lunedì 19 maggio 2014

Shelley in Italia



Shelley in Italia




 

  Quasi un paio di secoli fa il grande poeta inglese Percy Bysshe Shelley  giungeva a Milano con la moglie Mary, i due suoi  figlioletti , William di due Anni e Clara di sei mesi, con Claire Clairmont , sorellastra di Mary, che aveva con sé la piccola Allegra, nata da una sua relazione con il poeta Lord Byron, con la nurse svizzera e la domestica inglese, in fuga dalla sua Inghilterra, che lo biasimava per le sue vedute rivoluzionarie e con la certezza di poter trovare nel nostro paese un clima più “libero” e anche più salubre per la sua precaria salute fisica. La salute, però, era piuttosto un pretesto e di fatto i veri motivi di questo suo trasferimento  erano ben altri. Egli, che si era  dimostrato insofferente e ribelle e che si era dichiarato “ateo di professione” in un suo mordace libello, era incorso nelle ire del nobile padre che non gli perdonò mai la sua condotta anticonformista. Inoltre la sua dichiarazione di ateismo ed il suo mordace libello dal titolo “imprudente e sfacciato” di “Necessità dell’ateismo” gli era valsa l’espulsione dall’Università di Oxford. Lui, uno dei massimi poeti romantici e come tale profondamene pervaso di  un grande idealismo, lui che vedeva Dio in ogni cosa, un Dio non distante dall’uomo ma con lui in marcia verso l’evoluzione. Lui che nella parola cercava il magico potere di raggiungere l’invisibile, il mistero celato nelle cose! Magnifico poeta, che visse solo 32 anni! Ma il suo Prometeo liberato  e la Maschera dell’anarchia e l’Ode al vento di Ponente e A un’allodola…. lo resero immortale e lo  innalzarono a guida di alcuni dei più importanti poeti vittoriani, dei Preraffaelliti.... e, a volte, di alcuni dei nostri pensieri!

E’ anche vero che le sue teorie sul matrimonio, ch’egli considerava un intralcio al raggiungimento della felicità, non solo scandalizzavano una società irrigidita nei suoi pregiudizi ma, cosa più grave, spinsero al suicidio la sua prima giovanissima moglie Harriet Westbrook, ch’egli aveva sposato dopo una  fuga d’amore nonostante le sue idee e che presto aveva poi abbandonato per fuggire con Mary Wollstonecraft, figlia del filosofo William Godwin, autrice del romanzo Frankestein. Avendo poi ereditato dal nonno una rendita annua che gli consentiva di poter vivere più che dignitosamente e senza i debiti che aveva contratto in Inghilterra, si stabilì in una villa sul lago di Como. Qui Shelley  invitò il suo grande amico Byron, che non volendo incontrare Claire, preferì restare a Venezia, dove soggiornava e da dove invece mandò a prendere la piccola Allegra. Così, seguendo quell’impulso che voleva fargli trovare in Italia la “vita”, Shilley decise di dirigersi più a sud e si trasferì a Pisa. Pisa gli apparve spettrale, vuota e senza vita, pertanto si diresse verso Livorno, dove viveva una piccola comunità di Inglesi liberali e di esponenti del movimento femminista, ma anche Livorno, a parte la compagnia dei suoi connazionali, non gli sembrò a sé congeniale.  Allora cercò casa a Bagni di Lucca e vi soggiornò per un tempo breve ma sereno, confortato dal benessere delle acque termali e allietato da buone letture: Ariosto,  Euripide, Sofocle….  Ma un’improvvisa chiamata che li informava che la piccola Allegra era ammalata  li convinse a  partire per Venezia. Byron, ostinato a non voler incontrare Claire,  mise a disposizione degli amici la  sua villa di Este, vicino Padova. Mary si mosse da Bagni  con la piccola Clara, che era ammalata. Il viaggio estenuante aggravò le condizioni di salute della piccola. Per di più gli Shelley decisero di fare una visita a Byron e ciò fu fatale per la salute della bambina, che morì in albergo a Venezia.

Ai primi di Novembre gli Shelley lasciarono Este, si recarono a Ferrara, a Bologna, infine raggiunsero Roma. L’idea di Percy era quella di raggiungere Napoli e partì da solo in cerca di una sistemazione. Si sistemò al numero 250 della Riviera di Chiaia, dove poco dopo fu raggiunto dalla famiglia. Ma pur nella bellezza del paesaggio gli animi erano tristi e i cuori pieni di malinconia ed anche la salute  precaria. Il poeta visitava con curioso interesse i luoghi del Golfo di Napoli, ma i suoi disturbi renali si andavano acuendo; durante un’escursione sul Vesuvio Shelley fu preso da dolori atroci e dovette essere accompagnato al rifugio. Dopo una decina di giorni si recarono a Pompei, che li affascinò con le sue silenziose rovine, ma il brontolio lontano del vulcano parve al poeta come il suono di tamburi di morte rivolto alla città sepolta. I templi di Paestum, invece, gli rivelarono la bellezza  e la grandezza insuperabile dell’arte greca. Nemmeno quei giorni furono felici per il poeta. Nacque in quel periodo la  piccola Elena Adelaide, cui Shelley diede il suo nome ma intorno alla quale vi è sempre stato un mistero. Sembra indubbia la paternità ma meno indubbia la maternità. Certo è che per questa bambina, che era stata affidata a genitori adottivi, i coniugi Shelley furono ricattati dal domestico italiano Paolo Foggi, che poi sposò la nurse svizzera Elise e che fu necessario passare a vie legali. Che la piccola sia stata di Elise o di Claire?.....Nel frattempo gli Shelley ripresero il loro viaggio in Italia “alla ricerca della felicità” e si stabilirono a Roma, prima in via del Corso poi in via Sistina. Qui il poeta cominciò a riprendersi e tra le numerose visite ai monumenti e ai luoghi più affascinanti della città, riuscì a riprendere le sue letture; in questo  periodo riuscì a completare il “Prometeo liberato”. Riscopriva il fascino del Rinascimento e cominciava a pensare di scrivere una tragedia ispirata al personaggio di Beatrice Cenci, quando una nuova tragedia si abbatté sugli Shelley: il piccolo Willliam si ammalò. Dalla diagnosi medica non risultò nulla di grave e infatti il piccolo sembrava guarire, ma una nuova inaspettata ricaduta pose fine alla sua giovane vita. Per tre giorni e tre notti il padre lo aveva vegliato invano. La stessa malattia che aveva colpito la sorellina  aveva colpito anche lui. In preda alla più profonda tristezza gli Shelley abbandonano anche Roma e riprendono la via del ritorno, mentre il poeta confessava in una lettera ad un amico il suo “disperato desiderio” di tornare in Inghilterra. Un amico li aiutò a sistemarsi a Villa Valsovano a pochi chilometri da Livorno. Nella nuova dimora immersa nella natura, tra vigneti e uliveti, campi coltivati e voci di contadini, entrambi i coniugi ritrovarono un po’ di serenità. Il poeta amava guardare le stelle di notte passeggiando nei campi e di notte e di giorno si rifugiava nella solitudine della torre della villa e scriveva e leggeva libri e giornali, tenendosi informato anche sulle vicende inglesi. Mary aspettava un figlio e la nuova vita in sé le restituiva il sorriso. Shelley leggeva la notizia del massacro di Peterloo e dei 60.000 lavoratori brutalmente dispersi dai soldati a cavallo. Si ridestava in lui lo spirito rivoluzionario che gli ispirava l’ accesa  protesta politica di  “La maschera dell’anarchia”.

L’autunno e l’avvicinarsi del parto li convinse a trasferirsi a Firenze dove Mary sarebbe stata assistita meglio.  Trovarono una sistemazione nei pressi di S. Maria Novella; qui, mentre il poeta faceva escursioni, visite a gallerie e musei, frequentava teatri e passeggiava da solo lungo l’Arno, Mary rimaneva a casa a letto o distesa sul divano.  In una giornata autunnale, mentre  Percy passeggiava lungo l’Arno, fu colto da un violento temporale ed un forte vento. Da qui una delle sue più note poesie: l’ “Ode al vento di Ponente”.

