martedì 12 aprile 2016

una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale.


LA GUERRA DEL DESERTO



All’inizio della guerra, gli alleati (Francesi ed Inglesi) ritenevano che per loro sarebbe stato più utile lanciare un’offensiva contro l’Italia piuttosto che contro la Germania, in Africa settentrionale, infatti la colonia italiana di Libia era chiusa tra i Francesi in Tunisia e gli Inglesi in Egitto. La caduta della Francia, nel giugno del 1940 fece svanire questa prospettiva. Ora che la marina francese era fuori causa, la flotta inglese, da sola, era troppo debole per dominare tutta la rotta mediterranea da Gibilterra all’Egitto. L’importanza del Medio Oriente era data dal petrolio del Golfo Persico. La sua perdita avrebbe costretto la Gran Bretagna a dipendere dal petrolio americano, che andava pagato in dollari.
La minaccia più diretta e grave al petrolio era rappresentata dall’esercito italiano di Libia forte di trecentomila uomini; e il posto più adatto per pararla era l’Egitto. Gli Inglesi possedevano il porto di Alessandria, che era la base della flotta e controllavano il Canale di Suez, che costituiva l’uscita di emergenza; ma dal punto di vista della strategia terrestre l’Egitto bloccava le strade che portavano sia al Golfo Persico sia alla Turchia. Conservando l’Egitto si tenevano i nemici fuori dalla porta dei giacimenti petroliferi del golfo. Tutta la campagna nordafricana dal 1940 al 1943 scaturì dunque dalla necessità di difendere i giacimenti petroliferi del Golfo Persico.
La zona desertica in cui furono combattute le battaglie del 1940-1942 si estende per circa 650 km, da El Alamein a est a Derna a ovest. Gli eserciti si combattevano nella monotona distesa di sabbia e sterpaglia, cui era necessario fare affluire viveri, rifornimenti ed acqua. Lunghe colonne di camion, da un punto all’altro, sostenevano le truppe combattenti mentre depositi e acquedotti provvisori erano esposti alle forze corazzate nemiche. La campagna del deserto fu un episodio unico nella storia del conflitto: fu la guerra nella sua espressione più pura, senza la presenza di civili e di centri abitati se non lungo la costa.
Appena l’Italia entrò in guerra, l’11 giugno 1940, puntate offensive e imboscate sul suo territorio libico affermarono subito la superiorità degli Inglesi. Il comandante italiano era il maresciallo Rodolfo Graziani, che Mussolini incitava ripetute volte ad avanzare, mentre lui era riluttante, perché voleva prima raccogliere scorte sufficienti. Era sua intenzione marciare sul delta del Nilo. Ma Graziani non arrivò mai, invece furono gli Inglesi a preparare l’offensiva. Il primo ministro inglese Winston Churchill, benché la Gran Btretagna fosse minacciata dall’invasione tedesca, volle rischiare d’imbarcare truppe per il Medio Oriente. In quei giorni in Africa Orientale il Duca d’Aosta e le sue truppe furono tagliati fuori dai rifornimenti e da ogni possibilità di soccorsi e di rinforzi dall’Italia. Gli Italiani, in Africa, avevano carri armati che non erano un gran che, ma i pezzi di artiglieria erano il doppio di quelli inglesi. Durante quelle battaglie furono presi ben 38.000 prigionieri italiani, oltre i caduti e le armi venute in possesso del nemico. Di battaglia in battaglia, una campagna cominciata come un piano di difesa dell’Egitto ( da parte degli Inglesi) puntava adesso alla distruzione della potenza italiana prima in Africa e poi forse sul territorio nazionale. Ma la situazione cambiò quando il 12 febbraio 1941 arrivò a Tripoli il tenente generale Erwin Rommel, soprannominato poi “la volpe del deserto”, che molto prima che lo stesso comando supremo tedesco avesse mai immaginato, attaccava gli Inglesi con rapidità e agilità sbalorditive e di vittoria in vittoria si fermò subito dopo la frontiera egiziana solo perché aveva esaurito le scorte.
Da quel momento in poi il duello con Rommel nel deserto occidentale avrebbe sempre più affascinato gli Inglesi, e in special modo il primo ministro Churchill. Il deserto occidentale era il solo posto in cui l’impero britannico potesse battersi con la Germania su un fronte terrestre e si voleva riportare una grande vittoria sulle forze corazzate di Rommel. Per gli Inglesi le prospettive non erano buone: il loro esercito aveva cominciato ad addestrarsi nelle moderne tecniche della guerra corazzata con cinque anni di ritardo rispetto ai Tedeschi e non aveva perciò la loro esperienza operativa. Winston Churchill continuava ad esortare i comandanti ad attaccare, senza capire fino in fondo la fragilità dell’esercito. I primi insuccessi degli Inglesi furono dovuti alla superiorità tattica dei Tedeschi e alla inesperienza inglese; gli Inglesi, per esempio, caricavano secondo lo stile dell’antica cavalleria, mentre i Tedeschi restavano sulla difensiva, attirando il nemico davanti alle loro batterie anticarro. A poco a poco l’ostinazione inglese ebbe ragione del nemico e costrinse i Tedeschi a ripiegare. Ma l’ attacco giapponese facendosi sempre più violento, due divisioni inglesi dovettero abbandonare l’Africa per correre in aiuto agli americani; Rommel ne approfittò dando prova ancora una volta della sua tempestività e agilità, sbaragliando la nuova divisione appena arrivata dalla Gran Bretagna. Con il bluff e il rischio Rommel, la volpe del deserto, avanzò di vittoria in vittoria, tanto che la disfatta inglese sembrava ormai certa. Rommel entrò in Egitto e l’Egitto stesso e tutte le posizioni inglesi nel Medio Oriente sembravano minacciati dalla catastrofe
Comandante in capo dell’ Africa Korps, il corpo di spedizione tedesco in Africa settentrionale, Rommel si spinse con alterna fortuna fino ad El Alamein. La sua cavalleresca condotta di guerra venne riconosciuta anche dagli avversari.
Ad El Alamein, una prima battaglia ebbe uno svolgimento molto fluttuante: essa fu infatti soprattutto un scontro di volontà di due generali. In questa prima battaglia furono impiegate anche le forze della fanteria italiana. Contro di loro furono sferrati in pochi giorni ben sei attacchi, tanto che Rommel per scongiurare il collasso completo del fronte, fu costretto a far scendere nel campo anche le sue ultime riserve di Tedeschi. I contrattacchi britannici furono anch’essi un fallimento, perché la fanteria britannica veniva massacrata dalle truppe corazzate tedesche, dato che i carri armati inglesi non intervenivano in tempo e dato che le condizioni delle comunicazioni radio erano pessime.
Anche se Rommel non fu costretto alla ritirata, la prima battaglia di El Alamein aveva salvato l’Egitto e il Medio Oriente.
Fu quella una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale.
Nel frattempo i governi inglese e americano avevano preso una importante decisione strategica. Invece di tentare l’invasione della Francia nel 1942, impresa che appariva disperata con le truppe e i mezzi disponibili allora, gli alleati sarebbero sbarcati nell’Africa settentrionale francese e avrebbero liberato tutta la costa africana del nord. Ciò avrebbe reso tranquillo al traffico alleato il Mediterraneo e nello stesso tempo accontentato Stalin con l’apertura di un secondo fronte. Con l' occupazione dell’Algeria e della Tunisia  il contesto della guerra nel desertomutò. Lo stesso Churchill si recò al Cairo per incontrarsi con il capo dello stato maggiore. Essendo stato abbattuto l’aereo che riportava il generale inglese al Cairo ed essendo questi morto, per una strana coincidenza del destino, fu nominato generale Montgomery, uomo di leggendaria eccentricità e di intransigente professionismo. Non aveva mai avuto comandi sul campo, non aveva mai avuto ai propri ordini masse di forze corazzate, ed era nuovo al deserto, ma aveva una brillante chiarezza di idee e una visione molto realistica delle possibilità di uomini e di truppe; aveva inoltre una capacità ineguagliabile di ridurre le questioni più complicate ai loro elementi più semplici. Egli seppe valutare con cura la situazione bellica, seppe organizzare le strategie adatte ad affrontare il nemico e nella seconda battaglia di El Alamein riuscì a sfondare il fronte nemico fino a giungere a Tripoli.

