martedì 11 novembre 2014

Jacqueline de Romilly













Jacqueline de Romilly, specialista di civiltà e lingua greca, prima donna professore all’Accademia di Francia, è morta all’età di 97 anni all’ospedale Ambroise-Paré de Boulogne-Billancourt. Era la decana dopo la morte, l’anno scorso, di Claude Levi-Strauss. « La Grecia oggi è in lutto », dichiara il ministro greco della cultura.
Anche se era ammalata da lungo tempo, la sua morte è stata un grande choc per tutti i suoi amici, come ha dichiarato l’editore Bernard Fallois. La docente infatti incarnava, in Francia, la passione e lo studio della cultura classico-umanista, e durante i suoi sessanta’anni di carriera ha scritto un’opera considerevole sulla civiltà dell'antica Atene, dalla quale tutto è sorto: filosofia, storia, tragedia, commedia, sofismo…

Tucidide, uno degli uomini della sua vita

Piena di ammirazione per l’antica civiltà greca, che non finiva mai di stupirla, Jacqueline de Romilly ha lavorato molto sullo storico Tucidide, che lei stessa chiamava »Uno degli uomini della mia vita », ma anche su Omero, Eschilo ed Euripide. 
Ma non solo civiltà greca, infatti  ha scritto pure un libro sulla Provenza e quattro volumi di novelle.
« Mi rammmarico profondamente che oggi non lavoriamo abbastanza per la formazione e lo sviluppo della cultura attraverso i testi e la profondità dei grandi autori, perdendo così un contatto prezioso con quello che altri hanno pensato prima di noi » dichiarava Jacqueline de Romilly.
Quelli che hanno incontrato questa piccola signora dai capelli bianchi, hanno potuto constatare che la grecità la rendeva così felice che appariva pervasa da una profonda tranquillità interiore, appassionata e piena di humor, malgrado la cecità che l’affliggeva da anni.
Jacqueline de Romilly è nata a Chartres. Suo padre, ebreo, filosofo, è stato ucciso al fronte quando lei aveva un anno. Fu allevata dalla madre, che era una scrittrice di romanzi. Incontrerà un uomo che lei disse « per tre quarti ebreo », ma da lui divorzierà. Il nome della sua famiglia trae origine dal fatto che durante la rivoluzione francese i Worms, nome originario, avevano acquistato il castello di Romilly, per cui si chiamarono : Worms di Romilly.

Una società che dimentica Omero finirà per dimenticare Voltaire.

Interessata più all’aspetto della modernità dei Greci che non a quello mitologico, che pure amava e approfondiva con vera passione, Jacqueline de Romilly era piena di ammirazione per questa civiltà greca antica soprattutto perché ebbe il grandissimo merito, - in ciò gli elementi essenziali della sua modernità,- di aver inventato la « democrazia », anche se essa escludeva ancora alcune categorie sociali come quelle delle donne e degli schiavi.
Lei sì, lei sì che sapeva parlare della pertinenza di questo periodo della storia antica con quello dell’Europa di oggi !
E faceva osservare : «  Si vuole che i bambini conoscano la realtà che li circonda. Ma quale meraviglia per loro scoprire un altro mondo, diverso da quello in cui oggi sono immersi! Perché pensare di poter derivare vantaggi da un incontro con qualcuno oggi nella vita « reale » e non da tête-à-tête con Ettore e Andromaca ? ».
Jacqueline de Romilly deplorava che l’insieme delle conoscenze oggi sia minato dall’utilitarismo. Una società che dimentica Omero finirà per dimenticare Voltaire, diceva e riteneva infatti che il greco antico dovrebbe essere accessibile a tutti. Infatti lei ha scritto anche la seconda edizione di « Assimilazione del greco antico », che fu un inatteso best-seller.

Gran Croce della Legion d’onore

Solo un “pugno” di donne merita – diceva Jacqueline con maliziosa ironia – di desiderare la vita che io ho avuto: ebrea sotto l’occupazione, finita sola senza figli e senza famiglia, ma con una carriera da professore fin in ogni suo “angolo” come l’avevo desiderata.
Nessuna nostalgia, nessun rimpianto dunque, in questa intellettuale che giudicava importante per l'umananità di riprendersi, di raddrizzarsi e, con l’aiuto del passato, d’inventare qualcosa di meglio.”.
I Greci contemporanei l’adoravano e spesso le esprimevano la loro gratitudine. Membro e corrispondente dell’Accademia d’Atene, Jacqueline de Romilly aveva ottenuto la nazionalità grec anel 1995 ed era stata nominata ambasciatrice dell’ellenismo nel 2000.

E’ una perdita per il nostro paese

Ha sofferto molto da qualche decina d’anni nel vedere gli studi di questa lingua declinare e questo per lei ha costituito un immenso dolore.” ha espresso su “France Info” Hélène Carrère d'Encausse, segretaria dell’Accademia di Francia, aggiungendo che il miglior  modo di commemorare la studiosa « sarebbe di dare maggior importanza alla lingua greca, di cui lei è stata la più grande difenditrice nel nostro (quello francese) paese » ed ha concluso : «  E’ una perdita per il nostro paese. ».
« Con Jacqueline de Romilly si spegne una grande umanista, la cui parola ci mancherà, ma che noi possiamo e dobbiamo coltivare attraverso le innumerevoli testimonianze che lei ci lascia » ha detto Nicolas Sarkozy in un comunicato.

