mercoledì 18 luglio 2018

le "portatrici carniche"




le "portatrici carniche" sono le donne della Carnia che accolsero la richiesta del Comando Logistico, durante la prima guerra mondiale, di trasportare in montagna, al fronte, rifornimenti. Gli uomini erano stati arruolati, 'erano rimaste loro, i vecchi e i bambini. Così, con le loro misere gerle ogni giorno , donne dai 16 ai 60 anni, all'alba cominciavano la loro marcia estenuante, che durava dalle due alle quattro ore, e che superava dislivelli dai 600 ai 1200 metri. Trasportavano viveri, armi, medicinali e materiali vari... affondavano nella neve, sfuggivano ai cecchini austriaci e al ritorno spesso trasportavano un ferito in barella... poi, tornate a casa, si occupavano dei bambini, dei vecchi, dell'orto, del campicello, della stalla, degli animali…di tutte le indispensabili e faticose occupazioni quotidiane e l'indomani di nuovo....riprendevano il cammino su’… su’ ….verso la montagna….. Costituirono un vero e proprio corpo speciale, furono dotate di un bracciale rosso, di un libretto dove segnare tutte le operazioni, specificando ogni particolare e fu loro assegnato un dato reparto da rifornire. Verso la fine della guerra furono impiegate come serventi alle artiglierie e dotate persino d'un fucile... e per tutto questo esse ricevevano come compenso per ogni viaggio 1,50 centesimi, che veniva dato loro mensilmente.
Di esse Maria Plozner Mentil giovane madre di 32 anni con quattro figli ed un marito al fronte, venne uccisa da un cecchino austriaco mentre era giunta col suo carico alla Casera Malpasso in alta montagna. Nel 1955 venne intestata a suo nome la Caserma degli Alpini di Paluzza .


Donne, spinte dalla miseria e dalla disperazione? oppure donne consapevoli e forti nella loro dedizione e nell’ amore verso figli, sposi, fratelli, padri... verso tutti coloro che in trincea vivevano una vita ancor più dura della propria? quella vita dura, cui esse erano avvezze e che, con la pronta e generosa risposta alle necessità imposte dalla guerra, crudele e spietata, non esitarono a rendere ancor più dura ? e più onesta! consumata nel silenzio e nella dignità, nella povertà di chi dell’anima possiede tutte le ricchezze, nell’eroismo celebrato da pochi ma sconosciuto ai più, nell’esercizio quotidiano della volontà che né la fredda neve né gli spari dei cecchini riuscirono ad arrestare.
 lia de vecchi

lunedì 30 aprile 2018






L'enigma di Kaspar Houser, chiamato "Il fanciullo d'Europa", non ha mai smesso di affascinare; su di lui sono stati scritti più di 3.000 libri e 14.000 articoli, sono state realizzate anche due pellicole cinematografiche e numerose pièce teatrali.


Il 26 maggio 1828 compare all'improvviso in una piazza di Norimberga, un ragazzo dall'età all'incirca di 16 anni, che sapeva dire solo pochissime parole, tra cui il proprio nome, o almeno quello che lui credeva fosse il suo.

Poteva nutrirsi solo a pane ed acqua, non conosceva l'uso delle posate; ogni impressione sensoriale gli procurava una reazione violenta e dolorosa... anche gli alberi e la natura in genere, vedeva benissimo di notte, anche gli accostamenti più difficili, e molte altre rare anomalie... Destava la curiosità di tutti che volevano vederlo, toccarlo... poi addirittura ci fu una folla di gente che andò a trovarlo , portandogli regali di ogni genere e suscitando la sua vanità.....dopo varie vicende, durante le quali Kaspar cominciò ad imparare la quasi normalità della vita quotidiana, attraverso l'amore e la dedizione di varie persone, a cominciare dal suo carceriere e della sua famiglia  (perché fu anche messo in carcere... fu fatto lavorare in un circo quasi fenomeno da baraccone...) finalmente fu affidato alle cure del prof. Daumer, uno stimato insegnante della città.

Stupisce enormemente il modo in cui Kaspar in pochi mesi abbia imparato a leggere e scrivere, ad occuparsi di musica.... e d'altro, manifestando, a 20 anni, uno spirito di sensibilità ed intelligenza assai elevate.

Bellissima la sua biografia !

Era di natura gentile e di completa innocenza e purezza morale....

Egli poté ritrovare la consapevolezza di sé e ricostruire la sua storia: aveva passato dalla primissima infanzia fino a 16 anni , l'anno in cui qualcuno lo liberò, la sua vita in una cella buia, dal tetto così basso che non poté mai per tutto quel tempo raddrizzarsi in piedi ed assumere la posizione eretta.  ( L’impossibilità di assumere la posizione eretta voleva impedirgli l’assunzione della coscienza dell’io.  Ma i fatti dimostrarono che, nel suo caso, non appena egli fu sollecitato dalle cure di chi di lui si occupò, il tentativo di impedirgli tale assunzione stava fallendo.)  Il solo contatto umano era costituito da un uomo che gli portava pane e acqua, lo puliva, gli tagliava unghie e capelli... l'unico oggetto che possedeva era un cavalluccio di legno che gli era stato donato nella sua cella da piccolo.