Il 23 ottobre del 1942, allorché l’ VIII armata del generale Montgomery iniziò l’offensiva da El Alamein, si iniziò il nuovo corso della guerra.

 rosalia de vecchi

martedì 5 aprile 2016

Adrienne Lecouvrieur, la più grande attrice del settecento


Beaux-Arts, Châlons-en-Champagne.


Adrienne Lecouvrieur, la più grande attrice del settecento

Non era bella né regolare di lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile grazia di portamento e di modi, affascinava con la straordinaria musicalità della sua voce, con il lampo di fuoco dei suoi occhi scuri e con l’espressione mutevole del suo volto. Tutto nel suo muoversi esprimeva la sua personalità o, sulle scene, quella del personaggio che interpretava.
Scelse di non aderire a quel tipo di recitazione solenne e alquanto declamatoria delle attrici che l’avevano preceduta ma di mantenersi naturale sia nella parola che nelle movenze e restò assai ferma e scrupolosamente attenta nel badare ad articolare le parole molto bene e in modo che la sua voce venisse sentita fin negli angoli più lontani.



Nella Parigi della fine del 18° secolo il teatro ebbe un posto di primo piano. Persino la frequentazione dei salotti letterari era subordinata a quella dei teatri.
Voltaire diceva a Marmontel nel 1745: “Il teatro è la carriera più affascinante di tutte; qui puoi ottenere in un solo giorno gloria e fortuna, basta un solo successo a rendere un uomo ricco e celebre.” .
Egli, infatti, amò molto il teatro tanto che, durante la sua convivenza con Émilie du Châtelet nel castello di Cirey, nella Champagne, se ne fece costruire uno dove rappresentare le sue opere e dove poter far recitare Emily, ch’egli riteneva attrice eccellente, dotata di una “voix divine”.
Dappertutto, anche in provincia, vi erano teatri. I ricchi avevano teatri privati. Ma Parigi era il centro più vivace, dove il Théâtre-Français con la Comédie-Française , il Théâtre des Italiens e l’Opéra Comique, oltre che l’Opéra del Palais- Royal, erano sempre affollati : i privilegiati in comode poltrone ed eleganti palchi, il pubblico comune in piedi nello spazio oggi chiamato platea.