Hommage à Jacqueline de Romilly

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La vie et l'oeuvre de Jacqueline de Romilly sont baignées d'une lumière puisée aux sources d'une très haute civilisation - la civilisation grecque - une flamme qu'elle a transmise et entretenue toute sa vie durant, jusqu'à son dernier souffle.
Jacqueline de Romilly a contribué autant à l'édification intellectuelle des jeunes générations, à l'instruction du grand public par ses nombreux ouvrages, qu'à la libération de la femme par l'exemple qu'elle a donné de sa propre élévation.



E François Fillon ha espresso il suo « dolore » per la perdita di « questa signora che ebbe una brillante carriera. »

18 dicembre 2010 Boulogne-Billancourt,
Wikipedia
Ticino news.ch

Swissinfo.ch


da Le Figarò traduzione di rosalia de vecchi


http://www.lefigaro.fr/culture/2010/12/19/03004-20101219ARTFIG00036-l-academicienne-jacqueline-de-romilly-est-morte.php

domenica 21 settembre 2014


Dal latino all’italiano

 

( nascita delle lingue moderne)

 

 
 
 
Nell’anno 842, il 14 febbraio, i due nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, strinsero un patto di alleanza contro il terzo fratello, Lotario. Essi s’incontrarono a Strasburgo e qui stipularono il patto di alleanza noto come il Giuramento di Strasburgo, (Sacramentā Argentariae in latino) che fu pronunciato dai due re e poi dai loro rispettivi eserciti non in latino, come si era fatto fino a quel momento, ma nelle due lingue che gli eserciti erano veramente in grado di comprendere: in lingua romanza, cioè in francese (Ludovico il Germanico) e in lingua”teudisca”, cioè tedesca (Carlo il Calvo). Entrambi i re, per essere compresi,  scelsero, dunque, di pronunciare il giuramento nella lingua parlata dall’esercito del fratello.

Il Giuramento di Strasburgo è il più antico documento esistente redatto in lingua francese e tedesca. Esso segna una svolta e la sua è una data storica di fondamentale importanza, proprio  

perché è la prima volta che un atto pubblico viene redatto in lingue romanze (in volgare franco e in volgare germanico).

Oggi, a Parigi, nella Bibliothèque nationale de France, è conservato il manoscritto dell’opera  Historiae o De dissensionibus filiorum Ludovici pii, scritta in latino, - come si deduce ovviamente dal titolo -, dallo storico Nitardo, nipote dello stesso Carlo Magno; in quest’opera, nella quale Nitardo racconta le lotte tra i figli di Ludovico il Pio, egli, che pare sia stato presente al Giuramento e dunque può essere considerato un testimone di questo importantissimo evento, , riporta le formule di giuramento nelle lingue effettivamente usate dai due re e i rispettivi eserciti.

 

Versione francese: Pro deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d'ist di in avant, in quant deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in adiudha, et in cadhuna cosa, sicum om per dreit son fradra salvar dift. In o quid il mi altresi fazet. Et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai qui meon fradre Karle in damno sit.

 

Versione teudisca:In Godes minna ind in thes christianes folches ind unser bedhero gehaltnissi, fon thesemo dage frammordes, so fram so mir Got gewizoi indi mahd furgibit, so haldih thesan minan bruodher, soso man mit rehtu sinan bruher scal, in thin thaz er mig so sama duo, indi mit Ludheren in nohheiniu thing ne geganga, the, minan willon, imo ce scadhen werhen 

 

Traduzione in italiano:

Per amore verso Dio e per il popolo cristiano e per la nostra comune salvezza, da questo giorno in avanti, in quanto Dio mi concederà di sapere e potere, io proteggerò mio fratello (Carlo) con il mio aiuto ed in qualsiasi cosa, come secondo giustizia di deve fare col proprio fratello, purché egli faccia altrettanto con me. E con Lotario non prenderò nessun accordo che possa recare danno a mio fratello (Carlo).

 

 

lunedì 21 luglio 2014

Edward Hopper





















Edward Hopper, il famoso pittore statunitense noto soprattutto per i suoi ritratti della solitudine nella vita americana contemporanea, nasce a Nyack nel 1882 e conclude la sua vita nel 1967 a New York. Già dall'età di 5 anni dimostra una spiccata abilità nel disegno. Fu nel 1923 che con una mostra di acquerelli e l'anno dopo con una di dipinti che Edward ottenne fama e notorietà, divenendo presto il caposcuola dei pittori realisti che dipingevano la "scena americana".
Il forte realismo dei suoi dipinti si coniuga con il sentimento struggente e poetico che Hopper percepisce nei suoi soggetti. Diceva: "non dipingo quello che vedo, ma quello che provo".
Gli spazi urbani e i luoghi ch'egli dipinge, dall'accentuato carattere metafisico, sono immersi nel silenzio, composti in nette geometrie, illuminati dal gioco di luci spesso fredde e taglienti. Rare le figure umane e incomunicabili tra loro i soggetti immersi in una dolorosa solitudine.
Non a torto di questo straordinario pittore si disse che sapeva "dipingere il silenzio".
Il suo soggiorno a Parigi all'inizio del Novecento gli valse l'aver potuto imparare molto dagli impressionisti, cosa che, unita al suo naturale e personalissimo stile fotografico, conferisce ai suoi lavori una "voce" tanto inconfondibile quanto intensa e suggestiva.
Cineasti e fotografi trovarono nelle sue opere molti motivi di ispirazione.
Dopo aver acquistato una casa per i mesi estivi a Truro, nel Massachusetts i suoi dipinti ebbero come soggetto quasi sempre il paesaggio del luogo: dune, case e fari ...
Annoverato tra i grandi maestri americani, Hopper è anche considerato in alcuni ambienti artistici il precursore della Pop Art.