Kaspar fu poi tolto dalle felici mani del prof. Daumer e passò da un egregio signore all'altro: un barone, un ricco uomo d'affari, un austero maestro di scuola, un ambiguo lord, fino a quando, il 14 dicembre 1833, nel parco di Ansbach, venne pugnalato da uno sconosciuto e morì tre giorni dopo. Fu sepolto nel cimitero della cittadina bavarese.

L'attentato, per mano di un ignoto, fece crescere molti sospetti ch'egli fosse vittima di una cospirazione.

La cosa che fece e che fa ancora stupire persino la scienza è che,  pugnalato al cuore, Kaspar sia sopravissuto per 15 giorni ancora.

Commuove la testimonianza del prete che lo assistette prima della morte, il quale ha dichiarato che  Kaspar, fino alla fine,  ha avuto parole di pace e d'amore e di perdono per tutto il mondo!





Per alcuni Kaspar fu un fenomeno vivente, per altri un impostore, per qualcuno un rampollo principe del Baden, vittima sacrificale di intrighi dinastici. Anselm von Feuerbach (1775-1833), giurista fautore del principio nulla poena sine lege, se ne occupa nel suo libro omonimo, accogliendo la seconda ipotesi, che gli studi successivi riconoscono.

Rudolf Steiner, durante la sua intensa attività di conferenziere, ebbe a toccare anche lui questo argomento: egli ci parla di un principe destinato ad introdurre nel sud della Germania quella tripartizione sociale che si sarebbe diramata in tutta Europa ed avrebbe creato le condizioni di un sano processo storico, impedendo i mali tremendi vissuti dall'umanità nel '900, ed oggi ancor presenti. Correnti esoteriche negative che sapevano ciò e ne volevano impedire la realizzazione misero in piedi il diabolico piano: rapire e sostituire il principe in fasce sottoporlo alla condizione che non favorisce lo sviluppo dell'io, ossia la forzata posizione non verticale, liberarlo quando ormai ritenuto, dal proprio punto di vista ovviamente, innocuo.

Ma quando la personalità fortissima del principe sta ricostruendosi, non si trova altro modo per liberarsene che farlo fuori.
Nei giardini dove fu accoltellato gli fu eretto in seguito un monumento, con una lapide che recita: "HIC OCCULTUS OCCULTO OCCISUS EST" ("QUI UN TIPO MISTERIOSO FU UCCISO IN MODO MISTERIOS O").


 " Rudolf Steiner : «L'individualità che è stata chiamata a celarsi sotto il velo di Kaspar Hauser è un essere che ha esercitato un'azione ispiratrice sulle attività dei Rosacroce fin dall'inizio e che, in seguito, si è incarnato il 29 settembre 1812 come figlio del granduca Karl di Baden. Egli aveva un'importante missione da compiere nel quadro del Cristianesimo esoterico».
L'antroposofo Peter Tradowsky, afferma che una congregazione, presumibilmente appartenente ai gesuiti, impedì il climax epocale sperato producendo così "un'anomalia" nel corso della storia dell'umanità: questa anomalia ebbe come risultato la tragedia dei campi di sterminio nazisti.
Al di là di queste disquisizioni è interessante ricordare come, dopo tre giorni di agonia, Kaspar morì pronunciando la frase: «Il mostro è divenuto troppo grande per me».". 



giovedì 12 maggio 2016

Aspasia


Erma marmorea nei Musei Vaticani, copia romana da originale greco del V secolo a.C.



Aspasia
Aspasia è una di quelle personalità femminili del mondo antico di cui ci giungono poche notizie e, queste stesse, alquanto discordanti.
Non sempre, infatti, se ci si riferisce ad una donna di fascino e d'ingegno insieme, si è completamente obiettivi, tentendo invece o a denigrare o ad esaltare.
Ma qui si tratta, e in questo la tradizione è concorde, di un'individualità che, indipendentemente dai giudizi unilaterali, ebbe un ruolo culturale di grande importanza nell'Atene del quinto secolo a.C.
Aspasia era una donna ionia, proveniva da Mileto, e visse all'incirca tra il 470 enil 400 a.C. La sua vita si svolse ad Atene, dove conobbe Pericle e con lui intrecciò un legame sentimentale, da cui nacque un figlio.
Di Aspasia si vuole, qui, ricordare essenzialmente l'ingegno e la grande cultura. Lo stesso Plutarco, seppure a posteriori, mette di lei in rilievo piuttosto il fascino intellettuale che esercitò sullo stesso Pericle, per le sue vaste conoscenze, la saggezza e la competenza politica.
Taluni tramandano che Pericle abbia divorziaro per sposare Aspasia, altri lo ritengono improbabile per il fatto che lo stratega aveva appena varato una legge che proibiva i matrimoni con stranieri. Ma è certo che i due convissero e che Pericle concesse il divorzio alla moglie, restituendole la propria libertà.
Per alcuni, Aspasia faceva parte di quella classe di etere che rifiutavano il matrimonio in quanto condizione limitante delle libertà, con i suoi vincoli familiari e con le sue limitazioni sociali, scegliendo invece unioni non legalizzate che consentivano loro di godere delle stesse libertà degli uomini e soprattutto degli stessi interessi culturali.
Aristofane, che fu sempre nemico di Pericle, descrive Aspasia come una cortigiana di Mileto venuta ad Atene per aprirvi un lussuoso ritrovo. E a lei attribuisce la causa del dissidio, tra la stessa Atene e Megara, che sfociò nella guerra del Peloponneso: Pericle avrebbe ceduto alle richieste di Aspasia che punisse i Megalesi, rei di averle rapito delle fanciulle.
Ma Aristofane fu un commediografo, non uno storico.
Invece, venuta ad Atene, Aspasia aprì una scuola di retorica e di filosofia, cui parteciparono spose e fanciulle di ottima famiglia, che gli stessi mariti e gli stessi padri vi conducevano a frequentare i corsi da lei tenuti. E non pochi furono gli uomini d'ingegno dell'epoca che assistettero alle sue lezioni: si fanno i nomi dello stesso Pericle, di Socrate, forse anche di Anassagora, Euripide, Alcibiade e il grande scultore Fidia!
Socrate, che era ammirato della sua eloquenza, dichiara di aver appreso proprio da lei quest'arte e a lei attribuisce le parole del l'elogio funebre che Pericle pronunciò per le vittime della guerra del Peloponneso