Nonostante la passione e l’entusiasmo per il teatro, la condizione degli attori, migliorata socialmente ed economicamente in seguito all’interesse per il genere dimostrato dai nobili e dallo stesso re, non era migliorata nei confronti della Chiesa, che si irrigidiva nei suoi pregiudizi negativi continuando a vedere nella loro attività una fonte di esempi scandalosi e che infatti li scomunicava, così che essi morendo non potevano ricevere sepoltura in terra consacrata, vale a dire in nessun cimitero di Parigi.
Voltaire si batté molto per rivendicarne i diritti, ma con scarso successo.
L’assurdità di questa situazione era che, mentre lo stesso re ordinava loro delle commedie e li pagava anche bene, la Chiesa li scomunicava ipso facto. Voltaire a tal proposito scriveva: “…
il re comanda loro di recitare ogni sera, mentre le leggi ecclesiastiche impedirebbero loro di recitare assolutamente. Se non recitano vengono gettati in prigione, e se recitano vengono gettati nelle fogne.”.

Un esempio di questa contraddizione ci è fornito dalla vita e dalla morte della più grande attrice dell’epoca presa in esame: 
Adrienne Lecouvreur.


Nata il 5 aprile del 1692 presso Reims, da genitori di umile condizione, il padre era cappellaio e la madre lavandaia, a 10 anni Adrienne si trasferì con la famiglia a Parigi nei pressi del Théâtre-Français, dove spesso entrava e vi ammirava le attrici, che presto imparò ad imitare molto bene. A soli 14 anni si unisce ad una piccola compagnia filodrammatica formatasi nel quartiere, o forse da lei stessa creata, e cominciò ad esibirsi nei teatri privati.
La sua interpretazione di Paolina nel Poliuto di Corneille fu notata da Madame Du Guè, una dama dell’aristocrazia parigina, che la invitò nel suo palazzo, e qui la replica le ottenne un grandissimo successo, oltre che l’attenzione del maestro Le Grand che le diede lezioni di recitazione e nel contempo le procurò un posto in una compagnia che recitava a Strasburgo.
Così, per una decina d’anni, di tournée in tournée, interpretò svariate parti nei teatri di provincia; commosse la giovane sposa di Luigi XV quando recitò in presenza sua e del re.
Nel maggio del 1717 debuttò con grande successo alla Comédie Francaise. Vi rimase attrice fissa per tredici anni, durante i quali si esibì con successo in 1184 rappresentazioni. Ne divenne la signora indiscussa.
Come spesso accade, per questo ebbe nemiche diverse attrici della Comédie, gelose del suo successo; tra cui la Duclos.
Unendo alla bravura eleganza e raffinatezza, riscuoteva molta ammirazione ed era assai richiesta nei salotti di Parigi. Non era bella né regolare di lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile grazia di portamento e di modi, affascinava con la straordinaria musicalità della sua voce, con il lampo di fuoco dei suoi occhi scuri e con l’espressione mutevole del suo volto. Tutto nel suo muoversi esprimeva la sua personalità o, sulle scene, quella del personaggio che interpretava.
Scelse di non aderire a quel tipo di recitazione solenne e alquanto declamatoria delle attrici che l’avevano preceduta ma di mantenersi naturale sia nella parola che nelle movenze e restò assai ferma e scrupolosamente attenta nel badare ad articolare le parole molto bene e in modo che la sua voce venisse sentita fin negli angoli più lontani.
Pur se la sua carriera fu breve, la Lecouvreur riuscì a portare una vera rivoluzione nell’arte della recitazione, sia per la profondità del suo sentire che per l’eccellente sua arte espressiva che la rese capace di portare sulle scene i diversi sentimenti dell’animo umano: la tenerezza, la passione, il pathos, il terrore…
Se questa sua scelta di stile fu giudicata come eccesso di modernismo da alcuni, fu anche, e di fatto, ispirazione feconda per numerosi attori che da lei e dal superamento della tradizione seppero condurre avanti un’evoluzione dell’arte drammatica.

La Lecouvreur mentre recita una pièce di Pierre Corneille, ritratta daAntoine Coypel.