 Aggiungo  l'articolo che segue, nel quale trovo conferma del mio sentire nei riguardi di questo straordinario pittore dall'anima di un anticipatore : 
http://www.gliscritti.it/blog/entry/392




martedì 8 luglio 2014

Alonzo Cano






Nato il 19 marzo del 1601 a Granada, Alonzo Cano (o Alonso Cano) è stato un pittore, architetto e scultore.

Ha studiato architettura con il padre, Miguel Cano; pittura presso l’Accademia di Juan del Castillo con Francisco Pacheco, il maestro di Velázquez; scultura con Juan Martínez Montañés, noto tra i suoi contemporanei come il “Lisippo andaluso” e “Il dio del legno”, per la maestria dimostrata nel lavorarlo, autore di soggetti e tematiche quasi sempre religiose.
Tra le opere di Alonzo Cano le più famose sono la Madonna col Bambino, che si trova nella Chiesa di lebrija ( detta anche Nebrja) e le colossali figure di San Pietro e San Paolo. Sono considerate interessanti anche le sue sculture in legno.

Alonzo Cano divenne l’architetto e il pittore di re Filippo IV, fu istruttore del figlio Baldassarre Carlo, infante di Castiglia, principe d’Aragona, di Portogallo e delle Asturie. Il re lo nominò canonico della Cattedrale di Granada, dove egli poté divenire il direttore dei lavori di architettura e dove trascorse la vecchiaia fino agli ultimi giorni di sua vita. I disegni da lui eseguiti per la facciata della cattedrale furono realizzati dopo la sua morte.
Prima di essere chiamato da re Filippo, di lui si racconta che il carattere geloso e l’indole indomabile gli procurarono pericoli e dolori . Una volta, - si dice, - rischiò la pena capitale per aver fatto a pezzi, in un impeto d’ira, la statua di un santo, cosa che ai suoi tempi infatti era severamente proibito. Ed un giorno, ebbe la casa depredata, la moglie uccisa e il servo italiano fuggito, ma di tutto ciò fu ritenuto responsabile egli stesso, proprio a causa della sua eccessiva gelosia; perciò dovette fuggire. Ma ritornato poi a Madrid, fu preso, messo in prigione e torturato, per stabilirne o no la colpevolezza.
E si narra che egli abbia sopportato la prova senza mai incriminare se stesso, riuscendo così a dimostrare la propria innocenza. Questa tragica morte della moglie gli fece decidere di prendere gli ordini sacri.
Lo stile pittorico di Alonzo Cano risente delle influenze della pittura veneta, soprattutto di Tiziano e di Paolo Veronese , di cui vide i lavori a Madrid e che ebbe anche modo di restaurare dopo l'incendio del 1640. Nei suoi lavori, specialmente quelli dell’ultimo periodo, si possono rilevare anche le influenze della pittura di Velasques. E’ interessante che, come architetto, egli abbia introdotto in Spagna lo stile esuberante di derivazione portoghese, detto churrigueresco, e che, al tempo stesso, egli abbia preferito restare più nel rispetto del Rinascimento italiano che seguire in toto i principi dello stile barocco; ma di questo scelse di accogliere le influenze del Bernini.

© rosalia de vecchi

Adrienne Lecouvreur, la più grande attrice del settecento

 
 
 
 
 

Nella Parigi della fine del 18° secolo il teatro ebbe un posto di primo piano. Persino la frequentazione dei salotti letterari era subordinata a quella dei teatri. Voltaire, che amò molto il teatro tanto che durante la sua convivenza con Émilie du Châtelet nel castello di Cirey, nella Champagne, se ne fece costruire uno dove rappresentare le sue opere e dove poter far recitare Emily, ch’egli riteneva attrice eccellente, dotata di una “voix divine”, diceva a Marmontel nel 1745:
Il teatro è la carriera più affascinante di tutte; qui puoi ottenere in un solo giorno gloria e fortuna, basta un solo successo a rendere un uomo ricco e celebre.” .