Il 12 novembre di quel 1819 nacque Percy Florence, la quarta figlia degli  Shelley. La prima, una bambina nata prematura, era anche lei morta dopo pochi giorni dalla nascita. La nascita di Florence  fu importante per Mary che finalmente riuscì ad uscire da una profonda depressione. E  la vita dei due coniugi e del loro seguito fu allietata da un’altra nuova presenza: la giovane affascinante inglese, Miss Sofia Stacey, che, accompagnata dalla sua governante, stava facendo il Grand Tour, ossia il viaggio culturale in Italia, secondo la consuetudine degli aristocratici di quel tempo. Il poeta, affascinato dalla giovane, l’accompagnava nelle sue visite culturali, fino a che Miss Sofia non lo salutò per proseguire il suo viaggio verso Roma. Di nuovo assalito da una smania di  cercare qualcosa e già stanco di Firenze, Shelley si trasferisce con tutto il suo gruppo famigliare a Pisa. Qui gli Shelley strinsero amicizia con i Mason: lady Margaret era un’aristocratica repubblicana e femminista e Percy amava molto le conversazioni a casa sua dove si  affrontavano argomenti che gli stavano a cuore come ad esempio la rivoluzione irlandese. Mary aveva ripreso a cavalcare, e dalle visite mediche risultava che Percy  godeva di buona salute. Il suo, in quel periodo, fu un illustre medico dal carattere  gioviale, che aveva studiato a Londra e con il quale il giovane poeta divenne presto amico. Questi gli consigliava cure termali e lunghe passeggiate. Quando, agli inizi di aprile, arrivò la notizia dell’insurrezione repubblicana di Madrid, Percy la celebrò nell’ “Ode alla libertà” e, ridestatasi in lui la passione politica, scrisse anche “Una visione filosofica di riforma”. Nella classe aristocratica del suo tempo egli vedeva una classe di “parassiti che si ingrassavano con il lavoro degli operai” e, quantunque nemico di ogni violenza e portato se mai alla resistenza passiva, si dichiarava convinto della necessità di una rivoluzione. Con lui siamo in quella ricca  e variegata corrente artistica che, al di là dei programmi e degli stili e persino dei contenuti oltre che del nome, raccoglie, nei tempi, artisti e scrittori che vivono la propria esperienza artistico – letteraria in totale armonia con le proprie convinzioni etico – sociali e filosofico – politiche.  Il nostro Percy Shiller, nei primi dell’ottocento, diceva di sé e degli scrittori in generale che “gli intellettuali sono strumenti della necessità storica e al servizio degli interessi della libertà e che i poeti e i filosofi sono misconosciuti e la loro carica rivoluzionaria è resa pubblica non prima di cento anni dopo.”.

In agosto insorgeva Napoli: i moti del ’20 –’21! Aveva inizio il Risorgimento italiano! Shelley provò grande gioia ed entusiasmo. Erano infatti quelli i tempi in cui gli uomini più sensibili erano capaci di provare vero entusiasmo per quanto accadeva loro intorno e in cui gli animi “romantici” erano conformati in modo da sentire la causa d’un popolo come la propria, in quanto tutti facenti parte di un medesimo destino di ascesa e di conquista della libertà. Quel medesimo spirito romantico e risorgimentale che aveva spinto lo stesso Lord Byron o il nostro Santorre di Santarosa a lottare per l’indipendenza della Grecia, o i Polacchi per gli Italiani e questi per quelli……, quel medesimo spirito che per un breve periodo affratellò le anime più evolute fece fremere di eccitazione l’animo di Percy Shelley! Ma questi non fu sufficiente la forte speranza di rinnovamento a preservare da quel suo stato di salute sempre precario che ora si evidenziava con nefriti croniche e stati di profonda malinconia, dovuti anche ad una temporanea assenza di Claire. Il ritorno della cognata  riportò quello spirito brillante e di attiva partecipazione alle vicende del tempo di cui Percy aveva assoluto bisogno. Inoltre Mary conobbe personalità che introdussero gli Shelley in ambienti frequentati da poeti, letterati irlandesi, esuli liberali greci, tra cui lo stesso capo dei patrioti greci. E tra queste nuove conoscenze vi fu Teresa Viviani, la contessa che a 19 anni fu reclusa in un convento in attesa d’un marito degno di lei. Mary la descrisse molto bella e di grande talento, elegante nello stile dei suoi scritti. Percy ne restò abbagliato fin dal primo incontro. Egli la chiamò Emily e la vide come l’incarnazione del perfetto ideale femminile, quasi una musa quale quelle ammirate nei musei fiorentini. Nel frattempo il medico continuava a consigliargli cure termali e molto movimento: comprare un cavallo sarebbe stato una buona idea! Percy accompagnato dai nuovi amici inglesi Williams andò a Livorno e invece di un cavallo acquistò una barca. Voleva raggiungere Pisa in barca di notte al chiaro di luna. Ma intorno alla mezzanotte la barca si capovolse E Percy che non sapeva nuotare fu salvato a stento dagli amici. Al riparo davanti al fuoco acceso d’un casolare, sebbene fisicamente molto provato, il poeta parlava con entusiasmo dell’avventura vissuta vedendola come un buon auspicio. A Pisa, al suo ritorno, trovò la notizia della morte del poeta John Keats, morto a Roma a soli 26 anni; per lui Shelley scrisse: l’elegia rimasta famosa “Adonais”.  Intanto il tutore dei figli nati dal primo matrimonio gli intentava causa e il’assegno del nonno gli veniva per4 un certo tempo bloccato. Riparata la barca, egli riprese ad usarla da solo o in compagnia della moglie o di amici. Uscire in barca gli dava molta felicità. Mary ricorda il fruscio della barca tra le canne dei canali… “ Di giorno una moltitudine di efemeri guizzavano avanti e indietro sull’acqua; di notte le lucciole emergevano dai cespugli lungo la riva; nel pomeriggio le cicale stordivano con il loro incessante frinire…” scrisse.

In ottobre gli Shelley riuscirono a persuadere l’amico Byron a trasferirsi a Pisa e per lui presero in affitto l’elegante Palazzo Lanfranchi sul Lungarno. La notizia del suo  arrivo mise in allarme le autorità della città; Byron era conosciuto come uno stravagante , un protettore di carbonari, un centro di aggregazione di patrioti italiani, greci….. incontrollabile pericoloso sul piano politico… Tuttavia Byron arrivò a Pisa : il primo novembre del 1821 un corteo di cinque carrozze con domestici,  cani, cavalli… comparve dinanzi allo sguardo  preoccupato e sospettoso dei “tutori dell’ordine”! Palazzo Lanfranchi cominciò a sfavillare di luci notturne e ad animarsi di un via vai di intellettuali, esiliati… italiani, greci, inglesi….personalità di spicco della nobiltà locale, quale Teresa Guiccioli, la donna del poeta, e il fratello Pietro Gamba, importante esponente della Carboneria. Shelley, in presenza della prorompente personalità dell’amico , riprendeva vigore nella salute e nell’umore,  rivaleggiava con lui sul palcoscenico della vita mondana e per mantenere un certo primato, durante l’inverno, affrontava l’Arno in piena con la sua piccola barca sotto lo  sguardo ammirato di Byron che lo osservava dal balcone di Palazzo Lanfranchi.” Solo Shelley, in questa età d’imbroglioni, osa volgere la prua contro corrente…” scrisse.

 Giunse dalla Cornovaglia Edward John Trelawny: un avventuriero dal burrascoso passato, stravagante, che si atteggiava a corsaro. Mary ne fu incantata. Trelawny aveva con sé un modellino di una goletta americana. Shilley e l’amico Williams decisero di costruire una barca su quel modellino. E mentre sognava la barca già commissionata a Genova, Shellley  assecondava il suo nuovo desiderio, sia perché stanca della chiassosa compagnia che perché desiderosa di ritrovare un po’ di raccoglimento. Così dopo poco i coniugi Shelley con gli amici Williams  si trasferiscono a La Spezia.  Trovano una casa in riva al mare: Casa Magni, molto vicina a Lerici e a pochi chilometri da un villaggio di pescatori. E in questo luogo ricco di bellezze naturali che lo entusiasmava, il poeta dovette dare a Percy la triste notizia della morte di Allegra.

 Arrivò finalmente la barca tanto attesa! Arrivò nel Porto di Lerici elegante e veloce sul mare in tempesta. Si chiamava, forse per uno scherzo di Byron, Don Juan; il nome fu cambiato in Ariel. Don Juan era un’opera di Byron, Ariel era un nome che piaceva agli Shelley.

Percy era felice, in quella solitaria casa sul mare…. scriveva “Il trionfo della vita”, un’opera potente rimasta incompiuta. Mary aspettava da tre mesi un bambino ma la baia solitaria e l’incessante rumore del mare sotto le finestre la facevano sentire come in una “prigione incantata”. Era inquieta. Il 16 perse il bambino. Fu salvata contro ogni speranza, da Percy, che riempì di ghiaccio la vasca da bagno e vi immerse la moglie bloccando l’emorragia.