Mirabile interprete dei grandi ruoli tragici, il pubblico e la critica vollero sempre vederla soprattutto ad essi connessa.
La contraddistingueva una dote piuttosto rara: quella di saper ascoltare gli altri con attenzione e comprensione.
Gli uomini, specialmente giovani, si innamoravano di lei. Qualcuno perdeva la testa per lei.
Molto bella la storia del conte d’Argental che a 85 anni scoprì la lettera da lei mandata a sua madre molti anni prima, quando, a causa del suo amore per Adrienne, questa temette che la chiedesse in sposa, e perciò decise di mandarlo in colonia. “ Gli scriverò qualsiasi cosa voi vorrete. Se lo desiderate non lo rivedrò più, ma non minacciate di mandarlo all’altro capo del mondo. Egli può essere utile al suo paese, può essere la gioia dei suoi amici, e dare a voi soddisfazioni e gloria; non avete che da indirizzare le sue capacità e lasciare agire le sue virtù.”.
Il conte d’Argental fu infatti consigliere del Parlamento di Parigi.
Questa attrice di spiccata personalità artistica fu anche una donna e, come tale, conobbe tutte le gioie e le esaltazioni dell’amore, ma anche tutti i suoi dolori e gli abbandoni: ebbe molti amori, fin da giovinetta! E dell’amore ebbe il frutto, divenendo madre a 18 e a 24 anni.
Fu molto amica di Voltaire, qualcuno dice: “più che amica”.
Di Voltaire recitò l’Edipo.
Il rapporto sentimentale che la coinvolse di più fu quello con Maurizio di Sassonia, con cui ebbe un legame duraturo ma finito con la lontananza e il tradimento di lui.
Maurice de Saxe, non ancora famoso per le sue vittorie militari, ma giovane bello e romantico, assisteva alle sue interpretazioni sceniche, se ne innamorò e le giurò eterno amore.
Lei ne accettò l’amore che ricambiò con pari ardore e vissero insieme anni di tenerezza e fedeltà tali che in loro gli amici videro le due tortore innamorate di La Fontaine.
Ma Maurice, già maresciallo di campo, aveva un sogno: crearsi un regno. Partiva e andava in Curlandia; da lui lontana, Adrienne rendeva sempre più brillante il suo salotto parigino, frequentato da uomini eccellenti che ammiravano e apprezzavano non soltanto il suo delizioso garbo ma anche la sua acuta intelligenza: Voltaire, Fontenelle, d’Argental, … e donne prestigiose.
Maurice tornò finalmente: sconfitto e… non più innamorato.
Ora i suoi ardori erano diretti verso altre donne: Luisa di Lorena, duchessa de Bouillon, che lo corteggiava senza ritegno.
Sulle scene, durante l’interpretazione della Fedra di Racine, Adrienne le indirizzò i versi:“ Non sono una di quelle donne sfrontate
Che, mantenendo nel delitto, una pace tranquilla,
hanno imparato a mostrare una fronte che non sa arrossire.”
Adrienne non molto tempo dopo fu informata da un abate pittore, Siméon Bouret, che due agenti mascherati di una dama di corte avevano tentato di persuaderlo a somministrarle del veleno in cambio di una lauta ricompensa.
Adrienne denunciò il fatto alla polizia, che trattenne l’abate fino a che lei stessa non scrisse una lettera nella quale ne chiese la liberazione.
L’abate, tuttavia, non ritrattò mai la sua dichiarazione.
Nel febbraio del 1730 l’attrice cominciò ad accusare disturbi sempre più frequenti di dissenteria.
Svenne anche durante una recitazione. Era il 15 marzo, quando, pur con pochissime forze, portò a termine l’interpretazione di Giocasta nell’Edipo di Voltaire.
Due giorni dopo fu a letto in preda ad un’emorragia mortale.
La Chiesa le rifiutò i sacramenti e la sepoltura in terreno consacrato.
Maurice non venne a salutarne la dipartita, ma Voltaire la tenne tra le braccia durante il trapasso ed un amico assoldò due portatori di torce per accompagnare le sue spoglie con una carrozza da nolo e inumarle clandestinamente lungo le rive della Senna.
In quel punto ora vi è la la rue de Bourgogne.
In quello stesso anno, 1730, l’attrice inglese Anne Oldfield venne sepolta con pubblici onori nell’Abbazia di Westminster.

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Voltaire scrisse un poema intitolato “la morte di mademoiselle Lecouvreur”, in cui dice che colei che aveva affascinato il mondo con la sua arte, era stata punita da un’indegna sepoltura ma, onorata dal suo canto e consacrata agli dei è divenuta ora un nuovo tempio.

© rosalia de vecchi

venerdì 1 aprile 2016

Glastonbury fu l'"isola di Avalon"?

Glastonbury fu l'"isola di Avalon"?



qui si pensa sepolto il grande re Artù

A 30 miglia a sud di Bristol, nella campagna del Wessex, nel Somerset, in Cornovaglia, si trova una piccola città di nome Glastonbury, meta molto frequentata di visitatori e di pellegrinaggi. Un tempo vi sorgeva la più grande ed antica abbazia costruita da monaci cristiani nei primi secoli dopo Cristo.




Di essa oggi restano solo alcune rovine e una torre di pietra, la Glastonbury Tor, privilegiato punto di osservazione, che si erge in tutta la sua verticalità nel mezzo di una delle verdissime colline di Mendip.



La leggenda dice che il primo a fondare un monastero in quest'area sud-occidentale dell'Inghilterra, dove la penisola di Cornovaglia si restringe, trent'anni dopo la morte di Cristo, sia stato Giuseppe d'Arimatea, il ricco commerciante che, come è detto nel Vangelo di Matteo, chiesto a Pilato il corpo del Cristo, dopo averlo avvolto in un "candido lenzuolo", lo depose nella sua tomba nuova, dove l'ospitò durante i tre giorni che precedettero la Risurrezione.Sempre secondo la leggenda, è qui che Giuseppe D'Arimatea avrebbe portato il Santo Graal, la coppa in cui Cristo bevve il vino durante l'ultima cena con i suoi discepoli.

Si racconta che Giuseppe d'Arimatea abbia visitato la località insieme a Gesù fanciullo ancor prima l'aver fatto erigere l' Abbazia, per fargli visitare la scuola druida di Avalon, Il grande pittore e scrittore William Blake, avendo accolto questo racconto come fatto reale, ne fece materia del suo famoso poema Gerusalemme, che divenne poi la più popolare canzone patriottica inglese. Egli, che fu un poeta e pittore mistico, credeva nella profezia biblica della "Nuova Gerusalemme", in base alla quale dall'Ellegand, ossia "La Terra degli Angeli", (nome che sarebbe divenuto poi England), avrebbe avuto origine una nuova civiltà, prendendo le sue origini proprio dal "Tempio dei Druidi" di Stonehenge e Avebury.


