
de Saxe, non ancora famoso per le sue vittorie militari, ma giovane
bello e romantico, assisteva alle sue interpretazioni sceniche, se ne
innamorò e le giurò eterno amore.
Lei
ne accettò l’amore che ricambiò con pari ardore e vissero insieme
anni di tenerezza e fedeltà tali che in loro gli amici videro le due
tortore innamorate di La Fontaine.
Ma Maurice, già
maresciallo di campo, aveva un sogno: crearsi un regno. Partiva e
andava in Curlandia; da lui lontana, Adrienne rendeva sempre più
brillante il suo salotto parigino, frequentato da uomini eccellenti
che ammiravano e apprezzavano non soltanto il suo delizioso garbo ma
anche la sua acuta intelligenza: Voltaire, Fontenelle, d’Argental,
… e donne prestigiose.
Maurice
tornò finalmente: sconfitto e… non più innamorato.
Ora
i suoi ardori erano diretti verso altre donne: Luisa di Lorena,
duchessa de Bouillon, che lo corteggiava senza ritegno.
Sulle
scene, durante l’interpretazione della Fedra di Racine, Adrienne le
indirizzò i versi:“
Non sono una di quelle donne sfrontate
Che,
mantenendo nel delitto, una pace tranquilla,
hanno
imparato a mostrare una fronte che non sa arrossire.”
Adrienne
non molto tempo dopo fu informata da un abate pittore, Siméon
Bouret, che due agenti mascherati di una dama di corte avevano
tentato di persuaderlo a somministrarle del veleno in cambio di una
lauta ricompensa.
Adrienne
denunciò il fatto alla polizia, che trattenne l’abate fino a che
lei stessa non scrisse una lettera nella quale ne chiese la
liberazione.
L’abate,
tuttavia, non ritrattò mai la sua dichiarazione.
Nel febbraio del
1730 l’attrice cominciò ad accusare disturbi sempre più frequenti
di dissenteria.
Svenne
anche durante una recitazione. Era il 15 marzo, quando, pur con
pochissime forze, portò a termine l’interpretazione di Giocasta
nell’Edipo di Voltaire.
Due
giorni dopo fu a letto in preda ad un’emorragia mortale.
La
Chiesa le rifiutò i sacramenti e la sepoltura in terreno
consacrato.
Maurice non venne a salutarne la dipartita, ma
Voltaire la tenne tra le braccia durante il trapasso ed un amico
assoldò due portatori di torce per accompagnare le sue spoglie con
una carrozza da nolo e inumarle clandestinamente lungo le rive della
Senna.
In quel punto ora vi è la la rue de Bourgogne.
In
quello stesso anno, 1730, l’attrice inglese Anne Oldfield venne
sepolta con pubblici onori nell’Abbazia di Westminster.
de_fontaine_louis-portrait_de_madame_adrienne_lecouvreu-
Voltaire scrisse un poema intitolato “la morte di mademoiselle Lecouvreur”, in cui dice che colei che aveva affascinato il mondo con la sua arte, era stata punita da un’indegna sepoltura ma, onorata dal suo canto e consacrata agli dei è divenuta ora un nuovo tempio.
© rosalia de vecchi
Dappertutto, anche in provincia, vi erano teatri. I ricchi avevano teatri privati. Ma Parigi era il centro più vivace, dove il Théâtre-Français con la Comédie-Française , il Théâtre des Italiens e l’Opéra Comique, oltre che l’Opéra del Palais- Royal, erano sempre affollati : i privilegiati in comode poltrone ed eleganti palchi, il pubblico comune in piedi nello spazio oggi chiamato platea.
Voltaire si batté molto per rivendicarne i diritti, ma con scarso successo.
L’assurdità di questa situazione era che, mentre lo stesso re ordinava loro delle commedie e li pagava anche bene, la Chiesa li scomunicava ipso facto. Voltaire a tal proposito scriveva: “… il re comanda loro di recitare ogni sera, mentre le leggi ecclesiastiche impedirebbero loro di recitare assolutamente. Se non recitano vengono gettati in prigione, e se recitano vengono gettati nelle fogne.”.
Così, per una decina d’anni, di tournée in tournée, interpretò svariate parti nei teatri di provincia; commosse la giovane sposa di Luigi XV quando recitò in presenza sua e del re.
Unendo alla bravura eleganza e raffinatezza, riscuoteva molta ammirazione ed era assai richiesta nei salotti di Parigi. Non era bella né regolare di lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile grazia di portamento e di modi, affascinava con la straordinaria musicalità della sua voce, con il lampo di fuoco dei suoi occhi scuri e con l’espressione mutevole del suo volto. Tutto nel suo muoversi esprimeva la sua personalità o, sulle scene, quella del personaggio che interpretava.
Scelse di non aderire a quel tipo di recitazione solenne e alquanto declamatoria delle attrici che l’avevano preceduta ma di mantenersi naturale sia nella parola che nelle movenze e restò assai ferma e scrupolosamente attenta nel badare ad articolare le parole molto bene e in modo che la sua voce venisse sentita fin negli angoli più lontani.
Pur se la sua carriera fu breve, la Lecouvreur riuscì a portare una vera rivoluzione nell’arte della recitazione, sia per la profondità del suo sentire che per l’eccellente sua arte espressiva che la rese capace di portare sulle scene i diversi sentimenti dell’animo umano: la tenerezza, la passione, il pathos, il terrore…
La contraddistingueva una dote piuttosto rara: quella di saper ascoltare gli altri con attenzione e comprensione.
Questa attrice di spiccata personalità artistica fu anche una donna e, come tale, conobbe tutte le gioie e le esaltazioni dell’amore, ma anche tutti i suoi dolori e gli abbandoni: ebbe molti amori, fin da giovinetta! E dell’amore ebbe il frutto, divenendo madre a 18 e a 24 anni.
Che, mantenendo nel delitto, una pace tranquilla,
hanno imparato a mostrare una fronte che non sa arrossire.”
Adrienne non molto tempo dopo fu informata da un abate pittore, Siméon Bouret, che due agenti mascherati di una dama di corte avevano tentato di persuaderlo a somministrarle del veleno in cambio di una lauta ricompensa.
Nel febbraio del 1730 l’attrice cominciò ad accusare disturbi sempre più frequenti di dissenteria.
Maurice non venne a salutarne la dipartita, ma Voltaire la tenne tra le braccia durante il trapasso ed un amico assoldò due portatori di torce per accompagnare le sue spoglie con una carrozza da nolo e inumarle clandestinamente lungo le rive della Senna.
In quel punto ora vi è la la rue de Bourgogne.
In quello stesso anno, 1730, l’attrice inglese Anne Oldfield venne sepolta con pubblici onori nell’Abbazia di Westminster.
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