Dappertutto, anche in provincia, vi erano teatri. I ricchi avevano teatri privati. Ma Parigi era il centro più vivace, dove il Théâtre-Français con la Comédie-Française , il Théâtre des Italiens e l’Opéra Comique, oltre che l’Opéra del Palais- Royal, erano sempre affollati : i privilegiati in comode poltrone ed eleganti palchi, il pubblico comune in piedi nello spazio oggi chiamato platea.
Nonostante la passione e l’entusiasmo per il teatro, la condizione degli attori, migliorata socialmente ed economicamente in seguito all’interesse per il genere dimostrato dai nobili e dallo stesso re, non era migliorata nei confronti della Chiesa, che si irrigidiva nei suoi pregiudizi negativi continuando a vedere nella loro attività una fonte di esempi scandalosi e che infatti li scomunicava, così che essi morendo non potevano ricevere sepoltura in terra consacrata, vale a dire in nessun cimitero di Parigi.
Voltaire si batté molto per rivendicarne i diritti, ma con scarso successo.
L’assurdità di questa situazione era che, mentre lo stesso re ordinava loro delle commedie e li pagava anche bene, la Chiesa li scomunicava ipso facto. Voltaire a tal proposito scriveva:

 “… il re comanda loro di recitare ogni sera, mentre le leggi ecclesiastiche impedirebbero loro di recitare assolutamente. Se non recitano vengono gettati in prigione, e se recitano vengono gettati nelle fogne.”.
Un esempio di questa contraddizione ci è fornito dalla vita e dalla morte della più grande attrice dell’epoca presa in esame:
Adrienne Lecouvreur.
Nata il 5 aprile del 1692 presso Reims, da genitori di umile condizione: il padre era cappellaio, la madre lavandaia; a 10 anni si trasferì con la famiglia a Parigi nei pressi del Théâtre-Français, dove spesso entrava e vi ammirava le attrici, che presto imparò ad imitare molto bene. A soli 14 anni si unisce ad una piccola compagnia filodrammatica formatasi, o forse da lei stessa creata, nel quartiere, e così cominciò ad esibirsi nei teatri privati. La sua interpretazione di Paolina nel Poliuto di Corneille fu notata da Madame Du Guè, una dama dell’aristocrazia parigina, che la invitò nel suo palazzo, e qui la replica le ottenne un grandissimo successo, oltre che l’attenzione del maestro Le Grand che le diede lezioni di recitazione e nel contempo le procurò un posto in una compagnia che recitava a Strasburgo.
Così, per una decina d’anni di tournée in tournée interpretò svariate parti nei teatri di provincia; commosse la giovane sposa di Luigi XV quando recitò in presenza sua e del re. Nel maggio del 1717 debuttò con grande successo alla Comédie Francaise. Vi rimase attrice fissa per tredici anni, durante i quali si esibì con successo in 1184 rappresentazioni. Ne divenne la signora indiscussa. Come spesso accade, per questo ebbe nemiche diverse attrici della Comédie, gelose del suo successo; tra cui la Duclos.
Unendo alla bravura eleganza e raffinatezza, riscuoteva molta ammirazione ed era assai richiesta nei salotti di Parigi. Non era bella né regolare di lineamenti, ma dotata di un’indescrivibile grazia di portamento e di modi, affascinava con la straordinaria musicalità della sua voce, con il lampo di fuoco dei suoi occhi scuri e con l’espressione mutevole del suo volto. Tutto nel suo muoversi esprimeva la sua personalità o, sulle scene, quella del personaggio che interpretava.
Scelse di non aderire a quel tipo di recitazione solenne e alquanto declamatoria delle attrici che l’avevano preceduta ma di mantenersi naturale sia nella parola che nelle movenze, ma restò assai ferma e scrupolosamente attenta nel badare ad articolare le parole molto bene e in modo che la sua voce venisse sentita fin negli angoli più lontani.
Pur se la sua carriera fu breve, la Lecouvreur riuscì a portare una vera rivoluzione nell’arte della recitazione, sia per la profondità del suo sentire che per l’eccellente sua arte espressiva che la rese capace di portare sulle scene i diversi sentimenti dell’animo umano: la tenerezza, la passione, il pathos, il terrore… Se questa sua scelta di stile fu giudicata come eccesso di modernismo da alcuni, fu anche, e di fatto, ispirazione feconda per numerosi attori che da lei e dal superamento della tradizione seppero condurre avanti un’evoluzione dell’arte drammatica. Mirabile interprete dei grandi ruoli tragici, il pubblico e la critica vollero sempre vederla soprattutto ad essi connessa.
La contraddistingueva una dote piuttosto rara: quella di saper ascoltare gli altri con attenzione e comprensione. Gli uomini, specialmente giovani, si innamoravano di lei. Qualcuno perdeva la testa per lei. Molto bella la storia del conte d’Argental che a 85 anni scoprì la lettera da lei mandata a sua madre molti anni prima, quando, a causa del suo amore per Adrienne, questa temette che la chiedesse in sposa, e perciò decise di mandarlo in colonia.