Secondo dunque questa tradizione, Giuseppe D'Arimatea, sbarcato a Glastonbury, piantò a terra il suo bastone, che fiorì miracolosamente nel Biancospino di Glastonbury, biancospino detto anche "Spina Santa", che cresce soltanto intorno alla città e che fiorisce due volte l'anno: in primavera e a Natale, quando ne viene tagliata una spina e inviata alla regina per ornare la sua tavola. Ed ancora si dice che la Spina Santa originaria, che nel Medioevo è stata oggetto di pellegrinaggio, sia stata distrutta da un soldato durante la guerra civile e che questo soldato sia stato accecato; gli abitanti hanno piantato sulla collina di Wearyall un nuovo biancospino solo oggi, nel XX secolo. Il "Rovo di Glastonbury" con la sua Spina Santa, a detta dei botanici appartiene ad una specie originaria della Palestina, sconosciuta in Europa.




Storicamente si sa che il primo monastero di Glastonbury venne fondato da monaci cristiani, recatisi in questi luoghi per predicare la Buona Novella, tra il IV ed il V secolo d. C.; la fondazione di questo primo monastero è confermata da antichi scritti del monaco Beda e di Guglielmo di Malmesbury.Il luogo tuttavia era già prediletto dai Celti che vi svolgevano riti druidici.

Quando, intorno al 670 d. C., l'abbazia fu rifondata da monaci benedettini, in breve acquistò ricchezza e rilevanza politica; re Enrico II ordinò loro di scavare in quello stesso luogo perché voleva ritrovarvi la tomba di re Artù e della regina Ginevra. Si dice che i monaci finirono per trovare, nel 1191, una pietra tombale con un'iscrizione in bronzo che diceva: Qui nell'isola di Avalon giace sepolto l'illustre re Artù, insieme a Ginevra, sua seconda moglie.". La leggenda dice anche che nello stesso VII secolo San Patrignano, in visita ai monaci di Glastonbury, abbia trovato la tomba di San Giuseppe, sulla quale volle che venisse costruita una bella chiesa in legno tutta decorata, chiesa che poi fu distrutta in un incendio nel XII secolo. Secondo questa tradizione fu durante i lavori della Chiesa che venne alla luce una croce con iscritto "Hic iacet inclitus Rex Arturius in insula Avalonia " (Qui , nell'isola di Avalonia, giace il famoso Re Artù).


Di entrambi gli epitaffi oggi non è rimasto nulla, ma di fatto le spoglie di un uomo e di una donna trovate sotto terra furono inumate nel 1278 davanti all'altare principale della nuova abbazia ivi eretta ed Edoardo I volle dare molto risalto a questo avvenimento. Infatti sia lui che Enrico II, sapendo che nei confronti dei Normanni di Guglielmo il Conquistatore, nel 1066, l'unica resistenza significativa era stata organizzata in Galles e in Cornovaglia, volevano individuarne il capo nel leggendario re Artù e dimostrarne perciò la reale esistenza, così da farne una tradizione nazionale.


Lo storico inglese Goffredo di Monmouth, nella sua "Historia Regum Britanniae"narra che re Artù malato fu portato ad Avalon dove venne curato e guarito dalla "fata Morgana", all'epoca feudataria e madre superiora delle dodici suore cui era affidata la cura e la custodia del santuario; quando poi il re trovò la morte in battaglia, la sua salma venne portata a Glastonbury e qui sepolta.

Parecchio tempo dopo, con la Riforma Protestante, l'abbazia cominciò la sua decadenza e venne poi ridotta a una cava di pietra per costruire nelle vicinanze case e palazzi. Anche la presunta tomba di Artù e Ginevra fu dispersa per essere di nuovo identificata soltanto nel 1934.
Oggi le rovine dell'intero complesso sono sparpagliate in una cornice di prati verdeggianti e di boschi rigogliosi. Vi si trovano due sorgenti: tra le colline di Chalice e di Tor, la Chalice Well o Sorgente rossa, detta anche Sorgente del Sangue, per i suoi depositi rossastri e rugginosi, poiché è ricca di minerali di ferro e la Sorgente Bianca, dal colore chiaro per l’alto contenuto di calcio, sul lato opposto della collina di Chalice.


Per quanto riguarda l'ubicazione di Avalon, senza dubbio , una delle tesi la vorrebbe proprio qui: la collina dove ora sorge la torre, secondo tale ipotesi, si chiamava Avalon.

La pianura sottostante un tempo paludosa e coperta dall'acqua faceva apparire il rilievo della collina come fosse un'isola.
© rosalia de vecchi