Di fatto, Aspasia fu la stimolatrice di scambi culturali e fece della sua stessa casa una sorta di salotto come quelli settecenteschi in cui si discuteva di letteratura, filosofia, scienza, politica, una fucina di idee e un centro di insegnamento. Lei stessa fu si potrebbe dirla “regina senza corona” , esempio di libertà intellettuale e morale per le donne ateniesi.

© rosalia de vecchi


Friedrich von Amerling - mercoledì 2 febbraio 2011



Friedrich von Amerling 







 principessa Marie Franziska


la madre del pittore


Il viennese Friedrich von Amerling è uno dei più importanti ritrattisti austriaci dell’ottocento e la sua attività coincise con il periodo del Biedermmeier; tra il 1835 e il 1880 fu pittore di corte presso Francesco Giuseppe. 
Si formò in parte all’Accademia delle Belle Arti di Vienna, in parte in quella di Praga. Trascorse un anno (1827/28) a Londra, dove accolse l’influsso dei ritratti di Sir Thomas Lawrence e si recò poi, prima a Parigi in cui ebbe modo di studiare Horace Vernet e a Roma dopo, dove potè completare il propro iter formativo. 
Tornato a Vienna, fu presto accolto come pittore e ritrattista negli ambienti dell’aristocrazia locale, fino a che non divenne pittore di corte.
 Nell frattempo egli viaggiò molto per l’Europa, perfezionando la sua formazione e corrispondendo a chi gli richiedesse il favore della sua arte: dall’Olanda, la Norvegia e i paesi scandinavi fino a Capo Nord alla Germania e all’Italia, dall’Inghilterra alla Grecia, dalla Spagna fino all’Egitto e alla Palestina….
Il valore delle sue prestazioni artistiche gli valse il titolo nobiliare di cavaliere di Amerling: per cui egli divenne Friedric Ritter von Amerling e acquistò il castello di Gumpendorf a Vienna che arredò con gran gusto e fornì di numerose e preziose opere d’arte. Il livello di vita che gli conferivano la sua notorietà e il suo successo gli valse anche l’incontro con eminenti personalità del mondo culturale contemporaneo, in particolar modo letterati e musicisti; tra costoro egli ebbe modo di conoscere Franz List. Ebbe quattro mogli: due di esse morirono prematuramente, da una terza divorziò ed infine la quarta gli fu compagna per il resto della vita.
La sua produzione artistica comprende un numero ragguardevole di dipinti (circa mille!), di cui la maggior parte è costituita da ritratti, che per il segno chiaro e la ricchezza del colore vengono accostati a quelli di Ingres e che oggi sono quasi tutti conservati in Austria.
La sua arte, oltre ad avergli valso in vita vari riconoscimenti importanti come ad esempio l’Orden der Eisernen Krone, lo reso tanto celebre in patria che una strada di Vienna oggi porta il suo nome: Amerlingstrasse e che in occasione di una delle sue commemorazioni gli è stato dedicato un francobollo! 


© rosalia de vecchi





Julie Gräfin von Woyna



la Contessa di Castiglione - Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini




Thomas Ender 




ragazza con cappello di paglia 



 Francesco I d'Austria




Francesco I d'Austria



Franz Liszt




autoritratto




 Elise Kreuzbereger.



giovane dell'est


  1. immersa nei sogni

venerdì 6 maggio 2016

-mercoledì 21 luglio 2010- i castelli sulla Loira


Castello di Amboise 

Vi nacque Carlo VIII, che nel 1492 lo fece ristrutturare ed ampliare. Centinaia di operai vi lavorarono ininterrottamente, anche a lume di candela. Scriveva l'ambasciatore fiorentino: "il re vuole fare d'un castello una città". Il re lo arredò con mobili pregiati, opere d'arte di valore, arazzi, sculture... l'immenso bottino delle sue campagne d'Italia. In questo castello in cui era nato egli morì il 7 aprile del 1498.
Francesco I gli diede nuovo splendore dopo un periodo di malinconico silenzio e i giardini si animarono di tornei e di gare e le lussuose stanze cominciarono di nuovo a risuonare di canti e di balli, di feste e delle chiacchiere di eleganti ospiti. Vi venne Leonardo con la sua Gioconda. Leonardo si stabilì nel castello di Clos-Lucé dove morì nel 1519.
Sul castello di Amboise grava l'ombra di un grave e drammatico fatto: quando un complotto di nobili protestanti che tentava di assalire i Guisa, fu scoperto e fermato, la reazione fu spietata: vennero tutti giustiziati e mandati alla forca, poi lasciati nei balconi e nei merli del castello esposti allo sguardo di chi, come il giovane re Francesco II e la moglie Maria Stuarda, vennero a guardarli compiaciuti.
Caterina dei Medici, invece, fautrice di una politica della conciliazione, aveva tentato di salvarli, ma invano poiché i Guisa non intesero ragioni.
Sebbene di origine medievale, il castello si presenta, proprio per i rimabeggiamenti e gi ampliamenti i Carlo VIII e d Francesco I