 La vita riprese lentamente ma stupisce il fatto che Percy in una lettera all’amico Trelawny chiedeva una dose letale di acido prussico dicendo che non gli interessava il suicidio ma lo avrebbe confortato il sapere di avere in suo possesso “la chiave dorata per aprire la camera del perpetuo riposo”. All’amico Gisborne , negli stessi giorni, egli scriveva che l’Italia per lui era sempre deliziosa … che il crepuscolo e il mare di Lerici avevano qualcosa di magico… che la sua barca era bella e veloce come una nave… che Williams  ne era il capitano e Jane portava la chitarra e che  avrebbe voluto dire con Faust all’attimo presente: “Fermati tu, che sei così bello!”.

 Fu in questo periodo così denso di sensazioni ch’egli scrisse liriche assai famose come” Quando la lampada è infranta” e Versi scritti nella baia di Lerici”.

 Era giunto in Italia l’amico Leigh Hunt. L’aspettava da tempo. Dunque Percy decise di andare a salutarlo a Livorno. Mary decise di rimanere: il piccolo Percy Florence non stava bene. A Lerici, nelle chiese,  si pregava per la pioggia. Faceva molto caldo e non pioveva da tempo.

 Percy e Williams e il mozzo Charles Viviana partirono per Livorno. I vecchi amici si  abbracciarono felici.

 La barca ripartì da Livorno l’8 luglio. Faceva molto caldo. Improvvisamente  comparvero all’orizzonte nuvole nere e si alzò una densa foschia. Da Livorno si vide la barca lottare e dibattersi tra  gli assalti di una furiosa tempesta….

Dieci giorni più tardi i tre corpi furono trovati tra Massa e Viareggio.
 

© rosalia de vecchi

mercoledì 29 gennaio 2014

Elisabetta Tudor

breve momento dedicato ad Elisabetta Tudor





“Miei Lord, le leggi di natura mi spingono al rimpianto per mia sorella; il fardello che ricade su di me, mi sbigottisce; eppure, considerando ch’io sono una creatura di Dio tenuta ad ubbidire all’ordine Suo, ad esso mi sottometterò; desiderando dal profondo del cuore di poter essere assistita dalla Sua grazia per adempiere sulla terra la sua volontà nel compito ora affidatomi. ….”. 

Era il 20 novembre 1558. Queste parole pronunciate con schiettezza e regalità, al cospetto d’una piccola folla di Lord, Ladies e borghesi, furono pronunciate dalla giovane Elisabetta Tudor, che all’età di 25 anni era chiamata a salire sul trono d’Inghilterra. Solo tre giorni prima un corriere era giunto nel palazzo di Hatfield ad annunciare ad Elisabetta che era regina d’Inghilterra.   
Ad  Hatfield,  l“illegittima” figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena viveva in vigile riservatezza fin dall’età di tre anni e qui, grazie a Jane Seymour, ultima moglie del re, aveva ricevuto un’ottima educazione sotto la guida del suo celebre precettore Roger Asham, il quale con orgoglio misto ad ammirazione diceva di lei: “parla il francese e l’italiano altrettanto bene che l’inglese… la sentii parlare con abile disinvoltura il latino e, in modo discreto, anche il greco…”. 
Qui Elisabetta si era dedicata tutti i giorni agli studi teologici, da cui trasse una profonda cultura protestante, e alla lettura di maestri italiani quali Pomponazzi, Machiavelli ed autori vari della Roma rinascimentale, dai quali, forse, derivò il suo scetticismo; ma qui, in questo palazzo di Hatfield, non era mai stata sicura né della corona né della propria vita: dovendo sospettare di tutti e di tutto, senza potersi fidare di nessuno, ad eccezione di pochissimi fedeli che vegliarono su di lei sempre, la giovane donna temprò il suo carattere e si mantenne accuratamente padrona del suo fare come del suo dire, osservando, vagliando, attendendo. Una buona stella l’aveva fatta nascere da un potente padre, ma una cattiva stella le aveva dato una madre attraente quanto sfortunata, che doveva morire in mano ai carnefici, esecutori degli ordini del marito! Per un atto del Parlamento era stata dichiarata illegittima e figlia di un’adultera; un secondo atto del Parlamento le restituiva in parte quanto precedentemente negato, la successione al trono, ma non la legittimità della nascita. Aveva conosciuto l’oscuro respiro della prigione nella Torre di Londra, accusata di complicità nel tentativo del colpo di Stato che avrebbe voluto rovesciare la sorella Maria, quella stessa Maria che, chiamata “la Sanguinaria”, fu invece l’autrice di un atto di generosità, lo stesso che le fece pronunciare in punto di morte il nome di Elisabetta, sua sorella, come erede al trono d’Inghilterra.
E’ a Maria la Sanguinaria che dobbiamo la pagina di storia dominata e illuminata da Elisabetta I , Elisabetta la grande!
Ora, vestita di velluto color porpora, a cavallo, in corteo, verso quella stessa Torre che per un certo tempo era stata suo carcere, mentre il Parlamento ancora risuonava del grido “Dio salvi la regina Elisabetta! Lungo sia il suo regno!” e il cielo di Londra vibrava dell’eco dello scampanio delle chiese, Elisabetta si faceva avanti tra il suo popolo, che l’acclamava con canti di gloria e mandava avanti i bambini a recitare tremanti discorsetti di augurio, mentre i cannoni sparavano forti e potenti come mai s’era udito. Venticinque anni, con il fascino di una donna che pur giovane si faceva matura, non tanto alta, dai lineamenti regolari in un volto decisamente bello, la pelle di color olivastro , gli occhi lampeggianti, i capelli dai riflessi di rame e le mani, le mani assai belle e ben messe in mostra. Così appariva Elisabetta quando venne incoronata nell’abbazia di Westiminster, così la donna destinata a forgiare il destino di Inghilterra, entrava nella storia: fermamente decisa a far fronte alle scomuniche del Papa, ai soldati francesi di Scozia e a quelli di Spagna in Irlanda, ai complotti che potevano mettere in pericolo la propria vita e alle mire espansionistiche del mondo cattolico di Filippo II, sicura di poter contare sull’appoggio di uomini scaltri quanto fidati, sulla saggezza dei suoi consiglieri come sul coraggio che animava l’animo suo stesso.
“Lo spirito di quella donna…. è posseduta dal diavolo, che se la sta trascinando al suo posto…” disse l’ambasciatore di Spagna quando la vide e l’Europa di vecchi volponi scoprì di che pasta fosse quella giovane donna e quale grande regina si celasse dietro ai suoi “innocenti” sorrisi!


© rosalia de vecchi

giovedì 23 gennaio 2014

La giovinezza di Caterina dei Medici




Particolare delle nozze di Caterina de' Medici ed Enrico II di Francia, dipinte da Jacopo da Empoli ( il matrimonio fu celebrato per procura a Firenze il 5 Ottobre 1600)