 “ Gli scriverò qualsiasi cosa voi vorrete. Se lo desiderate non lo rivedrò più, ma non minacciate di mandarlo all’altro capo del mondo. Egli può essere utile al suo paese, può essere la gioia dei suoi amici, e dare a voi soddisfazioni e gloria; non avete che da indirizzare le sue capacità e lasciare agire le sue virtù.”.
Il conte d’Argental fu infatti consigliere del Parlamento di Parigi.
Questa attrice di spiccata personalità artistica fu anche una donna e, come tale, conobbe tutte le gioie e le esaltazioni dell’amore, ma anche tutti i suoi dolori e gli abbandoni: ebbe molti amori, fin da giovinetta! E dell’amore ebbe il frutto, divenendo madre a 18 e a 24 anni. Fu molto amica di Voltaire, qualcuno dice: “più che amica”. Di Voltaire recitò l’Edipo. Il rapporto sentimentale che la coinvolse di più fu quello con Maurizio di Sassonia, con cui ebbe un legame duraturo ma finito con la lontananza e il tradimento di lui. Maurice de Saxe, non ancora famoso per le sue vittorie militari, ma giovane bello e romantico, assisteva alle sue interpretazioni sceniche, se ne innamorò e le giurò eterno amore. Lei ne accettò l’amore che ricambiò con pari ardore e vissero insieme anni di tenerezza e fedeltà tali che in loro gli amici videro le due tortore innamorate di La Fontaine. Ma Maurice, già maresciallo di campo, aveva un sogno: crearsi un rewgno. Partiva e andava in Curlandia; da lui lontana, Adrienne rendeva sempre più brillante il suo salotto parigino, frequentato da uomini eccellenti che ammiravano e apprezzavano non soltanto il suo delizioso garbo ma anche la sua acuta intelligenza: Voltaire, Fontenelle, d’Argental, … e donne prestigiose. Maurice tornò finalmente: sconfitto e… non più innamorato. Ora i suoi ardori erano diretti verso altre donne: Luisa di Lorena, duchessa de Bouillon, che lo corteggiava senza ritegno. Sulle scene, durante l’interpretazione della Fedra di Racine, Adrienne le indirizzò i versi:
“ Non sono una di quelle donne sfrontate
Che, mantenendo nel delitto, una pace tranquilla,
hanno imparato a mostrare una fronte che non sa arrossire
.”.

Adrienne non molto tempo dopo fu informata da un abate pittore, Siméon Bouret, che due agenti mascherati di una dama di corte avevano tentato di persuaderlo a somministrarle del veleno in cambio di una lauta ricompensa. Adrienne denunciò il fatto alla polizia, che trattenne l’abate fino a che lei stessa non scrisse una lettera nella quale ne chiese la liberazione. L’abate, tuttavia, non ritrattò mai la sua dichiarazione.
Nel febbraio del 1730 l’attrice cominciò ad accusare disturbi semprew più frequenti di dissenteria. Svenne anche durante una recitazione. Era il 15 arzo, quando, pur con pochissime forze, portò a termine l’interpretazione di Giocasta nell’Edipo di Voltaire. Due giorni dopo fu a letto in preda ad un’emorragia mortale. La Chiesa le rifiutò i sacramenti e la sepoltura in terreno consacrato.
Maurice non venne a salutarne la dipartita, ma Voltaire la tenne tra le braccia durante il trapasso ed un amico assoldò due portatori di torce per accompagnare le sue spoglie con una carrozza da nolo e inumarle clandestinamente lungo le rive della Senna.
In quel punto ora vi è la la rue de Bourgogne.
In quello stesso anno, 1730, l’attrice inglese Anne Oldfield venne sepolta con pubblici onori nell’Abbazia di Westminster.
Voltaire scrisse un poema intitolato “la morte di mademoiselle Lecouvreur”, in cui dice che colei che aveva affascinato il mondo con la sua arte, era stata punita da un’indegna sepoltura ma, onorata dal suo canto e consacrata agli dei è divenuta ora un nuovo tempio.

© rosalia de vecchi

 

 
 

lunedì 7 luglio 2014

Råbjerg Mile

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
"C'è un paese incantevole
coperto di grandi faggi,
presso le acque del Baltico,
colline ondulate, valli verdeggianti,
che si chiama Danimarca"
dall'inno nazionale danese
***
E' un deserto di sabbia che si trova all'estremità settentrionale dello Jutland, protetto come riserva naturale.
E' una duna di 2 chilometri quadrati in un luogo proteso nel Mar del Nord: sabbia cha appare da un paesaggio verde, da una brughiera orlata di boschi e circondata dal mare. Ci si arriva soltanto a piedi, attraverso i sentieri della riserva.
Il vento crea le dune, le modella. Esse si spostano di alcune decine di metri ogni anno. Il fenomeno delle "dune mobili" è dovuto all'erosione della costa calcarea.
Questo breve tratto di deserto si colora d'azzurro all'alba e di rosa al tramonto.
 
 
© rosalia de vecchi
 
 
 

Sulle conoscenze della Terra nel Medioevo...

 
 
 
 
 
 
 
 