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Castello di Chenonceau

Uno splendido castello, che sorge sullo Cher, affluente della Loira, il castello di Chenonceau sorse sui resti di un antico mulino; edificato da Thomas Bohier, alla morte di questi, fu poi venduto alla famiglia reale. Divenuto residenza reale, meritò l'appelattivo di "Castello delle dame", per lo stile raffinato ed elegante di tocco squisitamente femminile. Infatti esso fu abbellito via via dalle diverse dame che lo abitarono. Esso fu donato da Enrico II alla sua affascinante amante Diana di Poitiers, che vi si stabilì. Alla morte del marito Caterina lo riprese. Vi si svolsero feste memorabili, come quelle che Caterina diede in onore del figlio Francesco II e poi anche del figlio Carlo IX: splendide fanciulle vestite da ninfe e da sirene accoglievano gli ospiti, satiri uscivano dai boschi... feste e canti e balli... battaglie navali sullo Cher.... Nel 1577 vi fu accolto con ancora più sfarzo il terzo figlio di Caterina, "la luce dei suoi occhi", Enrico III. "Le più belle e oneste dame della corte" - scrive un cronista dell'epoca - "seminude e con i capelli sciolti come spose, furono impiegate nel servizio assieme alle figlie della regina.".
Oggi il castello ospita pregiate opere di artisti francesi, opere di Rubens e di Correggio.
Durante la prima guerra mondiale fu ospedale per i feriti e durante la seconda offrì una via di scampo dal territorio sottomesso al governo di Vichy.




Castello di Chenonceau
veduta dallo Cher




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Castello di Chambord
Francesco I lo volle far sorgere in un angolo dell'immensa foresta di Boulogne, ricca di selvaggina. Pare che anche Leonardo abbia contribuito al progetto. I lavori durarono vent'anni e quando il re morì non erano ancora stati completati. Francesco progettava di far deviare la Loira per farla scorrere ai piedi di questo meraviglioso castello, ma egli stesso si rese conto della difficoltà di realizzare questo suo sogno e abbandonò l'idea. I lavori continuarono sotto Enrico II, ma il castello fu poco frequentato. Talvolta vi andava Caterina con i figli, poi Carlo IX vi andò per le sue lunghe battute di caccia.



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Castello di Blois
Disposta su un promontorio roccioso sulla riva destra della Loira la piccola cittadina di Blois divenne presto un luogo d'importanza strategica. Luigi XII ne fece la capitale del regno e del castello fece la sua residenza.
Francesco I avvalendosi di artisti italiani vi fece aggiungere l'edificio che ha il suo nome e che costituisce uno dei capolavori del Rinascimento francese.
Anche questo castello come quello di Amboise è legato alla memoria di tristi episodi delle lotte religiose, tra cui l'assassinio del duca di Guisa.
Con la morte di Caterina il Rinascimento francese ebbe fine e con esso le magiche feste ma anche le fosche tragedie di un periodo storico che ebbe le sue quinte ed il suo proscenio tra i castelli sorgenti dall'acque della Loira.
"Cogliete per tempo le rose della vita" diceva Pierre de Ronsard, il poeta che ben interpretava il senso della vita, quale allora si configurava come abbandono epicureo tinto di malinconiche dolcezze.

