giovedì 7 maggio 2015

I presupposti dell'Inquisizione

l'inquisizione di Cristiano Banti

Se consideriamo l’Antico Testamento, ad un dato momento, vi troviamo scritto che gli eretici, coloro che “erano andati dietro agli dei stranieri “, se la loro adesione all’eresia fosse stata comprovata da tre testimoni degni di fede ( escluse ovviamente le donne che per la legge ebraica antica non potevano testimoniare!) dovevano essere condotti fuori le mura della città e “fatti oggetto di sassate fino al loro spegnersi definitivo”. ( Deut.XVII, 25).
Analogamente, se prendiamo il Vangelo di S. Giovanni, (XV, 6), possiamo, anche qui, leggere: “Chi non rimane in me è gettato via come il tralcio che inaridisce, e vien poi raccolto e gettato ad ardere nel fuoco”.
Vale, a questo punto, precisare il carattere di immagine delle parole di Giovanni ! Che, qualora fossero, come taluni fanno e troppi hanno fatto, da intendere alla lettera, ciò infatti vanificherebbe tutta la novità del messaggio di Cristo: l’uguaglianza e il perdono! Se mai, infatti, andrebbero interpretate in connessione con ben altre visioni riguardanti l’evoluzione dell’uomo e i suoi rapporti col cosmo! Come il tralcio reciso dall’albero dopo poco inaridisce, così l’uomo che disconosce la sua origine spirituale e se ne separa finisce con l’inaridirsi e col consumare la propria natura originaria. L’immagine del rogo , ad esempio, è consueta nelle fiabe: nel rogo la strega si consuma e perisce. Il fuoco brucia il male. E la combustione separa le sostanze e trasforma gli elementi. … Ma questo tipo d’indagine, ora qui, ci condurrebbe lontano dall’argomento intrapreso. …
Nel mondo antico, e purtroppo dolorosamente ancor oggi, l’άσέβεια (asebeia), ossia l’empietà dell’eresia, come fu intesa e nominata dai Greci, era punita con la morte; la legislazione greca antica, infatti, contemplava la pena di morte per chi non rendesse omaggio alle divinità del proprio Pantheon. Pensiamo, ad esempio, a Socrate costretto a bere la cicuta! Non dissimile fu la situazione nella Roma imperiale nei confronti dei Cristiani! Ed è assai curioso che proprio una Roma che sotto Augusto aveva eretto il Pantheon, ora diveniva “solerte custode” delle proprie tradizioni religiose! Ora che un profeta nuovo era venuto a introdurre nella società forti elementi di diversità che avrebbero potuto scardinare l’ordine precostituito!
Nella Roma dei Cesari gli dei erano alleati dello Stato: chi non riconosceva quegli dei diveniva reo di tradimento e doveva essere punito con la morte.
E questo, che era considerato un reato assai grave forse proprio per la sua pericolosità, veniva perseguito con molta attenzione: nessuno accusava qualcuno reo di simile colpa? Allora si provvedeva subito ad “inchiodare” ( e qui scegliamo intenzionalmente l’uso d’un termine ambivalente dal forte sapore analogico!) il “traditore”, il “diverso”, colui che “osava” coltivare un’idea propria del Divino! Come? Facendo un’ “inquisizio”, ossia un’inchiesta su casi sospetti.
Anche qui, la Chiesa di Roma non esitò a far sua una pratica giuridica già cara ai Romani. E già alle soglie del Medioevo dava la forma di questa procedura romana a ciò che chiamò appunto Inquisizione. L’anno 313, che riconobbe libertà di culto ai Cristiani sembrò forse a qualcuno degli allora viventi un anno di svolta: si riconosceva libertà di culto ad un nuovo credo! Ma poi, non molto dopo, nel 380, venne l’Editto di Tessalonica: l’imperatore Teodosio proclama il Cristianesimo religione di Stato. Nulla dunque è cambiato. Solo un sovvertimento di posizioni: i perseguitati diventano persecutori! E la catena dei successivi concili, anello dopo anello, vede sfilare le differenti schiere di “eretici” . 325: il concilio di Nicea risolve la questione sulla diversa interpretazione della natura di Cristo bollando Ario ed i suoi seguaci con la “condanna” di eresia: l’arianesimo è eretico; gli Ariani sono eretici; dunque su di loro pende una condanna: quella di eretici. 381: nuova condanna dell’Arianesimo. 431: questa volta la condanna è rivolta ai Nestoriani: il Concilio di Efeso non ammette la credenza, che si era diffusa nelle chiese persiane, non solo nelle due nature ma anche nelle due persone di Gesù. Chi sostiene ciò è bollato come eretico. 451: concilio di Calcedonia: condanna del monofisismo. 553: concilio di Costantinopoli:condanna dell’origenismo. 680: un secondo concilio di Costantinopoli: condanna del monotelismo. …. E così, una dopo l’altra, le “eresie” furono individuate me condannate. Gli eretici anch’essi individuati, inquisiti, condannati. Ma se in Occidente prevalse la clemenza e, almeno durante il Medioevo, per volere di Leone IX, si stabilì che la condanna consistesse soltanto nella scomunica, in Oriente gli “scrupolosi” imperatori bizantini vollero applicare la legge romana e non esitarono a mandare a morte Manichei ed altri “eretici”.