La giovinezza di Caterina dei Medici

 A Firenze, il 13 aprile dell’anno 1519, nasceva la piccola Caterina dei Medici. Il destino la volle orfana fin dalla nascita: la madre, Maddalena de la Tour d’Auvergne, principessa francese di sangue reale, morì pochi giorni dopo averla data alla luce; il padre, Lorenzo dei Medici, duca di Urbino, nipote del Magnifico, moriva subito dopo, il 4 maggio. Si dice che entrambi i genitori siano morti probabilmente di peste.
Caterina fu affidata alla nonna paterna, Alfonsina Orsini, e dunque fu portata a Roma. Alla morte della nonna fu cresciuta prima dalla zia Clarice Strozzi e poi dalla prozia Lucrezia Salviati.  Fu la zia Clarice che, durante l’infanzia, le fece da madre, allevandola insieme alla sua numerosa prole, sette maschi e tre femmine, nella splendida villa medicea di Poggio a Caiano, villa che il bisnonno Lorenzo il Magnifico aveva fatto erigere su progetto del Sangallo. Ma se Poggio a Caiano aveva resistito alla calata dei Lanzichenecchi nel 1527, non resistette ai rivoltosi fiorentini, che,  cacciati i Medici dalla città, tolsero Caterina alla zia e la tennero in ostaggio chiudendola in convento. Caterina passò dalle domenicane di Santa Lucia al convento di Santa Caterina e poi al monastero delle Murate, nella più rigida clausura, simile a prigionia.  Il convento tuttavia la salvò dal pericolo di venire o esposta ai colpi dell’artiglieria e lasciata morire in odio ai Medici, oppure rinchiusa in un bordello per essere macchiata per sempre, allo scopo di togliere allo zio, Papa Clemente VII, la speranza di unirla in matrimonio con qualche principe importante e trarre da questo matrimonio dei benefici politici.
Clemente VII, infatti, progettava di trarre dalla nipote, che orfana si prestava bene a diventare per lui “inconsapevole oggetto di scambio”, dei benefici diplomatici; per questo più tardi intavolò  lunghe trattative con Francesco I re di Francia , cui pure stava a cuore un’alleanza con il Papa allo scopo di limitare la potenza di Carlo V.
Quando nel 1530 i Fiorentini deposero le armi, la piccola fu trasferita a Roma, dove visse con la prozia Lucrezia, sembra a Palazzo Medici, oggi Palazzo Madama, e, d’estate, nella villa costruita da Giulio Romano su disegno di Raffaello per Clemente VII, Villa Madama. 
Durante questo periodo  Caterina visse tra le opere di Raffaello e di Michelangelo - Le Stanze… la Cappella Sistina…- e maturò il gusto per l’arte e per il senso della bellezza. Tra i Giardini Vaticani e la Biblioteca dei Medici che Leone X, suo prozio, aveva trasferito a Roma, Caterina nutriva eccellentemente la propria sensibilità e l’intelletto.
 A Roma c’era anche suo cugino, il Cardinale Ippolito, di soli vent’anni, bello, affascinante, dall’aria malinconica, poeta e abile nel canto e nel suonare il flauto e la cetra. La giovanissima Caterina ne era attratta ed anche lui avrebbe rinunciato al sacerdozio per sposarla anche perché questo matrimonio avrebbe rafforzato la sua futura autorità. Ma non erano questi i progetti di Clemente VII e perciò questo matrimonio non avrebbe mai avuto luogo. Clemente meditava nozze con Federico Gonzaga o Guidobaldo della Rovere, principe di Urbino….quando si presentò l’occasione di allearsi con il re di Francia ed allora quale miglior matrimonio per Caterina che quello con Enrico di Valois, figlio di Francesco I di Francia?
 Caterina, piccola di statura, magra, dagli occhi sporgenti come la maggior parte dei  Medici, allegra e vivace, ignara del destino che si tramava per lei, trasferitasi a Firenze nel 1532, stava scoprendo il piacere delle feste, delle cavalcate, della compagnia della nobiltà fiorentina dallo spirito arguto, mentre si preparavano per lei le nozze e il 1° settembre dell’anno successivo partita infatti da Firenze, Caterina arrivò a Portovenere, dove il duca d’Albany con una flotta di ben ventisei navi l’attendeva per condurla in Francia. Il Papa si unì al convoglio a Villefranche.  Giunsero a Marsiglia l’11 ottobre, salutati da trecento cannoni e da un assordante clamore di campane a festa. L’ingresso nella città fu trionfale. Fu costruito un castello provvisorio in legno sulla Piazza Nuova per ospitarli e qui Francesco I con la moglie  Eleonora, sorella di Carlo V, scortato da duecento uomini e trecento arcieri venne in visita al Papa e i due ultimarono le trattative in base alle quali  si decideva la conquista del ducato  di Milano e quello di Urbino per il giovane sposo, inoltre il Papa avrebbe concesso al re Parma e Piacenza.
I due futuri sposi, entrambi quattordicenni, s’incontrarono per la prima volta il 23 ottobre. Il 27 diedero il consenso ufficiale alle nozze e fu firmato il contratto di matrimonio. Il giorno dopo la messa e la benedizione degli anelli. Poi la festa; a mezzanotte Eleonora condusse Caterina nella camera nuziale, il cui letto era costato per la decorazione 60 mila scudi.
Ma quel matrimonio, che non era stato un matrimonio d’amore, non nasceva sotto buoni auspici: quello stesso anno infatti 1533, in luglio, era apparsa infatti una cometa.
Celebrate le nozze tra i due adolescenti, Clemente ripartì per Roma, dove presto dimenticò i patti con  Francesco I e ricevette in Vaticano l’inviato di Carlo V. Il re di Francia avrebbe voluto protestare ma il Papa moriva all’inizio del nuovo anno e con lui scompariva anche ogni progetto concordato con le nozze.
“Ho avuto la ragazza completamente nuda” pare abbia esclamato Francesco I.
Nel frattempo la giovinetta futura regina di Francia, con la famiglia reale raggiunse Parigi dove Caterina familiarizzò con la corte più sfarzosa e brillante d’Europa oltre che con l’adolescente marito, dal quale però si accorse presto non avrebbe mai avuto l’amore. Enrico, pur robusto di corporatura, era pallido e malinconico, preso dalle sue strane fantasie e dalle letture dei romanzi cavallereschi, ancora sotto gli effetti devastanti della dura prigionia subita insieme al fratello nelle carceri spagnole. Nella sua mente e nel regno evanescente del suo sognare dominava sovrana la giovane vedova del grande siniscalco di Normandia, Luigi di Brezé: l’elegante ed affascinante Diana di Poitiers. Col suo lutto in bianco e nero, con i suoi modi pieni di aggraziato e raffinato riserbo ma matura ed esperta della vita, Diana accendeva l’animo di Enrico, che per lei partecipava a tornei, giostre, gare di ogni tipo, secondo le usanze dei suoi tempi, per conquistare un suo sorriso! Caterina, che fin dall’infanzia si era distinta per il buon carattere, esercitava la sua pazienza e dissimulava la gelosia; tutti a corte l’amavano e soprattutto la sorella del re e le cognate, ma più di ogni altra la stessa regina, che, assuefatta a dover subire l’arroganza della duchessa Anna d’Heilly, l’amante di Francesco, le fu  di grande sostegno con i suoi saggi consigli.
Nel frattempo, però, Caterina conduceva una vita molto piena di impegni di vario tipo: le visite ai numerosi cantieri aperti, quali  Chambord e Fontainebleau,  affollati di artisti italiani, in mezzo ai quali si sentiva a proprio agio… la brillante e fastosa vita di corte….. il fascino dell’importante e attivo suocero, disinvolto diplomatico e scaltro politico… esperienze tutte che si sarebbero dimostrate un giorno a lei molto utili.  Infatti, morto improvvisamente durante una campagna militare contro Carlo V il delfino di Francia, Francesco, la successione passava ad Enrico e Caterina  si preparava ad occupare il trono più prestigioso d’Europa. Nel frattempo, però, il suo cuore di donna diveniva sempre più solo: Enrico da amante platonico era diventato amante ufficiale della contessa Diana. Caterina non solo non gli offriva le grazie travolgenti e mature della splendida amante ma non gli dava nemmeno un erede al trono. L’ambasciatore di Venezia scriveva che Caterina era amata da Enrico e da Francesco come dalla corte tutta a tal punto che “non si troverebbe una persona che non si lascerebbe cavare il sangue per farle avere un figlio”. Enrico aveva avuto una figlia da una ragazza di Moncalieri, una bambina che aveva affidato alle cure di Diana; cominciavano a circolare voci che consigliavano il ripudio della sterile sposa italiana ma il re, cha apprezzava la sua intelligenza e la sua cultura, il suo ardimentoso coraggio  nell’inseguire orsi e cinghiali, la difese ed anche Diana era dalla sua parte non avendo intenzione alcuna di passare dalla condizione privilegiata di amante a quella di prolifica moglie. Caterina consultava medici astrologhi alchimisti, ricorreva a farmaci e droghe, filtri e talismani…Il 19 febbraio del 1544 ( 11 anni dopo le nozze!) nacque il primo degli 11 figli di Caterina dei Medici, dei quali sarebbero sopravissuti solo 7. Tre anni dopo, con la morte di Francesco I e l’ascesa al trono di Enrico, Caterina ormai poteva contare solo su se stessa. Di fatto la vera regina era ora Diana: ogni decisione veniva presa da lei e dai cinque membri del Consiglio del re, era lei però la vera arbitra della situazione. A lei andavano i cospicui doni elargiti da Francesco I alla sua amante, il castello di Chenonceau che prima questa stessa poi Caterina resero una delle più ammirate residenze del Rinascimento francese, e a lei andarono i gioielli della corona e vari proventi, tra cui le tasse sulle campane, cosa che fece scrivere a Rabelais la famosa frase: “Il re ha appeso tutte le campane del regno al collo della sua giumenta.”.  Enrico II aveva messo il regno nelle mani della sua amante e le preoccupazioni di Caterina erano più che fondate.  L’ambasciatore del duca di Ferrara, Alvarotti, scriveva: E’ impossibile vedere Sua Maestà occuparsi d’altro se non di corteggiare a tutte le ore la siniscalca…”. Nonostante Diana arrivasse ai 50 anni e il re ne avesse una trentina la bellezza di lei si manteneva inalterata e la passione di lui intatta, come il primo giorno. A parte il formale ossequio alla regina, di fatto era Diana la più ammirata e famosa nelle cerimonie ufficiali e  gli artisti celebrarono la sua bellezza come quella di una dea.
Tra Caterina e Diana, tuttavia, nel tempo e relativamente ad alcune vicende della vita del re, si stabilì una certa “alleanza”, come ad esempio quando Enrico ebbe una relazione con Lady Fleming, la bionda seducente vedova scozzese, governante della piccola Maria Stuarda, durante il suo  soggiorno inglese, relazione dalla quale nacque un bambino. Le due donne non esitarono in un’azione congiunta  a indurla ad abbandonare l’Inghilterra.
 Ma Caterina ormai cominciava a doversi muovere in un ambito di necessità più gravi, quelle di natura politica. Il re, impegnato con Diana le sue scappatelle amorose e soprattutto con le sue guerre contro Carlo V, lasciava sempre più spesso a corte un vuoto di governo che era indispensabile colmare e Caterina dava così inizio alle sue prime esperienze in questo ambito, esperienze che le sarebbero state preziose quando, vedova di Enrico, avrebbe dovuto difendere il regno per i suoi tanti figli. C’era, infatti, da difenderlo sia da nemici esterni che da nemici interni: il Luteranesimo che si andava diffondendo sempre più e il movimento degli Ugonotti che Enrico definiva i “nemici della tranquillità e dell’unità dei Cristiani. Enrico dovette affrettarsi a concludere la pace con la Spagna e, in questa circostanza, la restituzione del Piemonte, consigliata dalla stessa Diana, aveva mandato Caterina su tutte le furie, poiché non tollerava una così umiliante pace. Amareggiata si ritirò nei suoi appartamenti a leggere la Storia della Francia.  A Diana  che  era andata a farle visita e le aveva chiesto cosa stesse leggendo, Caterina rispose che stava scoprendo come nella storia di Francia erano state  le donne  come lei ad aver diretto gli affari dei re e le voltò le spalle.
La notte tra il 29  e il 30 giugno 1559 Caterina aveva sognato il marito ferito e sanguinante. Sia Nostradamus, che aveva previsto la morte di Enrico in un torneo, sia un vescovo astrologo italiano, che anni prima aveva sconsigliato Enrico di partecipare ai tornei, oltre che questo suo recente sogno, inducevano la regina ad insistere presso lo sposo affinché si astenesse dalla partecipazione ai tornei; ma Enrico non volle prendere in considerazione queste raccomandazioni e questi presagi e affrontò dopo pochi giorni in un  torneo il capitano delle sue guardie scozzesi , Gabriel de Montgomery. Uno scontro brutale, una ferita mortale, vani tentativi di salvezza…. la morte giunse presto: era il pomeriggio del 10 luglio 1559.
 Con la tragica morte di Enrico II, aveva inizio il lungo regno della regina-madre Caterina di Francia, un regno denso di eventi e di circostanze di difficile gestione,  cui però la degna nipote di illustri personaggi di un’altrettanta illustre casata seppe ben tener testa.