© rosalia de vecchi


I castelli di Borgogna

I castelli di Borgogna: il castello di Cormatin 

castello-di-cormatin-dal-labirinto







Edificato nel XVII secolo, lo stupendo ed elegante castello rinascimentale di Cormatin, si trova nei dintorni di Tournus, nel comune di Tormatin, nel dipartimento di Saona e Loira, nella regione della Borgogna, a 14 km da Cluny tutto in stile rinascimentale, famoso per gli interni in stile Luigi XIII degli inizi del Seicento. 
Tra i numerosi monumenti di Francia è quello che si dice sia rimasto il più integro e, infatti, conserva intatti persino gli arredi. I soffitti dipinti, i pavimenti, le pareti e i camini, tutti dal raffinatissimo gusto decorativo non privo di elementi simbolici e da scelte cromatiche di stupefacente bellezza, ancor oggi si offrono intatti all'occhio del visitatore, colmandolo di soddisfatta meraviglia.
Tutto circondato da fossati, si erge al centro di un parco di dodici ettari, colmo di fiori di varia bellezza, di giardini ordinati con grazia, di orti accuratamente coltivati, di stagni abitati da piccola fauna lacustre, da tigli che profumano l'aria d'aprile e si ergono tranquilli verso il cielo, cui aprono i rami frondosi.
Ai legni pregiati dei camini e del mobilio, ai quadri preziosi quali quelli di un Claude Lorrain o di un Hyacinthe Rifgaud, agli intarsi d'oro zecchino, il castello aggiunge il valore inestimabile della ricca pinacoteca.
Fu voluto da Antoine du Bled d'Uxelles, governatore di Chalon, ma venne arredato con raffinata ricchezza dal figlio. La famiglia du Bled, che aveva rapporti di amicizia con Maria dei Medici, ne accolse infatti consigli e uggerimenti, tanto più che la regina aveva da poco concluso l'allestimento del palazzo di Lussemburgo. Il giovane du Bled, marchese d’Huxelles, purtroppo morì in guerra e la giovane moglie decise d'interrrompere i lavori di abbellimennto del castello e di appartarsi nelle sue stanze.
Nel 1730 il castello fu ceduto al direttore dell'Opéra di Montecarlo, che ospitò grandi artisti. Anche questo, come solitamente accade a tutti o quasi tutti i castelli, per un certo tempo passò di mano in mano e nel suo cambiar proprietario ha anche attraversato periodi di "decadenza", ma infine fu restituito ai suoi antichi splendori nel 1980.
Le stanze della marchesa hanno delle magnifiche pareti a soffitto, come si può vedere dalle foto qui sopra, e tutta la camera è decorata con fiori, anche perché secondo la tradizione del tempo , questo era un omaggio augurale alla giovane sposa, affinché fosse feconda e felice madre di nobile prole. Un letto a cortine e un arredamento che consentisse alla marchesa di ricevere ospiti, con i quali potersi intrattenere in modo meno formale e più familiare creano l'ambiente della sua camera da letto. Il blu di lapislazzuli e di turchine figure simboliche, invece, contraddistingue lo studio del marchese, che è da considerare l'ambiente più prezioso, oltre che il più, dal punto di vista simbolico, enigmatico.
Gli ambienti variano: ai luoghi di rappresentanza a quelli di studio, dagli appartamenti privati alle cucine e agli orti, l'intero castello oggi è custodito con cura e mantenuto vivo nel suo splendore, così come appare al pubblico, alle cui visite è aperto tutti i giorni.



 A pochi chilometri da Cormatin è possibile visitare il Museo della bicicletta (Musée du vélo), di indubbio interesse storico.

© rosalia de vecchi





martedì 12 aprile 2016

una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale.