Il dodicesimo secolo vide il diffondersi e il moltiplicarsi delle sette giudicate eretiche; ciò convinceva molti, in seno alla Chiesa cattolica, della necessità di dover usare come pena nei confronti di queste l’esilio o la prigionia. E nel contempo, a Bologna, ferveva un rinnovato interesse per il diritto romano, che con la sua dotta terminologia e le sue erudite disquisizioni legali stimolava l’inquisizione religiosa. Il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, con il suo De haereticis, forniva ampio materiale riguardo alla legge canonica sull’eresia e pertanto non si esitò a ricopiarla nella sua interezza. E non passò molto tempo che venne rintrodotta la pena di morte a punizione degli eretici. Non nella Francia meridionale e nemmeno nell’Italia settentrionale, ma nel resto del mondo cattolico tra i persecutori dell’eresia i più accaniti furono i “popoli”: le folle dove l’individuo è sacrificato all’anonimato e dove la ragione cede il posto all’irrazionale e alla smodatezza, forse perché impaurite dalla presenza di “diversi” e dalle loro eventuali modifiche al loro “consueto”, o forse perché “pilotate” da qualcun altro o forse ancora perché la situazione offriva loro l’opportunità di dar sfogo agli istinti più feroci e disumani, forse, sì, per tutto questo, esse furono quelle che non esitarono a linciare gli eretici , ad accanirsi contro di loro. Le folle rimproveravano alla Chiesa un’eccessiva indulgenza e strappavano dalle mani dei sacerdoti i “rei” perché non eludessero la “giusta pena”. Sempre pronte a mandare al rogo ognuno che fosse soltanto sospettato di eresia, le folle potevano irrompere nelle prigioni e trascinarne fuori gli eretici per poterli veder bruciare nel rogo accuratamente allestito! Ciò infatti accadde, ad esempio, nel 1114 durante l’assenza del vescovo di Soisson e a Liegi, nello stesso anno, fu la folla che s’impose perché degli eretici venissero dati alle fiamme. Lo Stato, che pure ne era stato il responsabile, ora provava una certa riluttanza nei confronti di sì crudeli condanne. Tuttavia preferì assecondare quella che ormai era divenuta la volontà popolare per diversi motivi: riteneva, infatti, fosse proprio interesse che la Chiesa tenesse le masse legate al vincolo di un’unica religione, tanto più che anche dal punto di vista economico l’esistenza di eresie religiose e/o politiche avrebbero potuto costituire una minaccia sia per i beni ecclesiastici che per quelli dello stesso Stato. Questo motivo, di natura “squisitamente” economica, era il medesimo che spingeva anche gli appartenenti alle classi più elevate a chiedere che l’eresia venisse combattuta ed estirpata. Fu quello di Federico II il codice più rigoroso per la soppressione degli eretici. Già il nonno Federico Barbarossa aveva presieduto insieme a papa Lucio III quel Concilio di Verona che gli storici dicono essere stato il concilio in cui fu stabilita l’Inquisizione. Confische di beni, sottrazione degli stessi agli eredi, esclusione dalle cariche pubbliche, distruzione delle dimore…. prigionia a vita in casi di ritrattazione dell’eresia e, in caso contrario, il rogo.
Prima del tredicesimo secolo furono per lo più i vescovi a condurre i “lavori” dell’Inquisizione per eresia, ma essi agivano solo dopo che il popolo avesse “mormorato”. Essi rifuggivano dalle torture e se mai ricorrevano ad una sorta di “prova del fuoco”, convinti che il giudizio divino non si sarebbe lasciato attendere, poiché Dio non avrebbe mai abbandonato un innocente. Questo sistema fu dapprima sancito a Reims in un concilio di vescovi, poi proibito da papa Innocenzo III. Ambasciatori papali sorvegliavano che i vescovi non si lasciassero sfuggire degli eretici; in tal caso Avevano autorità di sospenderli dal loro ufficio.
Nel 1215 Innocenzo III indusse tutte le autorità civili a giurare di fronte al che avrebbero sterminato con “giusta pena” tutti coloro che la Chiesa avesse segnalato loro come eretici. Qualora un principe avesse trascurato il suddetto giuramento, sarebbe stato deposto e i sudditi sarebbero stati sciolti dall’obbligo dell’obbedienza nei suoi confronti.
Si rileva che con l’accentuarsi delle misure anti eresia, questa cresceva e si diffondeva in Italia come in Francia, come nei Balcani, fin all’interno del clero, tanto da mettere in pericolo l’unione stessa della Chiesa. Gregorio VII, succeduto ad Innocenzo, se ne avvide e tentò di porvi un rimedio: istituì, nel 1227, una commissione di inquisitori con a capo un monaco domenicano e sede a Firenze, il cui compito fu quello di processare gli eretici.
Qualche anno dopo, incorporò nel diritto ecclesiastico le leggi promulgate da Federico II. La Chiesa allora divenne, col consenso dello Stato, l’organo ufficiale dell’Inquisizione e della lotta all’eresia e, in accordo con lo Stato stesso, stabilì che fosse “giusto” per chi si rifiutasse di ritrattare la condanna riservata ai traditori: la pena di morte. 


© rosalia de vecchi

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