 © rosalia de vecchi

sabato 18 gennaio 2014

Sofia Vasilyevna Kovalevskaya, la matematica russa, che fu la prima donna nel mondo ad ottenere una cattedra universitaria


Vasilyevna Kovalevskaya



Se la bolognese Laura Bassi fu la prima donna in Europa ad ottenere di essere docente universitaria e nel 1776 finalmente, dopo anni d' intensa attività di ricercatrice nell'ambito delle scienze matematiche, fu riconosciuta dal senato bolognese idonea ad insegnare Fisica, la matematica russa Sofia Vasilyevna Kovalevskaya fu la prima donna nel mondo ad ottenere una cattedra universitaria: trasferitasi con la figlia in Svezia dopo la morte del marito , avvenuta nel 1883, qui, all'Università di Stoccolma ottenne la cattedra di matematica, con l'obbligo di tenere le lezioni in tedesco per il primo anno di insegnamento e in svedese per l'anno successivo.
Sofia Vasilyevna Kovalevskaya, che oltre ad essere una matematica, fu anche un'interessante scrittrice ed anche un'attivista politica, nacque a Mosca, il 15 gennaio del 1850 da nobile famiglia. La passione per gli studi scientifico-matematici la ereditò senza dubbio dalla famiglia paterna, infatti sia il nonno che il bisnonno avevano acquistato fama l'uno perché un abile matematico, l'altro per i suoi appassionati studi di astronomia. Indubbiamente la piccola Sofia visse in un ambiente familiare che univa all'aristocrazia di casta il grande valore della cultura: aveva otto anni quando ebbero inizio i suoi studi matematici. Ma questo non ci stupisce, se pensiamo che molte altre donne che poi si resero famose per cultura e personalità cominciarono i loro studi, anche matematici a volte, a questa età e se consideriamo che gli studi matematici, in molti sistemi pedagogici, sono previsti come insegnamento che accompagni l'uomo fin dall'inizio, nel suo processo educativo e culturale. Ci stupisce invece la precocità del suo intelletto e la curiosità appassionata che la piccola Sofia manifestò presto, come lei stessa ci racconta nei suoi diari, Souvenirs d'enfance, in cui la scrittrice racconta che la prima volta che con la sua famiglia si era trasferita in campagna, mancando la carta da parati per la camera da bambini, questa fu in parte rivestita con dei fogli litografati sul calcolo differenziale e integrale. Sofia, attirata da queste immagini, trascorreva ore a cercare di decifrare queste formule misteriose ed incomprensibili.
Era appena una diciottenne, quando, come sempre accadeva ai suoi tempi, sposò Vladimir O. Kovalevskjj con un matrimonio combinato. Egli era pure era un giovane studioso: un paleontologo. I due giovani sposi si trasferirono allora in Germania, ad Heidelberg, dove avrebbero intrapresero studi universitari. Nè Sofia avrebbe potuto farlo da sola, poiché ai suoi tempi non le sarebbe stato concesso se non accompagnata dal consenso del padre o del marito. Intorno al 1870 Sofia e il marito si trovavano a Berlino, quando il professor Karl Veierstrass, essendo rimasto assai colpito dalla genialità dei suoi studi matematici , la volle sua collaboratrice, così mentre la sua attività culturale la portava a Parigi, a Gottinga e uscivano le sue prime pubblicazioni, nel contempo lei si preoccupava di liberare amici rivoluzionari e si schierava sui fronti di opposizione.
Era il 1875 quando venne pubblicato il suo Teorema di Cauchy-Kovalevski.
Pochi anni dopo, nel 1881, Sofia ottenne l'ambito titolo di membro della Società Matematica di Mosca. Ritornata in Germania, mise alla luce la sua unica figlia,ma poco tempo dopo, al suicidio del marito, entrambe si trasferirono in Svezia, dove Sofia cambiò anche nome, assumendo quello, peraltro assai simile, di Sonya Kovalevsky.
Durante il periodo della sua attività accademica, le furono tributati titoli onorifici di grande rilievo quali, nel 1888, il Prix Bordin dall'Accademia delle Scienze di Parigi e, l' anno seguente, il titolo di Accademico dell'Accademia delle Scienze di Russia, di cui era già stata eletta membro, e, nel medesimo anno ricevette il Premio della Reale Accademia di Svezia.
Era nata nel gennaio del 1850 a Mosca, morì nello stesso mese di gennaio, il 19 del 1891 a Stoccolma: una polmonite aveva stroncato prematuramente la sua ancor giovane vita e la sua preziosissima attività di matematica.
La sua attività negli studi scientifico-matematico ebbe come oggetto: la teoria della rotazione di un corpo rigido,che la condusse a scoperte molto significative che dovevano poi influire sugli studi successivi; il problema di Cauchy; il problema di Laplace e gli anelli di Saturno, ....... Non c'è da stupirsi che eminenti scienziati si occuparono dei suoi studi e ne trattarono nei loro libri.
Ma anche la sua attività letteraria merita un cenno: qui non conquistò titoli nè ambite onoreficenze, ma conquistò i lettori per la sua indole viva e appassionata, l'aspirazione, comune al cuore umano, all'esperienza dell'amore, per il sospiro sommesso ma pur scaturito dalle profondità di un animo sofferente... per la solitudine, la disillusione... i momenti d'infelicità....ma anche le gioie e le speranze! Ce la raccontano affabile e sorridente, cordiale, sensibile, acuta e portata alla riflessione, dotata di creatività e passione artistica.
Ci ha donato, tra le sue migliori opere, Il diario di George Eliot, il diario dell'infanzia... le memorie della rivolta polacca ....e poesie ....
I Russi le hanno dedicato dei film, che raccontano la sua vita ...
Sulla superficie della Luna c'è un cratere a lei dedicato dal nome:cratere Kovalevsakaya.