LA GUERRA DEL DESERTO



All’inizio della guerra, gli alleati (Francesi ed Inglesi) ritenevano che per loro sarebbe stato più utile lanciare un’offensiva contro l’Italia piuttosto che contro la Germania, in Africa settentrionale, infatti la colonia italiana di Libia era chiusa tra i Francesi in Tunisia e gli Inglesi in Egitto. La caduta della Francia, nel giugno del 1940 fece svanire questa prospettiva. Ora che la marina francese era fuori causa, la flotta inglese, da sola, era troppo debole per dominare tutta la rotta mediterranea da Gibilterra all’Egitto. L’importanza del Medio Oriente era data dal petrolio del Golfo Persico. La sua perdita avrebbe costretto la Gran Bretagna a dipendere dal petrolio americano, che andava pagato in dollari.
La minaccia più diretta e grave al petrolio era rappresentata dall’esercito italiano di Libia forte di trecentomila uomini; e il posto più adatto per pararla era l’Egitto. Gli Inglesi possedevano il porto di Alessandria, che era la base della flotta e controllavano il Canale di Suez, che costituiva l’uscita di emergenza; ma dal punto di vista della strategia terrestre l’Egitto bloccava le strade che portavano sia al Golfo Persico sia alla Turchia. Conservando l’Egitto si tenevano i nemici fuori dalla porta dei giacimenti petroliferi del golfo. Tutta la campagna nordafricana dal 1940 al 1943 scaturì dunque dalla necessità di difendere i giacimenti petroliferi del Golfo Persico.
La zona desertica in cui furono combattute le battaglie del 1940-1942 si estende per circa 650 km, da El Alamein a est a Derna a ovest. Gli eserciti si combattevano nella monotona distesa di sabbia e sterpaglia, cui era necessario fare affluire viveri, rifornimenti ed acqua. Lunghe colonne di camion, da un punto all’altro, sostenevano le truppe combattenti mentre depositi e acquedotti provvisori erano esposti alle forze corazzate nemiche. La campagna del deserto fu un episodio unico nella storia del conflitto: fu la guerra nella sua espressione più pura, senza la presenza di civili e di centri abitati se non lungo la costa.
Appena l’Italia entrò in guerra, l’11 giugno 1940, puntate offensive e imboscate sul suo territorio libico affermarono subito la superiorità degli Inglesi. Il comandante italiano era il maresciallo Rodolfo Graziani, che Mussolini incitava ripetute volte ad avanzare, mentre lui era riluttante, perché voleva prima raccogliere scorte sufficienti. Era sua intenzione marciare sul delta del Nilo. Ma Graziani non arrivò mai, invece furono gli Inglesi a preparare l’offensiva. Il primo ministro inglese Winston Churchill, benché la Gran Btretagna fosse minacciata dall’invasione tedesca, volle rischiare d’imbarcare truppe per il Medio Oriente. In quei giorni in Africa Orientale il Duca d’Aosta e le sue truppe furono tagliati fuori dai rifornimenti e da ogni possibilità di soccorsi e di rinforzi dall’Italia. Gli Italiani, in Africa, avevano carri armati che non erano un gran che, ma i pezzi di artiglieria erano il doppio di quelli inglesi. Durante quelle battaglie furono presi ben 38.000 prigionieri italiani, oltre i caduti e le armi venute in possesso del nemico. Di battaglia in battaglia, una campagna cominciata come un piano di difesa dell’Egitto ( da parte degli Inglesi) puntava adesso alla distruzione della potenza italiana prima in Africa e poi forse sul territorio nazionale. Ma la situazione cambiò quando il 12 febbraio 1941 arrivò a Tripoli il tenente generale Erwin Rommel, soprannominato poi “la volpe del deserto”, che molto prima che lo stesso comando supremo tedesco avesse mai immaginato, attaccava gli Inglesi con rapidità e agilità sbalorditive e di vittoria in vittoria si fermò subito dopo la frontiera egiziana solo perché aveva esaurito le scorte.
Da quel momento in poi il duello con Rommel nel deserto occidentale avrebbe sempre più affascinato gli Inglesi, e in special modo il primo ministro Churchill. Il deserto occidentale era il solo posto in cui l’impero britannico potesse battersi con la Germania su un fronte terrestre e si voleva riportare una grande vittoria sulle forze corazzate di Rommel. Per gli Inglesi le prospettive non erano buone: il loro esercito aveva cominciato ad addestrarsi nelle moderne tecniche della guerra corazzata con cinque anni di ritardo rispetto ai Tedeschi e non aveva perciò la loro esperienza operativa. Winston Churchill continuava ad esortare i comandanti ad attaccare, senza capire fino in fondo la fragilità dell’esercito. I primi insuccessi degli Inglesi furono dovuti alla superiorità tattica dei Tedeschi e alla inesperienza inglese; gli Inglesi, per esempio, caricavano secondo lo stile dell’antica cavalleria, mentre i Tedeschi restavano sulla difensiva, attirando il nemico davanti alle loro batterie anticarro. A poco a poco l’ostinazione inglese ebbe ragione del nemico e costrinse i Tedeschi a ripiegare. Ma l’ attacco giapponese facendosi sempre più violento, due divisioni inglesi dovettero abbandonare l’Africa per correre in aiuto agli americani; Rommel ne approfittò dando prova ancora una volta della sua tempestività e agilità, sbaragliando la nuova divisione appena arrivata dalla Gran Bretagna. Con il bluff e il rischio Rommel, la volpe del deserto, avanzò di vittoria in vittoria, tanto che la disfatta inglese sembrava ormai certa. Rommel entrò in Egitto e l’Egitto stesso e tutte le posizioni inglesi nel Medio Oriente sembravano minacciati dalla catastrofe
Comandante in capo dell’ Africa Korps, il corpo di spedizione tedesco in Africa settentrionale, Rommel si spinse con alterna fortuna fino ad El Alamein. La sua cavalleresca condotta di guerra venne riconosciuta anche dagli avversari.
Ad El Alamein, una prima battaglia ebbe uno svolgimento molto fluttuante: essa fu infatti soprattutto un scontro di volontà di due generali. In questa prima battaglia furono impiegate anche le forze della fanteria italiana. Contro di loro furono sferrati in pochi giorni ben sei attacchi, tanto che Rommel per scongiurare il collasso completo del fronte, fu costretto a far scendere nel campo anche le sue ultime riserve di Tedeschi. I contrattacchi britannici furono anch’essi un fallimento, perché la fanteria britannica veniva massacrata dalle truppe corazzate tedesche, dato che i carri armati inglesi non intervenivano in tempo e dato che le condizioni delle comunicazioni radio erano pessime.
Anche se Rommel non fu costretto alla ritirata, la prima battaglia di El Alamein aveva salvato l’Egitto e il Medio Oriente.
Fu quella una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale.
Nel frattempo i governi inglese e americano avevano preso una importante decisione strategica. Invece di tentare l’invasione della Francia nel 1942, impresa che appariva disperata con le truppe e i mezzi disponibili allora, gli alleati sarebbero sbarcati nell’Africa settentrionale francese e avrebbero liberato tutta la costa africana del nord. Ciò avrebbe reso tranquillo al traffico alleato il Mediterraneo e nello stesso tempo accontentato Stalin con l’apertura di un secondo fronte. Con l' occupazione dell’Algeria e della Tunisia  il contesto della guerra nel desertomutò. Lo stesso Churchill si recò al Cairo per incontrarsi con il capo dello stato maggiore. Essendo stato abbattuto l’aereo che riportava il generale inglese al Cairo ed essendo questi morto, per una strana coincidenza del destino, fu nominato generale Montgomery, uomo di leggendaria eccentricità e di intransigente professionismo. Non aveva mai avuto comandi sul campo, non aveva mai avuto ai propri ordini masse di forze corazzate, ed era nuovo al deserto, ma aveva una brillante chiarezza di idee e una visione molto realistica delle possibilità di uomini e di truppe; aveva inoltre una capacità ineguagliabile di ridurre le questioni più complicate ai loro elementi più semplici. Egli seppe valutare con cura la situazione bellica, seppe organizzare le strategie adatte ad affrontare il nemico e nella seconda battaglia di El Alamein riuscì a sfondare il fronte nemico fino a giungere a Tripoli.

Il 23 ottobre del 1942, allorché l’ VIII armata del generale Montgomery iniziò l’offensiva da El Alamein, si iniziò il nuovo corso della guerra.

 rosalia de vecchi

martedì 5 aprile 2016

Adrienne Lecouvrieur, la più grande attrice del settecento


Beaux-Arts, Châlons-en-Champagne.