lunedì 28 marzo 2016

Le arti pittoriche dopo il Mille

Le arti pittoriche dopo il Mille



 Quattro forme principali furono le arti pittoriche medievali: il mosaico, la miniatura, gli affreschi e i vetri colorati. 
Il mosaico, arte molto antica che aveva trovato in passato forme sempre più raffinate, probabilmente da artisti bizantini, nel XII secolo ebbe il fondo d’oro. I mosaicisti ponevano sottili lastre d’oro intorno a cubi di vetro. I cubi indorati venivano poi posti su piani non perfettamente lisci, in modo che la luce, riflettendosi secondo diverse angolazioni, desse all’insieme maggiore vivacità.
 I mosaici di San Marco, a Venezia, che furono eseguiti in più tempi in un arco di sette secoli, hanno come vertice massimo di quest’arte il mosaico centrale dell’Ascensione nella cupola centrale, del 12° secolo. 
 Dello stesso periodo sono i mosaici eseguiti da artisti greci e saraceni di Monreale e Cefalù. 
Del 13° secolo furono quelli di Santa Maria Maggiore, Santa Maria in Trastevere, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura, a Roma. 
 L’arte della miniatura fu particolarmente ricca soprattutto nel 13° secolo. L’illustrazione di manoscritti con miniature e dipinti eseguiti con argento liquido, oro e inchiostri fu per lungo tempo tra le forme d’arte favorite. Libri di salmi, vangeli, messali, breviari… vennero adornati con giorni e giorni di lavoro. Era del tutto normale passare una giornata a disegnare un' iniziale, una settimana a comporre un titolo. Le più belle miniature furono quelle francesi, anche se oggi si possono ammirare dei veri capolavori di fattura inglese di quest’arte al British Museum e a Oxford.
 Gli affreschi più antichi, in cui i pittori usavano applicare il colore a muri intonacati di fresco o già secchi, con l’aggiunta di qualche materia collosa, si sono sbiaditi fino a scomparire. 
Le tecniche romane si erano perdute nella memoria, mentre, quando l’affresco murale ritornò in vita in Italia, prese le mosse dall’affresco bizantino. 
Nel 13° secolo Duccio da Boninsegna a Siena si rese famoso per la sua Maestà della Vergine sul trono, opera di dimensioni imponenti e, contemporaneamente a lui, a Firenze, Giovanni Cimabue aveva iniziato una dinastia di pittori destinati a dominare l’arte italiana per circa tre secoli. 
Figlio di nobili genitori, Cimabue (1240?- 1302) aveva lasciato gli studi di avvocatura per l’arte. Iniziò partendo dall’arte bizantina e operò trasformazioni rivoluzionarie che avrebbero avuto grande importanza per gli artisti a lui posteriori. Addolcì la rigida linea del disegno dei suoi predecessori e con l’uso di rossi luminosi, dei rosa e degli azzurri per i drappeggi, arricchì la sua pittura di una vita e di una luminosità fino allora sconosciute nell’Italia del Medioevo. Giotto lavorò nella bottega di Cimabue e andò a vivere nella sua casa dopo la morte del maestro. E così ebbe inizio la più grande successione di pittori nella storia dell’Arte. 
L’arte di dipingere il vetro era già nota nell’antichità, ma molto probabilmente il colore era dipinto sul vetro e non fuso con esso.  Quando l’architettura gotica creò lo spazio per finestre più ampie, l’abbondanza della luce che attraverso di esse entrava nella chiesa rese possibile che si colorassero lastre di vetro. Allora si studiò una tecnica di pittura su vetro più resistente e si cominciò a fonderlo insieme al colore, ottenendo così un dipinto luminoso e resistente, capace di mitigare e colorare la luce all’interno della Chiesa e di diffondervi un’atmosfera di magica sospensione.  Le finestre e i grandi rosoni erano per lo più divisi in pannelli, medaglioni, sfere, losanghe, quadrati… che raffiguravano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, allegorie… 
 Sulle finestre della cattedrale di Chartres compaiono, ad esempio, le scene della vita di Sant’Eustachio . Ed è proprio a Chartres che quest’arte raggiunse la sua perfezione. Da Chartres poi essa passò in Inghilterrra.


05/06/10 rosalia de vecchi dai suoi Quaderni di storia e d’arte per la scuola.

la scultura medievale




La scultura medievale 

Purtroppo la scultura medievale ha subito vari e gravi danni, per cui ci è giunta per lo più distrutta: statue mancanti di testa o di braccia…o fatte a pezzi… 
Le statue facevano parte di un insieme architettonico, progettato in relazione ad un determinato tema teologico, perciò i pezzi isolati che ci sono pervenuti hanno perduto l’armonia originaria e non sempre è possibile ricostruirne il singolo significato e i nessi con le altre parti. 
Nell’ambito religioso che ha ispirato lo slancio verso il cielo delle architetture gotiche, erano previste statue di santi, la cui posizione eretta, con le gambe unite e le braccia aderenti al corpo, avrebbe consentito un assottigliamento ed un allungamento tale da riuscire a raggiungere l’altezza di un portale, in modo da accompagnare e prolungare la spinta verso l’alto della Cattedrale.
Interessante osservare che fino al XII secolo le figure sono tristi e rigide, mentre dal XIII secolo in poi gli scultori ritrovano il gusto per gli aspetti terreni della vita e il buonumore nel guardarli;  pertanto plasmano figure in movimento con tratti più realistici e colte in gesti ed espressioni spontanei, come durante una conversazione o in atteggiamenti eleganti e con lineamenti ora più ricchi di personalità. 
Molte figure della Cattedrale di Chartres, o anche di quella di Reims, assomigliano a contadini barbuti quali s’incontrano ancora nei villaggi francesi. La produzione scultorea non manca, ora, di figure di animali, di piante, di fiori soprattutto, figure che si mescolano con naturale grazia a quelle di Santi, di Angeli, della Vergine. 
In questo XIII secolo, che al suo inizio ascoltò la voce di Francesco che cantava l’Amore per tutte le Creature, spostando il cielo sulla terra e anticipando l’Umanesimo, e nella sua seconda parte sperimentava le consapevolezze prospettiche di Giotto, non stupisce che il mondo, con le sue, piccole o grandi, affascinanti vicende entrasse a far parte del ricco e vasto mondo della scultura!
 Ricorrono nella scultura medievale raffigurazioni dei mesi dell’anno, della vita e della morte dell’uomo, delle occupazioni quotidiane…. E anche figure che rappresentano contadini, mugnai, falegnami, mercanti, artisti… o che simboleggiano le virtù teologali, la Fede, La Speranza,la Carità… oppure le Virtù e i Vizi, la Pace, la Chiesa, il Giudizio Universale…. 
E sempre la scultura medievale manifesta profondità di sentire, gentilezza, grazia, tenerezza. Quella stessa grazia e tenerezza che, insieme ad una ingenua dolcezza, pervade le sculture dei tre re Magi dormienti del gruppo dell’Adorazione della facciata del Duomo di Gemona, opera della fine del XIII secolo di mastro Giovanni.