© rosalia de vecchi


Sophie Germain, matematica e scienziata

Il pittore Auguste Eugene Leray è  l'autore  di questo dipinto di Sophie a 14 anni

Sophie Germain


Sophie Germain si colloca nel gruppo delle grandi matematiche della storia del passato ed il suo nome è da accostare, per l'importanza ed il valore degli studi da lei condotti, a quello di altre eminenti personalità femminili, che si sono distinte nel campo scientifico-matematico, quali la stessa Ipazia, Maria Gaetana Agnesi, Laura Bassi, Emilie du Chatelet, Sofia Vasilyevna Kovalevskaya.
Nata a Parigi il 1° aprile del 1776 da famiglia ricca e all'avanguardia per i suoi ideali di libertà, Sophie è ricordata ancor oggi non solo per il contributo dato all'evoluzione degli studi matematici, ma anche come simbolo significativo della lotta femminista per l'abbattimento dei pregiudizi e degli ostacoli socio-culturali nei confronti della donna e della sua carriera professionale.
E' sempre molto interessante, quando si affronta la conoscenza dell'iter biografico di un'individualità, poter rilevare alcuni significativi rapporti esistenti tra la realizzazione del destino di questa e gli influssi derivanti dall'ambiente di formazione. Così, anche nel caso di Sophie, non è irrilevante che il padre, ricco commerciante, divenuto poi direttore della Banca di Francia e pertanto appartenente a quella classe borghese che, con la rivoluzione, volle far valere i propri diritti civili e politici, sia stato un rappresentante del Terzo Stato nell'Assemblea Costituente del 1789. Lei, infatti, animata dal medesimo spirito combattivo, lottò per parecchi anni prima di riuscire a veder riconosciuti i suoi talenti matematici all'interno delle istituzioni. E come altre donne della sua epoca perseguì il suo fine senza che alcuna esitazione ne frenasse l'impeto , senza che niente costituisse un ostacolo insormontabile al suo successo. La sua "Bastiglia" da espugnare furono gli ambienti accademici, per introdursi nei quali dovette persino fingersi uomo ed usare uno pseudonimo maschile, quello di Antoine-August Le Blanc. 
Sophie aveva 13 anni , quando scoppiò la rivoluzione e fu proprio quello stesso anno che scoprì la sua passione per la matematica. Come spesso accade, talvolta è un incontro che risveglia quanto giace nella nostra interiorità. Per Sophie l'incontro decisivo fu la lettura del racconto di Plutarco, contenuto in un libro per ragazzi, della morte di Archimede, durante l'assedio di Siracusa: « Ad un tratto entrò nella stanza un soldato e gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise. ». Sophie ne fu molto colpita, poiché pensava quanto grande dovesse essere stata la passione dello scienziato per la matematica da non avergli fatto badare a salvare la vita!
Da quel momento Sophie cominciò a studiare matematica, dapprima da sola, poi sotto la guida di maestri, i cui metodi però lei stessa riteneva inadeguati alle sue esigenze conoscitive, che non si limitavano certo a quelle di una comune signorina di buona famiglia! Lei affrontava già la lettura diretta delle opere di Newton e di altri matematici, opere che poteva reperire da sé nella biblioteca paterna.
Sophie era ormai giunta al punto di aver necessità di percorrere un iter di formazione superiore degli studi matematici e perciò doveva ad ogni costo abbattere ogni ostacolo si sovrapponesse a questa sua necessità: la scuola superiore di studi scientifico-matematici da pochi anni aperta a Parigi che lei avrebbe voluto frequentare non ammetteva l'ingresso alle donne, per cui decise d'iscriversi sotto pseudonimo maschile e così, pur non potendo frequentare i corsi, ottenne di poter avere e studiare le dispense. Dopo un certo tempo, fu notata per la qualità del suo lavoro, dall'eminente professor Lagrange, il quale, fortunatamente, non smise di apprezzarlo, quando lei dovette rivelargli la sua vera identità. Questo evento fu una nuova svolta nella sua vita di studiosa, poiché, sostenuta dal professor Lagrange, Sophie intraprese gli studi più complessi della teoria dei numeri. Aveva 18 anni quando iniziò questo lavoro che l'avrebbe portata a individuare il "numero primo di Sophie Germain" e che ancor oggi viene ritenuto il più importante dei suoi studi, insieme a quello sulla teoria dell'elasticità. In quello stesso periodo diede inizio al suo carteggio con Friedrich Gauss ed anche questa volta volle usare lo pseudonimo maschile, per esser certa di essere presa in seria considerazione dal prestigioso matematico. Si preoccupò di Gauss quando Napoleone entrò in Prussia e lo raccomandò ad un amico di famiglia, un generale, che "vegliasse" su di lui, e più tardi, quando finì per rivelare anche a lui la sua vera identità, ancora una volta fu sorpresa nel riceverne apprezzamenti ed incoraggiamenti. Il carteggio si concluse quando il matematico, ricevuta la cattedra di astronomia all'Università di Gottingen, forse perché troppo impegnato in altri campi di ricerca, non rispose più alle sue lettere e lei, non più sostenuta nelle sue ricerche sulla teoria dei numeri dallo scambio con lo studioso, abbandonò questo campo e si dedicò ad altro.
In quei primi anni dell'ottocento il fisico tedesco Ernst Florens Friedrich Chladni portava avanti il suo interessantissimo lavoro sulle lastre vibranti e incontrava anche lo stesso Napoleone, al cospetto del quale dava luogo alle sue affascinanti dimostrazioni sulle vibrazioni impartite a lastre di vetro ricoperte di sabbia finissima. L'Accademia delle Scienze indisse un concorso per cercarne una spiegazione e Napoleone avrebbe offerto un premio in denaro. Sophie vi partecipò tre volte e mentre le prime due volte i suoi calcoli contenevano alcune imperfezioni, per cui non le venne mai riconosciuto il lavoro, infine la terza volta ottenne il riconoscimento. Tuttavia non volle presentarsi alla premiazione, poiché riteneva, dopo il trattamento ricevuto nelle due prime esperienze, un non apprezzamento adeguato al merito. Il suo lavoro sull'argomento, Memoria sulle vibrazioni delle piastre elastiche, è considerato un testo di grande valore. Sophie avrebbe voluto continuare le ricerche in questa direzione, ma la commissione dell'Istituto di Francia non volle nemmeno prendere in considerazione il suo articolo, presa com'era dalla presenza al suo interno di studiosi quali lo stesso Laplace! L'articolo fu scoperto più tardi e fu pubblicato nel 1880.
Sophie aveva però vinto, alla terza prova, l'ambito concorso che la riconobbe, a soli 40 anni, una delle grandi matematiche del suo tempo! E, unica donna, venne accolta all'Accademia delle Scienze, dove poteva frequentare a suo piacimento le varie sessioni. A quel tempo un tal privilegio era riservato soltanto alle mogli degli scienziati che facevano parte dell'Accademia.
Questa donna, questa studiosa, questa matematica, anch'essa destinata, come Sofia Vasilyevna Kovalevskaya ad una breve vita, morì nel giugno del 1831 a Parigi per un tumore. Non si era mai sposata, il padre non aveva infatti "manovrato" la sua esistenza!
I suoi lavori di filosofia della scienza piacquero a Comte.
Anche col suo nome fu ribattezzato un luogo del cielo, individuato in un cratere di Venere!