Sigurd e baldovino attraversano il Giordano di Gerhard Munthe



Durante il Medioevo, mentre da una parte era largamente diffusa la tendenza a mescolare spiegazioni magiche e fantastiche con dettagliate descrizioni naturalistiche, come ad esempio a voler attribuire ai minerali qualità e poteri "magici" in base ai quali un opale avvolto in una foglia di alloro si credeva rendesse invisibile chi lo portasse o un'ametista proteggesse dalle infezioni e un diamante rendesse invincibile, dall'altra, uomini mossi da grande curiosità si avventuravano per le terre d'Europa e anche d'Oriente e questi andavano acquisendo cognizioni geografiche, sulle quali cominciò a fondarsi un primo nucleo di studi sulla Terra, sia pur, all'inizio, ancor connesso con forme di pregiudizio e di miracolo.
Lo storico gallese Gilardo Cambrensis, detto Gilardo il Gallese, che viaggiò molto e che conobbe molte lingue, girò il Galles e fu anche accompagnatore del principe Giovanni in Irlanda, dove visse un paio d'anni. Egli trasse da queste sue esperienze materia per i suoi quattro libri, dove descrisse in modo assai vivo ed efficace, non privo di una certa divertente inclinazione a evidenziare gli aspetti più curiosi ed indiscreti, luoghi persone e costumi. Egli, che aveva predicato le crociate, che era stato cappellano del re  Enrico II d'Inghilterra, che si era recato più di una volta a Roma e che era stato testimone oculare della presenza del velo della Veronica, egli che coltivava il sogno che le sue opere lo avrebbero reso immortale, fu anche quello che volle registrare l'altezza delle maree in Irlanda e uno dei tanti che alla sua epoca compì il pellegrinaggio in Oriente, viaggio in Oriente che per tutti coloro che lo compivano venivano compilate mappe e fissati itinerari, cosa dalla quale la Geografia cominciava a trarre buoni profitti!
 I suoi quattro libri sulle terre d’Irlanda e del Galles  (Topographia Hibernica del 1188, Topografia dell'Irlanda; Expugnatio Hibernica, Conquista dell'Irlanda; Itinerarium Cambriae del 1191,Viaggio nel Galles; Descriptio Cambriae del 1194, Descrizione del Galles) sono utilissime testimonianze del grado di conoscenze geografiche dell’ epoca, anche con particolare riguardo agli aspetti cartografici topografici, sebbene rivestano interesse anche altre opere del chierico gallese, quali quelle sulla    Chiesa, in cui egli cura anche l’aspetto storico e le biografia compresa la propria!

Sigurd Jorsalfar, detto il Crociato, re di Norvegia, dell'isola di Man e delle Orcadi, dal 1103 al 1130, partito con sessanta navi per partecipare alla Crociata, fece vela verso la Palestina via Inghilterra Spagna e Sicilia, dove visitò re Ruggero II nel suo castello di Palermo. A Gerusalemme fu accolto da re Baldovino I con grande calore; i due cavalcarono insieme fino al Giordano, dove Sigmund si fece battezzare. Durante il viaggio di ritorno via terra, durato pare tre anni,  con gli uomini rimasti,  il re norvegese attraversò molte terre: i Balcani, l’Ungheria, la Germania, la Danimarca.
Di lui, la storiografia tramanda un giudizio molto lusinghiero, infatti è detto che sotto questo re crociato la Norvegia si espanse, prosperò in ricchezze e assurse ad un egregio ruolo internazionale. Gli storici sono concordi nell’attribuire al periodo del suo regno il nome di Età d’oro della sua storia medievale. E certo. Egli è chiaro esempio di uomo medievale aperto agli studi e alle conoscenze esplorative.

Nel 1270 il navigatore genovese Lanzarotte Malocello, riscoprì le isole Canarie e infatti una di esse ne porta il nome, isole che gli antichi conoscevano ma che erano state dimenticate.  Sembra che Lanzarotte fosse in viaggio per rintracciare i Vivaldi e che in quella occasione sia approdato nell’isola, dove rimase molti anni. Ed altri ancora prima dei fratelli Polo. Marco fu il primo a darci una descrizione dell'Asia, una prima impressione sul Giappone, notizie su Pechino, Giava, Sumatra, Siam... , Madagascar, Abissinia...contribuendo non poco alla formazione di quelle nuove teorie geografiche in base alle quali Colombo si convinse della validità di una via occidentale per il raggiungimento dell'Oriente.


Con l'intensificarsi dei commerci e dei viaggi la scienza cartografica riguadagnò i livelli di precisione raggiunti nell'epoca augustea e si cominciarono a preparare i portolani, le guide cioè, dotate di mappe, itinerari e descrizioni dei vari porti. Pisani e Genovesi ne prepararono di molto precisi, di alto livello.
Ed anche per quanto riguarda le conoscenze zoologiche e botaniche si va lentamente emergendo dalla leggenda e abbandonando l'influsso di Plinio, per creare invece una scienza degli animali e delle piante. Non più dunque mosche che si generano dalla polvere e dalla putrefazione, né unicorni feroci da catturare, facendo sedere una vergine in un campo così che l'animale le si avvicini per riposarle in grembo, rendendosi quindi mite e facile preda...
Ecco allora che nello spirito nuovo dei tempi, spirito che va evolvendosi verso forme nuove di osservazione della Terra e dei suoi "abitanti", nasce l'opera che può a ragione ben considerarsi la più strettamente scientifica della biologia medievale, un'opera straordinaria soprattutto considerando l'epoca in cui apparve: il De arte venandi cum avibus di Federico II: un trattato di 589 pagine sull'arte di cacciare con gli ucccelli. Un trattato di ornitologia concepito in anticipo secondo il metodo scientifico moderno e dunque basato sull’osservazione diretta degli uccelli, un trattato che rimase inedito per ben sette secoli in Italia!                                  

Federico II, appassionato falconiere e curioso di animali oltre che conoscitore di scienze naturali quali apprese dagli scienziati arabi della corte del nonno Ruggero a Palermo, si rivela un vero "scienziato moderno", che descrive l'anatomia degli uccelli e illustra la propria opera con un centinaio di disegni.