Non sono queste opere di perfezione tecnica quali il fregio del Partenone o i bassorilievi dell’Ara Pacis, ma commuovono sempre e restano indimenticabili proprio per questa loro grazia. Pensiamo all’Angelo sorridente di Reims e alla Vergine di Chartres! 


*** 12/05/10 *** rosalia de vecchi dai suoi Quaderni di storia e d’arte per la scuola. 




martedì 22 marzo 2016

Sulle conoscenze della Terra nel Medioevo...

martedì 27 luglio 2010

Sulle conoscenze della Terra nel Medioevo...







Durante il Medioevo, mentre da una parte era largamente diffusa la tendenza a mescolare spiegazioni magiche e fantastiche con dettagliate descrizioni naturalistiche, come ad esempio a voler attribuire ai minerali qualità e poteri "magici" in base ai quali un opale avvolto in una foglia di alloro si credeva rendesse invisibile chi lo portasse o un'ametista proteggesse dalle infezioni e un diamante rendesse invincibile; dall'altra, uomini mossi da grande curiosità si avventuravano per le terre d'Europa e anche d'Oriente e andavano acquisendo cognizioni geografiche, sulle quali cominciò a fondarsi un primo nucleo di studi sulla Terra, sia pur, all'inizio, ancor connesso con forme di pregiudizio e di miracolo.
Lo storico gallese Gilardo Cambrensis, detto Gilardo il Gallese, che viaggiò molto e che conobbe molte lingue, girò il Galles e fu anche accompagnatore del principe Giovanni in Irlanda, dove visse un paio d'anni. Egli trasse da queste sue esperienze materia per i suoi quattro libri, dove descrisse in modo assai vivo ed efficace, non privo di una certa divertente inclinazione a evidenziare gli aspetti più curiosi ed indiscreti, luoghi persone e costumi. Egli, che aveva predicato le crociate, che era stato cappellano del re Enrico II d'Inghilterra, che si era recato più di una volta a Roma e che era stato testimone oculare della presenza del velo della Veronica, egli che coltivava il sogno che le sue opere lo avrebbero reso immortale, fu anche quello che volle registrare l'altezza delle maree in Irlanda e uno dei tanti che alla sua epoca compì il pellegrinaggio in Oriente, viaggio in Oriente che per tutti coloro che lo compivano venivano compilate mappe e fissati itinerari, cosa dalla quale la Geografia cominciava a trarre buoni profitti!
I suoi quattro libri sulle terre d’Irlanda e del Galles (Topographia Hibernica del 1188, Topografia dell'Irlanda; Expugnatio Hibernica, Conquista dell'Irlanda; Itinerarium Cambriae del 1191,Viaggio nel Galles; Descriptio Cambriae del 1194, Descrizione del Galles) sono utilissime testimonianze del grado di conoscenze geografiche dell’ epoca, anche con particolare riguardo agli aspetti cartografici topografici, sebbene rivestano interesse anche altre opere del chierico gallese, quali quelle sulla Chiesa, in cui egli cura anche l’aspetto storico e le biografia compresa la propria!
Sigurd Jorsalfar, detto il Crociato, re di Norvegia, dell'isola di Man e delle Orcadi, dal 1103 al 1130, partito con sessanta navi per partecipare alla Crociata, fece vela verso la Palestina via Inghilterra Spagna e Sicilia, dove visitò re Ruggero II nel suo castello di Palermo. A Gerusalemme fu accolto da re Baldovino I con grande calore; i due cavalcarono insieme fino al Giordano, dove Sigmund si fece battezzare. Durante il viaggio di ritorno via terra, durato pare tre anni, con gli uomini rimasti, il re norvegese attraversò molte terre: i Balcani, l’Ungheria, la Germania, la Danimarca.
Di lui, la storiografia tramanda un giudizio molto lusinghiero, infatti è detto che sotto questo re crociato la Norvegia si espanse, prosperò in ricchezze e assurse ad un egregio ruolo internazionale. Gli storici sono concordi nell’attribuire al periodo del suo regno il nome di Età d’oro della sua storia medievale. E certo. Egli è chiaro esempio di uomo medievale aperto agli studi e alle conoscenze esplorative.

Nel 1270 il navigatore genovese Lanzarotte Malocello, riscoprì le isole Canarie e infatti una di esse ne porta il nome, isole che gli antichi conoscevano ma che erano state dimenticate. Sembra che Lanzarotte fosse in viaggio per rintracciare i Vivaldi e che in quella occasione sia approdato nell’isola, dove rimase molti anni. Ed altri ancora prima dei fratelli Polo. Marco fu il primo a darci una descrizione dell'Asia, una prima impressione sul Giappone, notizie su Pechino, Giava, Sumatra, Siam... , Madagascar, Abissinia...contribuendo non poco alla formazione di quelle nuove teorie geografiche in base alle quali Colombo si convinse della validità di una via occidentale per il raggiungimento dell'Oriente.