© rosalia de vecchi

venerdì 17 gennaio 2014

Gabrielle Émilie du Châtelet ( matematica, fisica)




Gabrielle Émilie du Châtelet , ritenuta “ uno dei più grandi ingegni al femminile non solo del XVIII secolo ma anche di ogni tempo”, fu una matematica, una fisica, una scrittrice e una traduttrice francese vissuta  a cavallo tra gli anni dell’assolutismo di re Louis XIV e l’inizio dell’epoca dei lumi; tradusse le opere di  Newton e di Leibniz, contribuendo alla diffusione e alla conoscenza delle loro teorie e lei stessa portò avanti ricerche nel campo matematico-scientifico e dimostrò che l’energia di un corpo in movimento è proporzionale alla sua massa e al quadrato della velocità, quando fino ad allora si era pensato che fosse direttamente proporzionale alla velocità. Fu amata da Voltaire, il quale, poco dopo la sua morte, avvenuta nel 1749, scrisse ad un’amica comune: “Je n'ai pas perdu une maîtresse mais la moitié de moi-même. Un esprit pour le quel le mien semblait avoir été fait. (non ho perduto un'amante ma la metà di me stesso. Un'anima per la quale la mia sembrava fatta).
Gabrielle Émilie Le Tonnelier de Breteuil, marchesa du Châtelet nasce a Parigi il 17 dicembre 1706 da una famiglia di  alto lignaggio: il padre svolge incarichi molto importanti presso la corte dello stesso Re Luigi XIV. I quadri che rappresentano membri della famiglia, con i loro palazzi e giardini lussuosi, ne sono una testimonianza. Gabrielle, dunque, fin da piccola vive in una situazione di privilegio, che le consente di ricevere un’educazione molto approfondita sia nel campo delle conoscenze letterarie e linguistiche che in quello matematico-scientifico, cosa questa, a quel tempo, assai rara per le fanciulle, persino quelle appartenenti agli strati privilegiati. Infatti, proprio durante il regno di Luigi XIV viene fondata la prima scuola statale per ragazze, l’Institut de Saint-Cyr, destinato a preparare le future mogli della nobiltà , ma  non è previsto lo studio della fisica o delle scienze naturali, poiché in generale alle donne non vengono riconosciute capacità per affrontare studi scientifici. Mentre si dedica con serietà e approfondimento ai suoi studi, Gabrielle, fin dall’età di sedici anni, frequenta la vita di corte con le sue mondanità e le sue frivolezze e presto si manifesta versata anche alla musica, alla danza e al teatro, arti alle quali si dedica con interesse e gusto raffinato. Continuerà a coltivare lo studio durante tutta la sua breve vita anche attraverso il confronto con uomini di genio nel campo scientifico, quali Clairaut, Eulero, König, Réaumur., Bernoulli, Buffon..... A 19 anni sposa il marchese Claude du Châtelet, da cui ha  tre figli. Un matrimonio come tanti a quei tempi non d’amore ma di censo, nonostante il quale Gabrielle vive con libertà le sue relazioni sentimentali, tra cui quella con il duca di Richelieu. Ma il legame più importante è quello con Voltaire. Con lui, che, nel frattempo, a causa dei suoi ultimi scritti dalle ormai manifeste, persino alla corte, idee politiche, era stato condannato all’arresto, Gabrielle si trasferisce nel suo castello di Cirey, nella Champagne. Qui, accoglie Voltaire, inizialmente, come ospite pagante suo e del marito e dopo poco è proprio il filosofo che fa restaurare a proprie spese il castello, che risale al XIII secolo ed è ormai in rovina. Qui Gabrielle e François-Marie, che pur vivono in appartamenti separati, cominciano gli anni più felici della loro vita. Nell’isolamento e la pace del luogo, essi studiano, scrivono, ricevono ospiti…. Da un appartamento all’altro si stende un ampio salone adibito a laboratorio di fisica e di chimica con fornaci, telescopi, prismi, bilance… Nel castello vien fatto costruire un teatro, perché a Voltaire piace recitare, soprattutto nelle sue tragedie, e Gabrielle, lui dice, è un’attrice eccellente, che possiede anche una “voix divine”, per cui spesso si cantano opere e si danno spettacoli di burattini e di lanterna magica allietati dalla verve comica dei commenti dello stesso filosofo. Ma François-Marie è vanitoso prodigo permaloso, Gabrielle talora avara arrogante e persino crudele e i due spesso litigano, ma sono nuvole passeggere. Lui le dedica più di cento poesie d’amore e le regala gioielli, tra cui un anello con inciso il proprio ritratto; lei dice di non potergli stare lontana due ore senza soffrirne. Stupisce forse che il loro amore non venga  tenuto nascosto, anzi viene messo in mostra, ma questa è un’epoca in cui alle classi privilegiate, i cui matrimoni avvengono per motivi di convenienza, viene riconosciuta la libertà delle proprie esperienze amorose, che vengono tollerate quali eventi “normali”. Anzi, la coppia, che per le qualità intellettuali di ciascuno, gode grande fama e popolarità, accoglie nella propria dimora, peraltro corredata da una biblioteca eccezionale di ben 21.000 titoli, un numero da università a quel tempo, numerosi ospiti. Lei è profondamente attratta dallo studio scientifico e fa pressione affinché anche lui si dedichi di più agli studi scientifici. Approfondisce la matematica e la fisica e per questo prende lezioni da  Maupertuis, suscitando forse la gelosia di Voltaire che disputa con lui a Berlino. Lei legge i classici latini, il Tasso, i filosofi inglesi  Locke e Newton, discute in italiano con Algarotti, suo ospite. Scrive il suo famoso ed originale Traité de la bonheur, dove analizza le  basi della felicità, rintracciandole nella salute, nell’’amore, nella virtù, in una ragionevole intemperanza e nella ricerca del sapere. Vi afferma che “di tutte le passioni, è l’amore del sapere che più contribuisce alla felicità poiché è quella che meno ci fa dipendere dagli altri.” Nondimeno, vi definisce l’amore come “la più grande di tutte le buone cose che siano alla nostra portata,la sola alla quale si dovrebbe  sacrificare persino il piacere dello studio. L’ideale sarebbe che due persone fossero attratte l’una dall’altra al punto che la loro passione non si raffreddasse mai e mai si saziasse. Ma una così perfetta armonia tra due esseri è insperabile. Di cuori capaci di un tal amore, di anime così tenaci e così affettuose ne nascono sì e no una ogni secolo.”. Pubblica nel 1737 gli Elements de la philosophie de Newton, con la prefazione di Voltaire , allo scopo di far pervenire ad un pubblico più vasto, ed anche meno informato nel campo delle conoscenze scientifiche, l’opera dello scienziato inglese e tre anni dopo pubblica le Institutions de phisique che fanno di lei la divulgatrice del pensiero di Leibniz in Francia. Scrive la Dissertation sur la nature et la propagation du feu, uno scritto polemico nei confronti delle proteste a lei dirette dal De Mairan, che rifiuta le sue critiche alla propria opera.    Traduce in francese, dal latino, i Principia di Newton e vi aggiunge un commentario dove espone la soluzione di problemi connessi con l’attrazione newtoniana. La traduzione, che fu pubblicata  anni dopo la sua morte, è tuttora l’unica traduzione in francese dell’opera di Newton ed è per questa traduzione che Voltaire afferma: "si sono avuti due prodigi: uno che Newton abbia scritto tale opera e l’altro che una donna l’abbia tradotta e l’abbia spiegata". Scrive “Exposition abrégée du systém du monde, che Voltaire giudica superiore ai propri Eléments de la philosophie de Newton.  Tra i suoi numerosi scritti, dei quali anche altri saranno pubblicati dopo la sua morte, vi sono: il saggio sull’ottica, intitolato De la formation des coleurs, la Réponse à une lettre diffamatoire de l’abbé Desfontaines, alcuni capitoli di una Grammaire raisonnée. Trascorso un decennio, di cui lei stessa dice: “ Fui felice per dieci anni nell’amore di uno che aveva  conquistato l’anima mia….Quando l’età e la malattia ebbero scemato il suo affetto, passò molto tempo prima che me accorgessi…..Ho perduto questa felicità…”, Émilie e François- Marie si allontanano l’uno dall’altra . Nel 1746 Émilie incontra il poeta Saint Lambert, di dieci anni più giovane di lei, dal quale si sente fortemente attratta, malgrado la superficialità dei sentimenti di lui nei propri confronti. Una gravidanza in un’età per i suoi tempi rischiosa si conclude con la  tragica  della figlioletta appena nata e sei giorni dopo della sua morte a soli 43 anni. Voltaire è  a Lunéville, al suo capezzale. E’ il 1749.
Emilie di Chatelet, una donna dalla cultura poliedrica, non fu risparmiata anche lei  da critiche e pregiudizi in quanto donna. Lei stessa, nel famoso Traité de la bonheur ( Discorso sulla felicità), mette in evidenza la disparità dei sessi: la maggiore libertà concessa agli uomini e le possibilità negate alle donne. Si era già alle soglie del secolo dei lumi, Gabrielle Émilie volle e poté esercitare la propria libertà, ma, paradossalmente, intorno a sé sussistevano i pregiudizi sul sesso femminile di sempre.

Manoscritti autografi, dipinti, costumi, oggetti preziosi e strumenti scientifici,forniscono materiale di esposizioni che vogliono ricordare questa geniale scienziata dell’Illuminismo, ma anche donna coraggiosa e indipendente. La bibliografia su di lei annovera vari autori francesi italiani inglesi. Oggi esiste un  Institut Émilie du Châtelet per lo sviluppo e la diffusione delle ricerche sulle donne.