Non più ululati di uccelli notturni interpretati come messaggi di morte, ma avvoltoi e altri rapaci che osservano gli uomini dall'alto delle rocce che abitano, o dalle cime degli alberi, e che si orientano solo "a vista" nella ricerca del cibo; non rane gracidanti negli stagni dopo esser piovute dal cielo ma anatre che preferiscono andare "in pastura"durante la stagione umida da settembre a novembre; non uccelli migratori che si rintanano sotto terra ma gru provenienti dal Nord in autunno, osservate dalla foce dell'Ofanto o dalle torri del castello...

 

 

© rosalia de vecchi

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

domenica 6 luglio 2014

Isabella d'Este

 
 
 
 
 
Ritratto di Isabella di Leonardo
 
 
Ritratto di Isabella di Tiziano
 
Il 17 maggio 1474 a Ferrara nasceva Isabella d'Este e solo pochi mesi più tardi, l'8 settembre, a Reggio Emilia, anche lui di nobili natali, nasceva il futuro autore dell'Orlando Furioso, che di Isabella avrebbe detto che non si sarebbe potuto scegliere tra le sue tante doti quale apprezzare di più. Il poeta, l'artista che più incarna l'ideale di equilibrio e di armonia connaturato agli uomini del Rinascimento, al servizio dei due fratelli d'Este, Ippolito prima e Alfonso poi, di Isabella lodò non solo la grazia, la bellezza, l'affabilità, ma anche l'intelligenza, la cultura e il mecenatismo. Ed egli stesso scrisse, infatti, il suo poema avendo come patroni Isabella e il suo consorte Francesco II Gonzaga. Ariosto non fu il solo "grande" ad aver ricevuto l'ospitalità dei Marchesi di Mantova, ma anche Raffaello, Leonardo, Mantegna, Tiziano e musicisti quali Tromboncino e Cara furono chiamati e/o accolti alla corte di Mantova. E non fu l'unico a voler esaltare con la sua opera le nobili eroiche origini dei Marchesi Gonzaga, poiché Bembo , Ariosto e Tasso dedicarono le loro opere ad Isabella, che peraltro collezionò libri ed opere d'arte con intelligenza e con discernimento , come di chi sa studiare ed approfondire e pertanto scegliere e classificare. Nè Ariosto fu l'unico ad elogiare la persona di Isabella. Sono rimaste ancor oggi famose le frasi di apprezzamento su di lei provenienti da più parti, come anche i celebri ritratti che hanno reso per sempre vivo il suo aspetto e lo consegnano ai nostri occhi, quando essi hanno la fortuna di soffermarsi a guardare i tratti eleganti del suo volto e le pieghe raffinate dei suoi abiti. Fu il poeta Niccolò da Correggio, imparentato con la famiglia d'Este e al servizio della stessa, che chiamò Isabella: " La prima donna del mondo" e spesso, infatti, la si ricorda come la Primadonna del Rinascimento. Non certo, questo, tanto per la sua posizione sociale e politica quanto e soprattutto per la sua persona, che, in ogni aspetto della vita che il destino volle assegnarle, incarnò in modo eccellente l'ideale di Perfezione, di Armonia e di Bellezza che ispirava il sentimento e il pensiero rinascimentali, volgendoli alla realizzazione di opere che vi si conformassero. D'altronde Isabella e Francesco riconobbero come proprio punto di riferimento il modello di vita indicato dal Cortegiano di Baldassare Castiglione.

Bella, anche se non di eccezionale bellezza, ma decisamente attraente, donna garbata e di fascino, un fascino che le derivava soprattutto dall'intelligenza e l'acutezza del suo dire e del suo agire, Isabella , come altre donne poste dalla vita al governo di uno Stato, seppe allacciare e mantenere alla pari rapporti di amicizia con i più eminenti uomini del suo tempo: duchi, principi , re.... , studiosi, artisti, poeti... e, contraddistinta da un tatto e da un buon senso, che invece, mancavano al suo consorte, seppe tenere in mano le redini del governo sia durante la malattia di Francesco che dopo la sua morte, come reggente del figlio Federico. Negoziò con abile diplomazia con Cesare Borgia, che aveva spodestato il duca di Urbino, Guidobaldo da Montefeltro, marito della a lei assai cara cognata Elisabetta e non esitò a chiedergli il Cupido di Michelangelo ch'egli aveva rubato durante la presa di Urbino. Ottenne che uno dei suoi sette figli, Ercole, divenisse Cardinale e che il marchesato di Mantova venisse elevato a ducato. Divenne un modello di comportamento e di eleganza in tutta Europa. Del resto, i suoi avi erano d'illustre casato e avevano coperto ruoli di primo piano tra gli uomini di Stato di allora: Ercole I d'Este di Ferrara il padre, Eleonora d'Aragona, figlia del re di Napoli, la madre. Sua sorella fu Beatrice d'Este sposa di Ludovico Sforza, duca di Milano.