Adrienne Lecouvrieur, la più grande attrice del settecento

Non era bella né regolare di lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile grazia di portamento e di modi, affascinava con la straordinaria musicalità della sua voce, con il lampo di fuoco dei suoi occhi scuri e con l’espressione mutevole del suo volto. Tutto nel suo muoversi esprimeva la sua personalità o, sulle scene, quella del personaggio che interpretava.
Scelse di non aderire a quel tipo di recitazione solenne e alquanto declamatoria delle attrici che l’avevano preceduta ma di mantenersi naturale sia nella parola che nelle movenze e restò assai ferma e scrupolosamente attenta nel badare ad articolare le parole molto bene e in modo che la sua voce venisse sentita fin negli angoli più lontani.



Nella Parigi della fine del 18° secolo il teatro ebbe un posto di primo piano. Persino la frequentazione dei salotti letterari era subordinata a quella dei teatri.
Voltaire diceva a Marmontel nel 1745: “Il teatro è la carriera più affascinante di tutte; qui puoi ottenere in un solo giorno gloria e fortuna, basta un solo successo a rendere un uomo ricco e celebre.” .
Egli, infatti, amò molto il teatro tanto che, durante la sua convivenza con Émilie du Châtelet nel castello di Cirey, nella Champagne, se ne fece costruire uno dove rappresentare le sue opere e dove poter far recitare Emily, ch’egli riteneva attrice eccellente, dotata di una “voix divine”.
Dappertutto, anche in provincia, vi erano teatri. I ricchi avevano teatri privati. Ma Parigi era il centro più vivace, dove il Théâtre-Français con la Comédie-Française , il Théâtre des Italiens e l’Opéra Comique, oltre che l’Opéra del Palais- Royal, erano sempre affollati : i privilegiati in comode poltrone ed eleganti palchi, il pubblico comune in piedi nello spazio oggi chiamato platea.

Nonostante la passione e l’entusiasmo per il teatro, la condizione degli attori, migliorata socialmente ed economicamente in seguito all’interesse per il genere dimostrato dai nobili e dallo stesso re, non era migliorata nei confronti della Chiesa, che si irrigidiva nei suoi pregiudizi negativi continuando a vedere nella loro attività una fonte di esempi scandalosi e che infatti li scomunicava, così che essi morendo non potevano ricevere sepoltura in terra consacrata, vale a dire in nessun cimitero di Parigi.
Voltaire si batté molto per rivendicarne i diritti, ma con scarso successo.
L’assurdità di questa situazione era che, mentre lo stesso re ordinava loro delle commedie e li pagava anche bene, la Chiesa li scomunicava ipso facto. Voltaire a tal proposito scriveva: “…
il re comanda loro di recitare ogni sera, mentre le leggi ecclesiastiche impedirebbero loro di recitare assolutamente. Se non recitano vengono gettati in prigione, e se recitano vengono gettati nelle fogne.”.

Un esempio di questa contraddizione ci è fornito dalla vita e dalla morte della più grande attrice dell’epoca presa in esame: 
Adrienne Lecouvreur.


Nata il 5 aprile del 1692 presso Reims, da genitori di umile condizione, il padre era cappellaio e la madre lavandaia, a 10 anni Adrienne si trasferì con la famiglia a Parigi nei pressi del Théâtre-Français, dove spesso entrava e vi ammirava le attrici, che presto imparò ad imitare molto bene. A soli 14 anni si unisce ad una piccola compagnia filodrammatica formatasi nel quartiere, o forse da lei stessa creata, e cominciò ad esibirsi nei teatri privati.
La sua interpretazione di Paolina nel Poliuto di Corneille fu notata da Madame Du Guè, una dama dell’aristocrazia parigina, che la invitò nel suo palazzo, e qui la replica le ottenne un grandissimo successo, oltre che l’attenzione del maestro Le Grand che le diede lezioni di recitazione e nel contempo le procurò un posto in una compagnia che recitava a Strasburgo.
Così, per una decina d’anni, di tournée in tournée, interpretò svariate parti nei teatri di provincia; commosse la giovane sposa di Luigi XV quando recitò in presenza sua e del re.
Nel maggio del 1717 debuttò con grande successo alla Comédie Francaise. Vi rimase attrice fissa per tredici anni, durante i quali si esibì con successo in 1184 rappresentazioni. Ne divenne la signora indiscussa.
Come spesso accade, per questo ebbe nemiche diverse attrici della Comédie, gelose del suo successo; tra cui la Duclos.
Unendo alla bravura eleganza e raffinatezza, riscuoteva molta ammirazione ed era assai richiesta nei salotti di Parigi. Non era bella né regolare di lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile grazia di portamento e di modi, affascinava con la straordinaria musicalità della sua voce, con il lampo di fuoco dei suoi occhi scuri e con l’espressione mutevole del suo volto. Tutto nel suo muoversi esprimeva la sua personalità o, sulle scene, quella del personaggio che interpretava.
Scelse di non aderire a quel tipo di recitazione solenne e alquanto declamatoria delle attrici che l’avevano preceduta ma di mantenersi naturale sia nella parola che nelle movenze e restò assai ferma e scrupolosamente attenta nel badare ad articolare le parole molto bene e in modo che la sua voce venisse sentita fin negli angoli più lontani.
Pur se la sua carriera fu breve, la Lecouvreur riuscì a portare una vera rivoluzione nell’arte della recitazione, sia per la profondità del suo sentire che per l’eccellente sua arte espressiva che la rese capace di portare sulle scene i diversi sentimenti dell’animo umano: la tenerezza, la passione, il pathos, il terrore…
Se questa sua scelta di stile fu giudicata come eccesso di modernismo da alcuni, fu anche, e di fatto, ispirazione feconda per numerosi attori che da lei e dal superamento della tradizione seppero condurre avanti un’evoluzione dell’arte drammatica.