© rosalia de vecchi

Maria Gaetana Agnesi ( matematica e... benefattrice!)



«Stupitevi piuttosto, che con saper profondo
Prodotto abbia una donna un sì gran libro al mondo.
È italiana l’autrice, signor, non è olandese,
Donna illustre, sapiente, che onora il suo paese;
Ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi,
Ammirasi il gran libro, e studiasi da noi»
[Goldoni, 1827, pp. 230-231]

Era il 1756: a Milano Carlo Goldoni rappresentava per la prima volta la commedia “Il medico olandese”, nel cui testo si leggono i versi cui sopra, dedicati “all’autrice d’un certo libro italiano/ che tratta delle Analisi.”
L’autrice è Maria Gaetana Agnesi; il “certo libro italiano” sono Le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana, stampate in due volumi nel 1748 a Milano e dedicate all'imperatrice Maria Teresa d’Austria. Si tratta  di un manuale d’introduzione all’algebra, alla geometria cartesiana e al calcolo infinitesimale; manuale che fu l’unico testo di riferimento in materia durante tutta la seconda metà del settecento nell’intera Europa, e che rese famosa la donna che per prima si preoccupò di compilare un  testo completo e dettagliato ma nel contempo semplice e chiaro, che introducesse i principianti allo studio della matematica. Tutta Europa applaude alla giovane matematica: l’Accademia Reale di Francia giudica la sua opera di grande valore per le esposizioni molto avanzate, l’imperatrice ringrazia l’autrice con un anello di brillanti, che le invia custodito in un prezioso cofanetto e il Papa le fa pervenire, insieme alle sue “santissime benedizioni”, ricchi doni. Goldoni, con i suoi versi, esprime non solo la propria, ma anche la voce dell’intero  mondo del teatro, che anch’esso vuole aggiungersi al coro delle lodi provenienti dal mondo della cultura e dei potenti. Primo lavoro sistematico nel campo suddetto, aggiornato delle nuove teorie e corredato di procedimenti nuovi per quanto riguarda la soluzione delle equazioni differenziali,  le Instituzioni furono presto tradotte in inglese da John Colson professore di matematica a Cambridge con il titolo Analytical Institutions e furono pubblicate postume mentre  solo il secondo volume di esse fu tradotto in francese col titolo Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul integral da P. T. D’Antelmy in collaborazione con Charles Bossut, traduzione pubblicata a Parigi nel 1775. Il trattato fu considerato anche come la migliore introduzione ai lavori di Eulero e contribuì alla divulgazione delle idee e delle scoperte di  Newton e di Leibnitz, che ai suoi tempi erano ancora poco conosciuti. Inoltre, in questo suo manuale, Maria Gaetana Agnesi tratta una curva, la curva “versiera”, che ancora oggi è nota e studiata col nome di “curva di Agnesi”.  Nella lingua inglese è detta la “Witch of Agnesi”( la strega di Agnesi, da cui la curva avversiera)  così chiamata probabilmente per un errore di traduzione del Colson.  La curva d’Agnesi, però, non fu una sua scoperta,  ma fu una scoperta di Guido Grandi, che la chiamò “curva con seno verso” da cui “curva versiera”. È  interessante ricordare che, nell’anno 2003, sulla curva d’Agnesi è stato impostato uno dei problemi degli Esami di Stato per il Liceo Scientifico.**************
Maria Gaetana Agnesi nasce  a  Milano il 16 maggio 1718. E’ la prima di 21 figli. La sua è una famiglia le cui ricchezze derivano dalle attività legate all’industria della seta. Il padre è professore di matematica all’Università di Bologna. Maria Gaetana trascorre i suoi primissimi anni di vita in un ambiente in cui la cultura occupa un posto di primo piano e lei stessa si rivela presto una bambina prodigio, dotata di intelligenza eccezionale. Fin da soli cinque anni, per volere paterno, sotto la guida di eminenti maestri, apprende il latino, il greco, l’ebraico… il francese, lo spagnolo, il tedesco… dimostrando una spiccata inclinazione per l’apprendimento delle lingue, infatti, tra i cinque e i nove anni completa la sua educazione linguistica tanto da padroneggiare tutte le lingue, antiche e moderne, imparate fino ad allora.  Nel frattempo completa anche gli studi matematici, che, già fanciulla domina perfettamente. La sua casa è frequentata da uomini di cultura e Maria Gaetana, adolescente, partecipa già alle discussioni di filosofia e di matematica, nonostante la sua natura timida e riservata. Il contributo da lei stessa dato agli approfondimenti degli studi matematici  rende la casa paterna uno dei salotti più famosi ed interessanti di Milano.       Ed è ancora per volere del padre che nel 1738 vengono pubblicate le Propositiones Philosophicae, una raccolta cioè di 191 tesi, basate sulle discussioni intorno a problemi di logica,botanica, cosmologia, ontologia, meccanica, pneumatologia, svoltesi in casa sua. E’ in questi scritti che Maria Gaetana afferma la necessità dell’istruzione delle donne.
Una svolta importante  nella sua vita  è costituita dalla perdita prematura della madre. Maria Gaetana si ritira dalla vita pubblica e, per sua libera scelta, assume la direzione della famiglia e dell’educazione dei fratelli di lei più giovani, senza pertanto abbandonare né trascurare i propri studi, ma se mai prendendosi cura anche di quelli dei fratelli. Maria Gaetana, che oggi noi ricordiamo non solo per le sue rare qualità matematiche ma anche per la sua generosa opera di benefattrice, si era sentita chiamata alla vita religiosa e aveva chiesto al padre di poter entrare in convento, ma la vita ora  le pone  innanzi un compito insospettato, cui lei non  volge le spalle:  nonostante il successo e la stima conseguiti  già così giovane, preferisce interrompere la frequenza di salotti intellettuali e rifugiarsi nell’approfondimento dell’algebra e della geometria. La sua anima è tranquilla, come lei stessa afferma, e il suo interesse matematico la conduce ad analizzare il Traité Analytique des Sections Coniques del marchese de L'Hôpital, della quale stende un commento, che non sarà però mai pubblicato. Nel 1750 sostituisce il padre nell'insegnamento della matematica all'Università di Bologna; ma quando, dopo la morte del padre, avvenuta nel 1752, papa Benedetto XIV  acconsente che Maria Gaetana ricopra ufficialmente la cattedra, lei rifiuta e si ritira dalla vita pubblica per dedicarsi interamente ai suoi studi , all’istruzione dei fratelli e degli stessi domestici e, finalmente anche, ai poveri e agli ammalati. Agli studi matematici unisce lo studio approfondito delle Sacre Scritture. La sua casa si trasforma in un piccolo ospedale, in cui lei stessa cura le donne ammalate ed inferme alle quali dà rifugio.  Vende uno dopo l’altro tutti i suoi beni e chiede l’aiuto e il contributo di conoscenti, di personalità autorevoli, di opere pie  per poter mandare avanti la sua opera, quando ecco che il principe Don Antonio Tolomeo Trivulzi la fa oggetto di una donazione e lei può ora finalmente fondare il Pio Albergo Trivulzio. Sollecitata dal Cardinale Giuseppe Pozzobonelli, diventa prima Visitatrice e Direttrice delle donne,specialmente inferme,poi, trasferitasi direttamente nell’Albergo, ne diventa Direttrice e lì vive il resto della sua vita. Tiene lezioni di catechismo e continua a studiare i testi sacri, diventa così teologa, cui persino il cardinale Pozzobonelli si rivolge per consiglio. Rifiuta invece, in questi anni, di fornire la sua consulenza su testi e questioni di ordine scientifico, dicendo che le sue “occupazioni” le impediscono di averne il tempo. Dopo ventisei anni di attività al Trivulzio, il 9 gennaio dell’anno 1799, Maria Gaetana Agnesi muore a Milano. 
Tra i giudizi e le opinioni su Maria Gaetana Agnesi amiamo qui riportare i seguenti:  fu detta un «enigma psicologico», di lei si disse che era una donna dal «meraviglioso conversare in argomenti tanto astratti». Si racconta che Pietro Verri abbia detto che «ritrovava spesse volte nei sogni la soluzione dei problemi più ardui e l’invenzione de’ metodi più semplici ed eleganti»…

 La sua mente matematica, un enigma psicologico, trovò dunque nei sogni le risposte agli enigmi posti dai problemi più ardui! E l’enigma fu capace di sciogliere enigmi! 
© rosalia de vecchi