La piccola Isabella, che a soli 6 anni era già stata fidanzata con un adolescente di 14, Francesco Gonzaga, viveva in un ambiente, quello di Ferrara, allora ritenuto il più brillante d'Italia, affollato di studiosi poeti artisti...e lei stessa era già un prodigio di intellettualità. E come si conveniva ad ogni fanciulla appartenente alla casta dei privilegiati, la sua educazione continuò negli anni a venire ed Isabella si dice che eccellesse in tutto: ricamo, danza, musica... Dicono che danzasse come se avesse le ali ai piedi, che scrivesse versi, che si intendesse di musica e di strumenti musicali, prediligendo quelli a corda, come il liuto ed il clavicembalo che suonava alla perfezione, a quelli a fiato, che considerava associati piuttosto al vizio, che conoscesse egregiamente il gioco degli scacchi....Era chiara di carnagione, i suoi capelli lucevano come oro, uno sguardo di luce brillava nei suoi occhi neri. Il fidanzato, Francesco Gonzaga, era diverso da lei fin nell'aspetto: bruno, dai folti capelli neri, amante della caccia e della guerra e delle donne. Coraggioso sì, ma poco accorto in guerra; infedele nel matrimonio, ebbe presto un'amante fissa. Isabella, come alcune altre prestigiose sovrane di ogni tempo, fingeva di non vedere e continuava la sua vita peraltro ricca di attività e di movimento, di incontri e di viaggi. E, da persona eccellente qual era, intensificò la sua dedizione alle arti alla letteratura agli amici, senza mai cessare di assistere con i suoi preziosi consigli Francesco, marito infedele e uomo di stato non sempre all'altezza della complessità dei suoi compiti; questo lei fece forse anche per evadere dal vuoto d'amore della sua vita di donna e dalla delusione di sposa. Isabella trovò tuttavia un rifugio sicuro nella profonda amicizia che legò lei, di carattere allegro e brillante e di vivo interesse per le arti e la letteratura, alla sorella Beatrice, meno appassionata al mondo della cultura e dell'arte, e alla cognata Elisabetta di indole seria e riservata e di salute piuttosto cagionevole.
E poi c'era la passione dominante della sua vita: raccogliere manoscritti, statue , quadri, oggetti di oreficeria... c'erano gli amici e i conoscenti e gli esperti da incontrare e con i quali trattare, affinché l'aiutassero a reperire delle rarità, c'erano gli eruditi da assumere: Manunzio che stampasse edizioni scelte dei classici, traduttori dal greco antico che traducessero Plutarco, un ebreo che traducesse i Salmi in modo da conservare il loro originario valore artistico....E mentre radunava intorno a sé studiosi e artisti e accumulava libri e tesori d'arte, pur leggendo, conoscendo e rispettando i classici e soprattutto Platone, i suoi gusti personali la orientavano piuttosto verso il romanzo cavalleresco, verso lo stesso suo tempo, quello di Ariosto e poi anche di Tasso.

Ma Isabella, donna dalla vasta cultura non fu mai un'intellettuale, né l'interesse e l'attenzione verso ogni forma di conoscenza e di creatività le impedirono di restare donna, attraente e raffinata, ché anzi amava molto le cose belle, i gioielli, gli abiti alla moda, gli arredi.

Come da costume assai diffuso ai suoi tempi, s'interessava all'astrologia e teneva conto per le sue decisioni del "consiglio" delle stelle. I nani le piacevano e la divertivano tanto che li voleva presenti nel suo seguito e che per loro fece costruire di dimensoni adatte alla loro statura nel suo palazzo. Cani e gatti non mancavano mai nelle sue stanze. Per loro, i funerali erano solenni!

Il palazzo ducale, che univa edifici di varie epoche e che all'esterno appariva un pò simile ad una fortezza, aveva stanze ammobiliate con eleganza, delle quali quelle adibite ad essere da lei abitate Isabella usava cambiare a seconda delle varie ore del giorno e delle occupazioni cui si dedicava.

E, nonostante la situazione finanziaria non le concedesse sufficienti mezzi per arricchire le sue collezioni, tuttavia possedeva sculture di Michelangelo, quadri di Mantegna e Perugino...Non il denaro, il più delle volte, ma tante lodi furono sufficienti come ricompensa delle opere che gli artisti le fornivano! Ma talvolta, volendo procurarsi opere di pregio, le lodi non furono sufficienti e così, per esempio nel caso di Il passaggio del mar Rosso di Jan van Eyck, per acquistarlo fu costrettta a ricorrere ad un grosso debito.

Isabella aveva 55 anni, quando Tiziano le fece un ritratto oggi perduto, del quale resta la copia di Rubens, dove la duchessa di Mantova ci appare come una donna ancora attraente. Di fatto, nonostante il suo dover sostenere l'invalidità di Francesco, governare per lui prima per il figlio dopo, mantenere le redini di un intricato gioco diplomatico tra gli Stati ed i principi, fino alla fine dei suoi giorni Isabella divertì ,adulò, avvinse tutti e mantenne la sua vivacità, la prontezza della sua intelligenza, l'equilibrio e la saggezza delle sue scelte.

Durante il sacco di Roma del 1527 si trovava tra i cardinali di Clemente VII, i quali, con la scusa di volerla trattenere perché dirigesse dei salotti, di fatto la tenevano prigioniera. Essendo riuscita a fuggire, grazie alle sue abituali capacità, ospitò poi e protesse nel suo palazzo circa 2000 persone. Il suo palazzo non fu nè assediato nè tanto meno saccheggiato!

Isabella ottenne invece la tanto desiderata carica cardinalizia per il figlio Ercole!

Isabella d'Este, definita da Pietro Bembo la donna più saggia e più fortunata fra tutte, aveva 64 anni quando morì. Oggi è ancora sepolta nella Cappella dei Signori nella chiesa di San Francesco, a Mantova.

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