La Lecouvreur mentre recita una pièce di Pierre Corneille, ritratta daAntoine Coypel.

Mirabile interprete dei grandi ruoli tragici, il pubblico e la critica vollero sempre vederla soprattutto ad essi connessa.
La contraddistingueva una dote piuttosto rara: quella di saper ascoltare gli altri con attenzione e comprensione.
Gli uomini, specialmente giovani, si innamoravano di lei. Qualcuno perdeva la testa per lei.
Molto bella la storia del conte d’Argental che a 85 anni scoprì la lettera da lei mandata a sua madre molti anni prima, quando, a causa del suo amore per Adrienne, questa temette che la chiedesse in sposa, e perciò decise di mandarlo in colonia. “ Gli scriverò qualsiasi cosa voi vorrete. Se lo desiderate non lo rivedrò più, ma non minacciate di mandarlo all’altro capo del mondo. Egli può essere utile al suo paese, può essere la gioia dei suoi amici, e dare a voi soddisfazioni e gloria; non avete che da indirizzare le sue capacità e lasciare agire le sue virtù.”.
Il conte d’Argental fu infatti consigliere del Parlamento di Parigi.
Questa attrice di spiccata personalità artistica fu anche una donna e, come tale, conobbe tutte le gioie e le esaltazioni dell’amore, ma anche tutti i suoi dolori e gli abbandoni: ebbe molti amori, fin da giovinetta! E dell’amore ebbe il frutto, divenendo madre a 18 e a 24 anni.
Fu molto amica di Voltaire, qualcuno dice: “più che amica”.
Di Voltaire recitò l’Edipo.
Il rapporto sentimentale che la coinvolse di più fu quello con Maurizio di Sassonia, con cui ebbe un legame duraturo ma finito con la lontananza e il tradimento di lui.
Maurice de Saxe, non ancora famoso per le sue vittorie militari, ma giovane bello e romantico, assisteva alle sue interpretazioni sceniche, se ne innamorò e le giurò eterno amore.
Lei ne accettò l’amore che ricambiò con pari ardore e vissero insieme anni di tenerezza e fedeltà tali che in loro gli amici videro le due tortore innamorate di La Fontaine.
Ma Maurice, già maresciallo di campo, aveva un sogno: crearsi un regno. Partiva e andava in Curlandia; da lui lontana, Adrienne rendeva sempre più brillante il suo salotto parigino, frequentato da uomini eccellenti che ammiravano e apprezzavano non soltanto il suo delizioso garbo ma anche la sua acuta intelligenza: Voltaire, Fontenelle, d’Argental, … e donne prestigiose.
Maurice tornò finalmente: sconfitto e… non più innamorato.
Ora i suoi ardori erano diretti verso altre donne: Luisa di Lorena, duchessa de Bouillon, che lo corteggiava senza ritegno.
Sulle scene, durante l’interpretazione della Fedra di Racine, Adrienne le indirizzò i versi:“ Non sono una di quelle donne sfrontate
Che, mantenendo nel delitto, una pace tranquilla,
hanno imparato a mostrare una fronte che non sa arrossire.”
Adrienne non molto tempo dopo fu informata da un abate pittore, Siméon Bouret, che due agenti mascherati di una dama di corte avevano tentato di persuaderlo a somministrarle del veleno in cambio di una lauta ricompensa.
Adrienne denunciò il fatto alla polizia, che trattenne l’abate fino a che lei stessa non scrisse una lettera nella quale ne chiese la liberazione.
L’abate, tuttavia, non ritrattò mai la sua dichiarazione.
Nel febbraio del 1730 l’attrice cominciò ad accusare disturbi sempre più frequenti di dissenteria.
Svenne anche durante una recitazione. Era il 15 marzo, quando, pur con pochissime forze, portò a termine l’interpretazione di Giocasta nell’Edipo di Voltaire.
Due giorni dopo fu a letto in preda ad un’emorragia mortale.
La Chiesa le rifiutò i sacramenti e la sepoltura in terreno consacrato.
Maurice non venne a salutarne la dipartita, ma Voltaire la tenne tra le braccia durante il trapasso ed un amico assoldò due portatori di torce per accompagnare le sue spoglie con una carrozza da nolo e inumarle clandestinamente lungo le rive della Senna.
In quel punto ora vi è la la rue de Bourgogne.
In quello stesso anno, 1730, l’attrice inglese Anne Oldfield venne sepolta con pubblici onori nell’Abbazia di Westminster.

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Voltaire scrisse un poema intitolato “la morte di mademoiselle Lecouvreur”, in cui dice che colei che aveva affascinato il mondo con la sua arte, era stata punita da un’indegna sepoltura ma, onorata dal suo canto e consacrata agli dei è divenuta ora un nuovo tempio.

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