Con l'intensificarsi dei commerci e dei viaggi la scienza cartografica riguadagnò i livelli di precisione raggiunti nell'epoca augustea e si cominciarono a preparare i portolani, le guide cioè, dotate di mappe, itinerari e descrizioni dei vari porti. Pisani e Genovesi ne prepararono di molto precisi, di alto livello.

Ed anche per quanto riguarda le conoscenze zoologiche e botaniche si va lentamente emergendo dalla leggenda e abbandonando l'influsso di Plinio, per creare invece una scienza degli animali e delle piante. Non più dunque mosche che si generano dalla polvere e dalla putrefazione, né unicorni feroci da catturare, facendo sedere una vergine in un campo così che l'animale le si avvicini per riposarle in grembo, rendendosi quindi mite e facile preda...



Ecco allora che nello spirito nuovo dei tempi, spirito che va evolvendosi verso forme nuove di osservazione della Terra e dei suoi "abitanti", nasce l'opera che può a ragione ben considerarsi la più strettamente scientifica della biologia medievale, un'opera straordinaria soprattutto considerando l'epoca in cui apparve: il De arte venandi cum avibus di Federico II: un trattato di 589 pagine sull'arte di cacciare con gli ucccelli. Un trattato di ornitologia concepito in anticipo secondo il metodo scientifico moderno e dunque basato sull’osservazione diretta degli uccelli, un trattato che rimase inedito per ben sette secoli in Italia!
Federico II, appassionato falconiere e curioso di animali oltre che conoscitore di scienze naturali quali apprese dagli scienziati arabi della corte del nonno Ruggero a Palermo, si rivela un vero "scienziato moderno", che descrive l'anatomia degli uccelli e illustra la propria opera con un centinaio di disegni.
Non più ululati di uccelli notturni interpretati come messaggi di morte, ma avvoltoi e altri rapaci che osservano gli uomini dall'alto delle rocce che abitano, o dalle cime degli alberi, e che si orientano solo "a vista" nella ricerca del cibo; non rane gracidanti negli stagni dopo esser piovute dal cielo ma anatre che preferiscono andare "in pastura"durante la stagione umida da settembre a novembre; non uccelli migratori che si rintanano sotto terra ma gru provenienti dal Nord in autunno, osservate dalla foce dell'Ofanto o dalle torri del castello...

© lia de vecchi




lunedì 21 marzo 2016



Milano 21 marzo 1931 - Milano 1 novembre 2009



La “piccola ape furibonda”, come lei stessa si diceva, nasceva il 21 marzo 1931 a Milano, dando inizio a questo suo passaggio sulla terra, dove ha potuto sperimentare il mistero dell’essere donna e la dolcezza di madre, la profondità dell’amore e la gioia del canto, l’acuto dolore nella solitudine della “follia” e la sofferenza umana nella compassione solidale verso ogni suo simile. 
A lei, che già fanciulla faceva dire a Pier Paolo Pasolini: “Ché di fonti per la bambina Merini non si può certo parlare: e di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione di una influenza letteraria perfettamente congeniale, ci dichiariamo disarmati.”, e che, respinta in Italiano, non poté frequentare il liceo Manzoni, dovendosi iscrivere ad una scuola professionale, “Qualcuno di lei più in alto” aveva profuso “il dono della poesia”, dono del quale Alda Merini, ormai ritenuta tra le più significative ed importanti della letteratura italiana, e non solo, degna di poter accedere al premio Nobel, seppe fare offerta di valore prezioso a noi che leggiamo, amiamo e meditiamo i suoi versi, i quali, come le opere dei “grandi”, scaturiscono dalle sorgenti misteriose del mondo della poesia, mondo nel quale il “divino” ha impresso i suoi pensieri di Verità.
 E’ al Poeta che è dato l’alto compito di fare da tramite tra le sorgenti del Vero e l’uomo, e il sorriso ridente e “innocente” come quello d’un bambino, che si poteva leggere negli occhi di Alda Merini fino alla fine dei suoi giorni, ci testimonia, come anche la bellezza seducente di ogni suo verso, che Lei è stata un’ eletta.
 Ha forse dovuto accettare il dolore – il dolore va accettato, diceva- e i periodi di “follia” alternati a stati di normale coscienza, perché le vie di accesso alle sorgenti dell’arte rimanessero sempre aperte durante tutta la sua vita? 
Non un verso, nelle sue tante opere, che sia privo di bellezza formale e, nel contempo, di contenuto elevato; non una parola che non arrivi al cuore di chi legge o ascolta le sue poesie.
Lei e la sua poesia hanno vissuto come Francesco, di cui Alda diceva: “Sono un guerriero / che corre senza cavallo, / coi miei piedi sudati e stanchi /verso il traguardo di Dio.”.

“Se tutto un infinito
Ha potuto raccogliersi in un corpo
Come da un corpo
Di sprigionare non si può l’immenso?” 

Ed ora che dal suo corpo, che raccoglieva in sé l’infinito, sprigiona l’immenso, Alda ci lascia la sua eredità spirituale:


“Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia

legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.”
Con amore e immensa gratitudine .


© lia de vecchi